LAURA ROCCA.
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IL MONDO CHE NON VEDI.
Serie: Le Cronistorie degli Elementi. 1.
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2015.
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Parte 2.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Capitolo 13 - Una morte ingiustificata.
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Celine fu svegliata all'alba da insistenti colpi alla porta. Andò subito ad aprire, ancora mezza
confusa tra sonno e realtà, sulla soglia trovò Buonia.
«Mi dispiace svegliarti a quest'ora ma Morwenna ti vuole subito nel suo appartamento». Disse
concitata.
«D'accordo, mi vesto e vado». Rispose Celine.
«Non c'è tempo, e non è nulla di ufficiale. Devi andare immediatamente, a cambiarti penserai
dopo». La incitò decisa Buonia.
Uscendo dalla sua stanza, Celine notò che la porta della camera di Aidan era socchiusa e
riconobbe la voce di Mavi, ma non ebbe tempo di capire di cosa stessero parlando perché Buonia le
fece nuovamente fretta.
Giunta in fronte all'uscio dell'appartamento di Morwenna era ormai un fascio di nervi, ma il
fatto che fosse preparata ad aspettarsi qualcosa di assurdo non attutì la sua sorpresa quando vide, seduto
sul divano del salottino, Matteo che la fissava.
Si precipitò a fianco a lui, convinta che avesse qualche ferita. Le sembrava tutto a posto, ma non
poté fare a meno di chiedere «Stai bene?»
Quando vide che Matteo non le rispondeva, volse la sua attenzione a Morwenna.
«È successo qualcosa?» Chiese spaventata.
«Calmati, Celine. Il tuo amico sta bene, ma ci sono stati dei problemi piuttosto gravi. Ho saputo
della vicenda da Mavi in maniera sommaria, ma adesso voglio un resoconto dettagliato da lui e ho
pensato che avrebbe preferito parlare di fronte a te». Spiegò Morwenna, cercando di tranquillizzarla.
Matteo la guardò. «Ho cercato di venire da te subito, ma me l'hanno impedito e mi hanno
portato qui. Se non mi avessero fermato, avrei trovato la tua stanza». Disse agitato.
«Non puoi girare per questa casa come se fosse la tua perché non lo è, umano, né tantomeno ti
permetterei di introdurti nella stanza di una delle nostre femmine di nascosto. Ora, se vuoi parlare,
ascolteremo la tua storia. Altrimenti ti farò riaccompagnare da Mavi». Replicò Morwenna, puntandogli
contro uno sguardo d'acciaio.
Matteo parve rimpicciolire su se stesso. Non ebbe il coraggio di rispondere per le rime a
Morwenna come faceva con Aidan: c'era qualcosa nel tono della voce della donna che non era
arrogante o offensivo, ma semplicemente perentorio.
«Io non ho una casa dove tornare, devo restare qui!» Esclamò quasi urlando Matteo.
«Ti ho già spiegato come stanno le cose. Ora ti prego di descrivermi i fatti in modo da poterti
aiutare». Insisté Morwenna.
Matteo parve chiudersi in un silenzio ostinato, allora Celine si fece forza e gli prese la mano tra
le sue.
«Avanti Matteo, io voglio sapere cosa è successo, e desidero saperlo da te». Disse
incoraggiante.
«Ed io voglio parlare con te, ma da solo». Rispose Matteo, stringendo ancora più forte le sue
mani.
Celine volse lo sguardo verso Morwenna, ma l'altra non diede cenno di aver cambiato idea.
«Mi dispiace molto, Celine, io non sono giovane come Aidan o Mavi. Conosci la nostra storia:
non sono in grado di fidarmi di un umano. Deve parlare davanti a me in modo che io possa valutare i
fatti, e deve farlo ora, altrimenti verrà riaccompagnato. Qui non sono ammessi inops, è già stata una
grande eccezione permettere che ti venisse a trovare anche in passato. Non posso concedere di più».
Ribadì decisa Morwenna.
A quel punto Matteo forse capì che puntare i piedi non lo avrebbe portato a nulla, o
semplicemente decise di volersi togliere un peso, e iniziò a parlare con voce mesta.
«Stanotte ero fuori di casa. Mia madre era di turno in ospedale, e così sono uscito con degli
amici e ho fatto molto tardi approfittando del fatto che non ci sarebbe stato nessuno a controllare. Alle
cinque sono rincasato in modo da farmi trovare a letto quando mia madre fosse rientrata dal lavoro,
quando sono arrivato sul pianerottolo, la porta era aperta. Sono entrato molto piano, ma sembrava non
ci fosse nessuno. Solo quando sono arrivato in cucina mi sono accorto del sangue: era dappertutto. Ho
iniziato a correre di stanza in stanza e alla fine ho trovato mia madre, sul pavimento, in camera sua. Era
morta. Avrei dovuto chiamare la polizia, ma ho preferito telefonare a Mavi. Ero certo che non fosse
stata una rapina: siamo poveri e lo sanno tutti che in casa non c'è niente. Mentre aspettavo che
arrivasse Mavi ho chiamato in ospedale per indagare, ma ho finto di non essere io. Volevo capire come
mai fosse stata già a casa a quell'ora. Mi ha risposto una collega informandomi che il figlio l'aveva
chiamata dicendo di sentirsi male e che lei era andata via di corsa. Quando è arrivata Mavi ha
effettivamente constatato che era opera dei vostri nemici».
La voce gli si spense, sembrava come svuotato. Celine non sapeva cosa dire, sentendosi
tremendamente in colpa. Era ovvio che avessero ucciso la madre di Matteo per cercare di sapere dove
fosse lei. Tutto ciò che riuscì a fare fu abbracciare Matteo, che si strinse a lei piangendo.
Morwenna concesse loro qualche minuto.
«E' ovvio che ora Fàs ha iniziato la sua guerra. Vuole Celine a tutti i costi e cercherà di averla
in ogni modo, partendo dal torturare le persone a lei care per cercare di spingerla allo scoperto o
scoprire qualche dettaglio su dove si trova. Ti terremo al sicuro, visto che sei l'unico umano che sa
dov'è, anche se non conosci la strada per arrivare qui». Disse Morwenna.
«Potrebbe restare qui con noi». Propose Celine.
«Assolutamente no». Rispose Morwenna con decisione.
«È troppo pericoloso lasciarlo tra gli umani, lo staranno sicuramente cercando! Non posso
permettere che venga ucciso anche lui, piuttosto mi consegnerei io stessa!» Esclamò Celine con rabbia.
«Non ho mai detto che lo lascerei girare per il mondo degli umani come se niente fosse
accaduto. Andrà alla Divisione con Mavi, per sicurezza in macchina con loro andranno anche Ermer ed
Erskine. Faranno, come sempre, un percorso differente rispetto a quello che hai sempre fatto tu con
Aidan. Non gli accadrà nulla. Stai tranquilla, Celine». Disse Morwenna con tono rassicurante.
Celine sembrò convinta, ma Matteo non era d'accordo.
«Se devo essere vostro prigioniero voglio stare con Celine, giacché è per lei che siamo qui. Così
potrò starle accanto e la mia vita avrà una parvenza di normalità». Disse arrabbiato.
«Nessuno vuole farti prigioniero. Se non accetti la protezione sei libero di andare per il mondo
degli umani. È un onore per un inops essere ammesso tra di noi, dovresti esserne grato» replicò
Morwenna con un lampo di collera nello sguardo «nella mia casa non starai. Non ho fiducia negli inops
e ho le mie buone ragioni. Andrai alla Divisione, e se non vuoi sei libero di fare ciò che più ti aggrada.
Questa è la mia ultima parola».
Morwenna era stata categorica, ma evidentemente a Matteo non bastava.
«Va bene, allora potrebbe venire Celine con me. Disporrà dei mezzi per allenarsi anche lì e
inoltre ha già fatto innumerevoli progressi. Non vedo per quale motivo debba restare qui».
A quelle parole lo stomaco di Celine si contrasse. L'idea di abbandonare quel posto la faceva
stare male, e per quanto fosse dispiaciuta per la morte della madre di Matteo, doveva ammettere con se
stessa di non voler porre fine alle sue giornate con Aidan. Tornare con Matteo alla Divisione avrebbe
voluto dire non avere più nemmeno un attimo del suo tempo con lui.
Notò che Morwenna la stava fissando, e la sua espressione doveva essere molto eloquente da
ciò che lesse negli occhi dell'altra. Si sentì terribilmente in colpa: avrebbe dovuto proporre lei stessa di
stare con Matteo, in fondo sua madre era morta per colpa sua. Decise che qualunque fosse stata la
risposta di Morwenna, da quel momento, avrebbe chiuso con le sue fantasie su Aidan. Avrebbe dovuto
vergognarsi di se stessa: la madre del suo ragazzo era morta e lei pensava a tutt'altro. Nonostante ciò,
quando Morwenna parlò, il cuore le balzò nel petto come un tamburo.
«Celine rimarrà qui. Questo è il suo posto, e alla Divisione non sarebbe al sicuro come qui. Se
davvero ci tieni a lei, dovresti preoccuparti della sua protezione e non dei tuoi desideri». Disse
Morwenna palesando la sua decisione.
Fu allora che Matteo si voltò verso di lei, rovesciandole addosso la sua rabbia.
«Tu non dici una parola? Ti fai comandare a bacchetta, ormai?» Domandò velenoso.
«Matteo, mi dispiace. Io vorrei che tu potessi restare qui con noi, ma non puoi, e non è casa
mia: non posso disporne a mio piacimento». Tentò di giustificarsi Celine.
«Se quella sera avessi ignorato quell'idiota biondo, a quest'ora saresti ancora a casa tua e tutto
questo non sarebbe mai successo». Rispose con rabbia Matteo.
«Ora sei arrabbiato e lo capisco, ma non puoi davvero pensare questo. Se fossi rimasta a casa, a
quest'ora sarei morta». Disse Celine, cercando di farlo ragionare.
«Ci avrei pensato io a proteggerti, quelle creature, vedendo che non eri con loro forse si
sarebbero stufate. Sono stati loro a portarcele in casa, e ora ti tengono qui in ostaggio per usarti a loro
piacimento!» Esclamò alterandosi maggiormente.
«Non tollero che le parli in questo modo, né tantomeno tollero la stupidità. Come avresti potuto
difenderla da esseri che non puoi nemmeno vedere nella loro vera forma? Ti avrebbero fatto a pezzi
prima che ti rendessi conto di cosa stava succedendo». Interruppe quello sproloquio Morwenna.
Matteo evidentemente si rese conto di aver esagerato, e abbracciò Celine.
«Scusa, sono sconvolto. È solo che mi manchi». Disse strofinandole il viso nell'incavo del
collo.
Celine ricambiò l'abbraccio ma quel gesto così intimo quasi la disgustò. Si sentì malissimo
quando formulò quel pensiero. Se prima non provava nessuna emozione durante gli approcci fisici di
Matteo, ora avvertiva fastidio, e in più Morwenna li stava fissando con attenzione. La cosa che però
turbava maggiormente Celine era che Morwenna desse l'impressione di sapere tutto ciò che pensava.
Bussarono alla porta, e Celine sciolse l'abbraccio. Erano Erskine ed Ermer con Mavi.
«Pronti per la partenza!» Disse Mavi, scimmiottando un saluto militare per cercare di diminuire
la tensione che aveva avvertito entrando nella stanza.
«Almeno ci sei tu». Rispose Matteo, rivolgendo un sorriso luminoso alla ragazza.
Celine si sforzò di cercare dentro di sé quella scintilla di gelosia che avrebbe dovuto esserci, ma
non c'era nulla. Matteo si girò verso di lei e la baciò salutandola, poi rimase sola con Morwenna.
«Ti chiedo scusa, ma oggi vorrei stare da sola in camera mia. Non me la sento di allenarmi o di
vedere altre persone, Avvisa tu Aidan». Salutò Morwenna infilando la porta.
Morwenna le andò dietro e la chiamò dall'uscio. Impossibile fingere di non averla sentita, non
era in centro in Piazza San Marco all'ora di pranzo: controvoglia, si voltò.
«Volevo solo dirti che stasera passerò a parlarti. Prenditi pure tutta la giornata: riuscire a fare i
conti con sé stessi è più dura di quanto ci si aspetti». Disse Morwenna, poi con un cenno di saluto
richiuse la porta e Celine si ritrovò sola in corridoio.
"Ora posso aprire i rubinetti" fu la prima cosa che pensò varcando la soglia della sua stanza. Si
chiuse la porta alle spalle e si lanciò sul letto, piangendo tutte le lacrime che fino a quel momento aveva
trattenuto.
Pianse per la casa della sua famiglia; pianse per l'orrenda morte della madre di Matteo, una fine
senza motivo; pianse per se stessa, che voleva scoprire chi era davvero; soprattutto, pianse perché un
grande senso di colpa le opprimeva il petto. Non era la consapevolezza che una vita si fosse spenta a
causa sua: anche se lei fosse rimasta a casa, sarebbero andati a cercarla. Di questo ormai era certa, e
forse adesso sarebbe morto anche Matteo. Il suo dolore non era per i morti, ma per i vivi. C'era
qualcosa che ormai non poteva non confidare a se stessa, ma nonostante tutto non ce la faceva.
Aidan venne a chiamarla più volte durante la giornata, e le parlò da dietro la porta, anche se lei
non rispose. Si offrì di stare lì con lei, o di portarla a fare un giro ma Celine non rispose e, come una
vigliacca, nascose la testa sotto il cuscino per non sentire quella voce. Almeno oggi non avrebbe visto
Aidan: non poteva ignorare il dolore di Matteo e distrarsi come se niente fosse. Sarebbe stata lì a
piangere senza mangiare né vedere nessuno. Questo non avrebbe risolto le cose, ma almeno poteva
avere la forza di privarsi di ciò che desiderava.
Nel pomeriggio bussarono di nuovo sommessamente alla porta, e Celine pensò che fosse ancora
Aidan, ma con sua grande sorpresa era Buonia.
Decise di farla entrare.
Quando la ragazza vide come si era conciata gli occhi a suon di piangere la sgridò
bonariamente.
«Nel nostro mondo le morti di amici e parenti sono piuttosto frequenti. Dovrai imparare a farci
l'abitudine». Le disse cercando di farle forza.
«Non sto piangendo per la madre di Matteo». Trovò la forza di ammettere Celine.
«E allora per cosa?» Chiese Buonia perplessa.
«Sto piangendo perché sono un mostro». Rispose semplicemente Celine.
Buonia rimase in silenzio, aspettando che lei si spiegasse.
«Dovrei voler stare alla Divisione con Matteo, dovrei essergli vicina in questo momento. Sua
madre si è occupata di me quando ero sola... Io... L'unico pensiero che ho avuto oggi quando mi si è
prospettata la possibilità di andare alla Divisione con lui è stato che non sarei potuta stare più con
Aidan. È orribile...» Spiegò Celine, ammettendo finalmente con Buonia il nocciolo della questione.
«Non si può comandare l'amore. L'unica cosa corretta che puoi fare è essere onesta, soprattutto
con te stessa». Disse Buonia placida.
«L'amore? Io mi sono infatuata come una stupida ragazzina. Dovrei amare Matteo dopo tutto
quello che ha fatto per me in questi anni,  invece, appena ho visto un altro, ho perso il lume di cosa è
giusto e cosa è sbagliato». Rispose Celine con amarezza.
«Ma eri innamorata di Matteo?» Domandò Buonia.
Era la domanda più ovvia possibile, cui Celine avrebbe dovuto poter rispondere con facilità,
eppure non sapeva nemmeno lei come articolare una risposta.
«Io... Sì... Non lo so, ho sempre pensato che l'affetto che c'era tra noi mi bastasse. Non ho mai
guardato nessuno, fino a quando non ho visto Aidan. La mia vita era tranquilla, Matteo ha fatto tanto
per me quando ero sola e mi evitavano tutti...»
«L'amore non è gratitudine» la interruppe Buonia «Non sei mai stata innamorata di nessuno? Nemmeno una cotta?»
«No, ho sempre pensato che dipendesse dal fatto che ero sempre sola. Quando Matteo mi
baciava, lo lasciavo fare. Non ho mai sentito quel fremito dentro, ma pensavo di essere io a essere
così... Sono così confusa... Adesso è anche peggio, provo delle sensazioni di disagio molto forti...»
«Disagio perché ti senti in colpa?» Domandò Buonia a ragione.
«No... Cioè sì, anche per quello....Ma... È come se provassi una sorta di disgusto quando mi si
avvicina, di repulsione. È una cosa stranissima, non so come spiegarla: se possibile mi fa stare ancora più male».
«Penso che dovresti concedergli la verità, e liberarlo dal fardello di un amore fasullo. Per il
resto non so cosa dirti, non sono molto esperta in materia neppure io». Suggerì Buonia.
«Forse hai ragione». Convenne Celine, che fu assalita nuovamente da un accesso di pianto.
«Ero venuta a vedere se volevi ti portassi qualcosa per cena». Disse Buonia cambiando discorso.
«No, grazie. Non me la sento». Rifiutò Celine.
«Bene, allora ti lascio». Disse Buonia andando alla porta.
«No, aspetta. La tua compagnia mi fa piacere, mi sento così sola! Non c'è nessuno con cui
possa essere sincera. Non avrei il coraggio di dire a un'altra persona queste cose». Implorò Celine,
sperando che Buonia accettasse di restare ancora un po' a parlare con lei.
«Celine, io sono una governante. Non ho del tempo libero per chiacchierare, devo occuparmi
della casa. È un grande piacere parlare con te, ma non posso approfittarmi della tua gentilezza. Devo
lavorare. Sono certa che presto, quando andrai a Gallaibh o sarai assegnata a una Divisione, troverai
un'amica del tuo rango». Rispose Buonia prima di andarsene via.
Celine non riusciva a capire perché Buonia non si ritenesse all'altezza di essere sua amica.
Aidan le aveva detto che tra loro non esistevano formalismi pesanti, eppure lei si comportava come se
fosse una nullità. Forse doveva essere un complesso suo, o forse si sentiva in imbarazzo a ricevere le
confidenze di una perfetta estranea. Concentrarsi su Buonia la distrasse dai pensieri cupi che le causava
il suo senso di colpa nei confronti di Matteo e, senza nemmeno accorgersene, si addormentò
profondamente.
Fu svegliata dal rumore della porta che si era richiusa, e guardandosi attorno si accorse che
ormai era sera. La stanza era buia, e dalle tende tirate non filtrava luce. Non riuscì a vedere chi fosse
entrato fin quando non si accesero i globi di fuoco.
Era Morwenna, che evidentemente doveva avere una chiave di scorta delle stanze. Teneva in
mano un vassoio, e Celine disse prontamente «Non voglio nulla».
«Negarti il cibo non riporterà in vita la madre di quel ragazzo, né farà bene a te. Sono venuta
per aiutarti a fare chiarezza. Asciugati gli occhi, mangia e poi parleremo». Propose Morwenna calma.
Celine non sapeva come controbattere. Se ne fece una ragione e decise di mangiare, non avendo
voglia di discutere. Morwenna le aveva portato del passato di verdure e della frutta, aspettò che lei
finisse di mangiare per iniziare a parlare.
«Celine, lo vedo che non stai bene. Sai di dover prendere una decisione, e la cosa ti pesa. Ma
non puoi farne a meno». Le disse guardandola dritto negli occhi.
«Io non so di cosa tu stia parlando. Mi sento in colpa per la madre di Matteo». Tergiversò lei.
«Le risposte che dai a te stessa con me non funzionano, penso che tu lo abbia già capito. I sensi
di colpa per la morte di quella povera donna non sono certo il motivo per cui hai lasciato Aidan a
ciondolare tutto il giorno come un'anima in pena fuori da questa porta. Ma visto che non ne vuoi
parlare. Cercherò di essere più pratica».
Vedendo che Celine la guardava in silenzio, Morwenna decise di continuare. «Tu conosci bene
la nostra storia, Celine?» Chiese spiazzandola.
«Sì. Aidan mi ha spiegato le origini della nostra gente la prima notte che ho dormito alla
Divisione e poi, alcuni giorni fa, sono venuti a trovarci Brian e Murchadh e mi hanno narrato le vicende
della battaglia». Rispose Celine contenta di parlare di qualcosa che non fosse strettamente personale.
«Per cui sai che non c'è concesso mischiarci con gli umani e far collidere le loro vite con le
nostre?» Chiese Morwenna.
«Certo, mi è stato detto». Confermò Celine interdetta.
Morwenna si alzò in piedi e andò a sedersi sul letto vicino a lei. Poggiò una mano sulle sue
congiunte in grembo, e riprese a parlare.
«Perdonami dunque per ciò che sto per chiederti di fare, ma non posso tergiversare. Più
andiamo oltre, e più sarà difficile ripulire la memoria di quel ragazzo».
«Ma di cosa stai parlando?» Chiese Celine sbigottita.
«Sto parlando di Matteo e del tuo rapporto con lui. Devi trovare la forza di fare la tua scelta.
Fino a che non è stato chiarito cosa fossi capace di fare, e se fossi realmente una di noi, era tollerabile
la sua presenza. Adesso è il momento che tu gli dica che non può fare parte della tua vita» attaccò
Morwenna senza tanti giri di parole «non puoi rinunciare al tuo dono, questo lo sai già, e non puoi
vivere da umana. Ti catturerebbero subito fuori di qui. Mi dispiace, ma una storia d'amore con un inops
è inaccettabile, e lo sai bene. Non è diverso per te perché non sei cresciuta tra noi. Semplicemente c'è
stato un limite di tolleranza per via del fatto che arrivi dal mondo umano».
Celine schizzò in piedi come una molla.
«Non posso assolutamente abbandonare Matteo! Lo ucciderebbero se tornasse a casa, non
potrei vivere in pace esponendolo a una sorte del genere!» Rispose quasi urlando. Le lacrime avevano
iniziato a scorrere di nuovo.
«Non piangere, mia cara. Non siamo una razza senza cuore: non intendevo ciò che hai appena
detto. Matteo potrà stare sotto la protezione della Divisione fino a che non avremo capito cosa vuole da
te Fàs, dopodiché potrà tornare a vivere la sua vita da umano. Non potrà mai avere una vita normale se
continuerai a sentirlo e vederlo, se gli darai speranza, perché tra voi non può esserci futuro». Disse
Morwenna cercando di farla ragionare.
Celine si sedette di nuovo sul letto di fianco a Morwenna: le lacrime erano ormai un fiume
impetuoso, e la donna la abbracciò accarezzandole i capelli.
«Non mi merito questa gentilezza». Singhiozzò a un certo punto Celine.
«E perché?» Volle sapere Morwenna.
«Perché sono stata consapevole fin dall'inizio di ciò che mi stai dicendo. Sapevo dalla prima
sera qui che non sarei mai più tornata a casa. Non ho mai sentito un senso così forte di appartenenza
verso nulla, avrei dovuto dire subito a Matteo di non venirmi più a trovare, ma non ho mai avuto il
coraggio di farlo. Soprattutto mi vergogno di non provare dolore in merito, se non quello dato dal senso
di colpa». Rispose Celine singhiozzando.
«Mia cara, il motivo per cui stai male è questo, non la morte di sua madre, ed io lo so. Oggi per
la prima volta vi ho guardati insieme, e ti ho osservato insieme a qualcun altro molte altre volte. E'
evidente che non sei innamorata di quel ragazzo. Non fartene una colpa: hai vissuto isolata da tutti per
tutta la vita, lui è stata l'unica persona a parte i tuoi genitori che ti abbia mostrato affetto: hai pensato
fosse amore, ma non lo è, e se prima eri come anestetizzata, adesso qualcosa in te si è risvegliato. Devi
solo farti la domanda più importante».
«E qual è?»
«E' meglio fare soffrire qualcuno che si ama evitandolo, o è meglio fare soffrire qualcuno che
non si ama illudendolo?» Chiarì Morwenna fissandola intensamente.
«Non l'avevo mai vista in questi termini. Io arreco sofferenza a Matteo non lasciandolo?»
Chiese Celine perplessa.
«Certo, mia cara. Lo so che può sembrare strano, ma stare con qualcuno per gratitudine è
profondamente sbagliato. Prima di tutto per noi stessi, che ci precludiamo una felicità che ci spetta, e in
secondo luogo per l'altra persona che illudiamo. Più tempo lascerai passare e più le cose
peggioreranno. Consolati, però: la sofferenza di Matteo sarà di breve durata. Quando tutto questo sarà
finito, e tornerà a vivere la sua vita, non ricorderà nulla».
«Ma ormai non è troppo pericoloso? Soprattutto ora che starà alla Divisione tutto questo
tempo?» S'informò Celine preoccupata.
«È vero che più si solidificano i ricordi e più è difficile eliminarli, ma non temere. Farò in modo
che venga da Gallaibh il nostro illusionista più esperto in questa pratica e, al limite, se Matteo
ricordasse qualcosa, lo attribuirebbe a un sogno» Rispose Morwenna tranquilla.
«Sei sicura che non corriamo il rischio di danneggiargli la memoria o qualcosa di simile?»
Domandò Celine, che non si sentiva affatto sicura di voler far manipolare da qualcuno il cervello di
Matteo.
«Sì, ne sono certa. Siamo esseri viventi con dei sentimenti anche noi: non posso dirti che non
sia mai capitato che qualcuno intrecciasse relazioni profonde con gli umani, ma abbiamo sempre posto
rimedio. Non possiamo permettere che inizino a circolare voci, sulla nostra stirpe, tra gli umani: portare
un inops in mezzo a noi è sempre malvisto» Rispose Morwenna ribadendo il concetto.
«Io però non posso dirgli questo, Morwenna!» Esclamò Celine agitata.
«E nemmeno devi! Quando sarà il momento, lo faremo accompagnare a casa dalla persona
preposta, e dopo pochi minuti Matteo si ricorderà che vivevi con lui, ma che ti sei trasferita da un tuo
parente. Che poi è quello di cui sono convinte già tutte le persone che ti conoscono: così tutto sarà più
semplice». Spiegò Morwenna.
«Certo, ma allora non è possibile evitargli il dolore della mia perdita, e poi porre fine a tutto una
volta che questa storia sarà finita?». Chiese Celine, sperando di poter evitare la parte in cui lacerava il
cuore di Matteo e ci camminava sopra con i suoi nuovi tacchi appuntiti.
«Prima di tutto devi dirglielo. Recidere il legame con lui servirà a rendere il procedimento più
facile. Inoltre non sappiamo quanto ancora andrà avanti la situazione che si è venuta a creare»
Morwenna si fermò per riflettere su cosa dire poi scelse la verità. «Ermer ed Erskine probabilmente
dovranno affrontare un viaggio, non possiamo rischiare che Matteo faccia il diavolo a quattro con Mavi
per venirti a trovare. Devi fare in modo che se ne faccia una ragione prima dell'intervento sulla
memoria. Sei tu per prima a dover recidere il filo che vi lega: se serberà una speranza di stare con te, è
possibile che i ricordi tornino. Se non vogliamo rischiare di compromettere la sua memoria sul serio,
bisogna che il distacco gli risulti già permanente. Il dolore ci spinge a volerne dimenticare la causa, e la
mente di Matteo sarà, inconsciamente, ben disposta a lasciarti andare». Spiegò Morwenna.
«Hai ragione. Almeno questo glielo devo. Non posso semplicemente sperare che qualcuno lo
faccia al posto mio». Osservò Celine rendendosi conto di quanto fosse stata egoista e codarda.
«Esattamente». Concordò Morwenna.
«Devo andare alla Divisione per parlargli, ma non voglio che Aidan mi accompagni». Disse
Celine tentando di imporre la sua condizione.
«Come mai?» S'incuriosì Morwenna.
«Matteo non sarà certo felice di quello che sto per fare, e vedere Aidan lo irriterebbe
ulteriormente». Rispose Celine, nascondendo l'altra parte della verità. Non voleva nemmeno che Aidan
sapesse cosa aveva intenzione di fare: sarebbe stato come urlargli in faccia che si era resa libera per lui.
«Capisco. Chiederò a Ermer di materializzarsi qui, venire con te e poi riaccompagnarti. Vestiti,
intanto» Disse Morwenna pratica.
Quando Morwenna uscì dalla stanza, Celine decise di indossare la sua tenuta da combattimento.
Era meglio non mettere abiti umani ed evitare di ricordare a Matteo quello che lei era prima: vederla
vestita come una di loro, avrebbe aumentato il distacco, "o forse me la sto solo raccontando" pensò
Celine.
Aveva una sola certezza: stava per fare un gesto orribile, ma almeno era la cosa giusta.
Scegliere il giorno della morte di sua madre per dirglielo non era la scelta più adatta, ma non poteva
mettere a rischio le persone che dovevano sorvegliarlo, e lui. Come diceva Morwenna, alla quale
sembrava bastassero pochi attimi per conoscere davvero qualcuno, dopo la partenza di Ermer ed
Erskine, Matteo avrebbe iniziato a bersagliare di richieste Mavi per accompagnarlo da lei, mettendo in
pericolo entrambi. Un lieve bussare alla porta interruppe i suoi pensieri.
«Avanti». Disse Celine.
Era Ermer.
«Ho pensato che avresti preferito non scendere di sotto. Possiamo partire dalla stanza a fianco
alla tua, c'è un terrazzo». Fece presente sbrigativa.
«Va bene». Acconsentì Celine.
«Non è necessario, sono in grado di farlo da sola. Dimmi dove devo arrivare per lo stop a metà
strada». Disse Celine, quando giunsero sul terrazzo ed Ermer fece per prenderle le mani.
Ermer le spiegò la strada che aveva elaborato, alternativa rispetto a quella percorsa da lei con
Aidan, e si accordarono per un punto preciso. Una volta incontratesi ripartirono alla volta della
Divisione. Ermer accompagnò Celine nello stesso salottino in cui lei la prima sera aveva ascoltato da
Aidan la storia di Gallaibh. Era buffo come le sembrasse passato un secolo da quella sera, quando era
stato pressappoco una settimana prima. Nel momento in cui si aprì la porta ed entrò Matteo,
guardandola adorante, Celine si sentì il cuore trafitto da mille chiodi.
Trovò però la forza di fermarlo, quando lui si avvicinò per baciarla, spinta anche dall'insana
repulsione che provava. Non riusciva a contrastare quel sentimento, e nemmeno comprendeva da dove venisse.
«Sono venuta per parlarti. Sediamoci». Si limitò a dire.
Matteo sembrava sconcertato. Probabilmente aveva pensato che lei fosse andata a trovarlo per
passare del tempo con lui, e invece lei si apprestava a prendere il suo cuore e camminarci sopra. Se le
avesse detto che la odiava lo avrebbe accettato senza battere ciglio: in fondo, se lo meritava.
Nella frazione di secondo che impiegò a fare questi pensieri percepì contemporaneamente una
nota stonata, come se fosse sbagliato sentirsi in colpa per Matteo, ma non riuscì ad afferrare l'impulso
inconscio mandatole dal suo cervello.
«Celine, non mi piace questa storia. Mi stai spaventando». Disse Matteo, cercando di afferrarle
le mani che lei ritrasse prontamente.
Se doveva fare quello per cui era venuta, non poteva permettersi nessun tentennamento.
«Sono molto dispiaciuta per la morte di tua madre, e ho riflettuto a lungo prima di venire a
parlare con te, ma non posso più rimandare». Iniziò cercando di mantenere un tono neutro.
«Cosa stai cercando di dirmi?» Chiese Matteo che evidentemente non voleva renderle le cose facili.
«Devi sapere che io non tornerò a casa...» Cercò di dire Celine.
«Lo avevo immaginato, ma non c'è problema» la interruppe prontamente Matteo «Troveremo
un equilibrio. Posso abbandonare tutto e trasferirmi in via permanente qui».
Celine si alzò in piedi e iniziò a girovagare per la stanza. Non ce la faceva a stare ferma. Aveva
cercato di prendere il discorso alla lontana, ma doveva andare dritta al punto.
«No, Matteo. Non possiamo più fingere che non sia cambiato tutto. Non posso continuare a
illuderti circa una cosa senza futuro...» Disse cercando di fargli capire dove voleva arrivare.
«Il futuro possiamo deciderlo noi, Celine. Sarà difficile, ma ce la faremo. Ti stai preoccupando
inutilmente». La interruppe nuovamente lui.
«Lasciami finire di parlare, te ne prego. Il futuro non c'è: tu dovrai tornare alla tua vita, e non
puoi fingere di essere uno di noi». Disse più dura di quanto avrebbe voluto.
«La verità è che ora hai trovato della gente che ti considera, e te ne freghi di tutto quello che ho
fatto per te! Mia madre è morta per colpa tua!» Esclamò lui con cattiveria. Teneva i pugni serrati
appoggiati sulle gambe, fremendo di rabbia.
«Può darsi che sia così, ma proprio per questo non posso farti rischiare la vita per un sentimento
che non nutro. Non posso permettere che tu rischi ancora che ti facciano del male per venirmi a
trovare». Spiegò Celine ignorando le parole amare che lui le aveva rivolto. Se le meritava tutte.
«Non cercare di sentirti meno in colpa per qualcosa che fai solo per te stessa, dicendo che lo fai
per me» la aggredì Matteo «Sei solo un'ingrata. Io ti sono stato vicino per anni. Nessuno voleva la tua
compagnia e tu, appena hai trovato qualcuno che credi migliore, ti sei dimenticata di tutto».
Matteo si alzò in piedi a sua volta, piazzandosi davanti a lei.
«Ti sei fatta fare il lavaggio del cervello da loro! Non sei obbligata a fare tutto quello che ti
dicono, puoi ancora scegliere!» Le disse, scuotendola per le spalle.
Celine si liberò dalla presa mandando a sbattere Matteo contro il muro. Non sapeva nemmeno
lei di essere capace di quella forza: era stata una reazione istintiva, come se fosse qualcuno da
allontanare. Ora, vedendo Matteo che la fissava attonito, si rendeva conto di quello che aveva fatto e non sapeva spiegarselo.
«Mi dispiace. Non sono ancora in grado di controllare bene la mia forza, a quanto pare.
Ascoltami, Matteo. Hai ragione. Tu mi sei sempre stato accanto, però ho sbagliato a iniziare la mia
storia con te. Avrei dovuto dirti sin da allora che ti amavo come un fratello, ma non lo sapevo
nemmeno io. Ora ho capito che non ti amo, e non voglio che tu ti senta legato a me in alcun modo».
Erano parole amare e dure, ma Celine sapeva che avrebbe dovuto essere sincera fino in fondo se
voleva che lui la odiasse e la dimenticasse più facilmente. Inoltre il disprezzo che Matteo le avrebbe
rovesciato addosso se lo meritava tutto.
«Sei solo un'egoista! Ti sei presa una cotta per quel fighetto biondo arrogante e vuoi essere
libera di farti sbattere da lui, sempre che tu non lo abbia già fatto! Ma sappi che quando si stuferà di te
e ti butterà via come uno straccio non potrai tornare da me perché farò altrettanto. Le persone come te
sono solo spazzatura, e come tali meritano di essere trattate». Sputò lui con astio.
Celine si sentì pungere gli occhi. Erano lacrime di rabbia, ma le trattenne.
«Come puoi pensare che io sia stata con Aidan?» Domandò allibita.
«Non so più cosa pensare di te, Celine. Non so nemmeno se ti ho mai davvero conosciuto. In
questo momento, solo guardarti, mi nausea». Rispose Matteo, il disprezzo nella sua voce palpabile.
«Capisco. Allora me ne vado, così ti risparmio la mia compagnia». Colse la palla al balzo
Celine, che non vedeva l'ora di andarsene. Iniziava a sentire un disagio profondo che non era dato da
ciò che aveva fatto, ma dal modo in cui Matteo la guardava. C'era qualcosa di strano nei suoi occhi, ma
non riusciva a coglierlo. Forse, pensò, dipendeva dal fatto che, in effetti, lui non l'aveva mia guardata
con disprezzo e non ci era abituata.
«Peccato che non abbiano ucciso me al posto di mia madre. Ti saresti risparmiata tutto questo».
La pungolò, con tutta probabilità, cercando di aumentare il suo senso di colpa.
«Non dirlo nemmeno per scherzo, Matteo. Per quanto mi odi, io invece continuerò ad amarti
come il fratello che non ho mai avuto. Sarai sempre importante per me, e non ti dimenticherò mai».
Rispose, scioccata che lui potesse realmente pensare che lo avrebbe voluto morto.
«Nemmeno io, dopo stasera, ti dimenticherò mai. Non scorderò mai quanto sei squallida e
diversa dalla persona che credevo di amare. Non voglio vederti mai più, e ora vattene». Rispose Matteo
irato.
Erano parole dure ma Celine le accettò di buon grado: se l'era meritate tutte.
Trattenne le lacrime fino in fondo al silos all'aperto, poi si lasciò andare a un pianto liberatorio.
Non si era accorta di non essere sola, ma Ermer comparve dalle ombre.
«Non sempre è facile fare la cosa giusta». Osservò la donna sbrigativa.
«Ogni singolo insulto che mi ha rivolto Matteo me lo sono ampiamente meritata». Rispose Celine.
«Non sempre è un male, sentirci dire dagli altri quello che non vogliamo ammettere con noi
stessi. Aiuta anche noi, anche se può essere brutale».
Celine in quel momento non aveva per niente voglia di ripercorrere gli eventi. Desiderava solo
sparire. In fondo al cuore sapeva di aver fatto quella scelta perché, dal momento in cui aveva visto
Aidan per la prima volta, nel suo cuore non c'era stato più spazio per altro. Erano i suoi baci che
desiderava, le sue labbra che bramava: tutto quello che non aveva mai sentito per Matteo lo aveva
provato per Aidan dal primo singolo sguardo, sin da quando le era sembrato solo un frutto della sua
fantasia. C'era qualcosa, dentro di lei, che le gridava che dovesse stargli vicino. Era come un istinto che
andava oltre le sue facoltà: aveva provato a reprimerlo, ma non ce la faceva. Era come se sapesse che
lui era tutto ciò di cui aveva bisogno, e anche se al momento, per quanto ne sapeva, era un sentimento a
senso unico, non sarebbe stato giusto illudere ancora a lungo Matteo di qualcosa che era certa di non
aver mai provato.
«Sono anche terribilmente in pena per Mercurio, il mio gatto. Ormai sono certa che non lo
rivedrò mai più, chissà dov'è finito». Disse Celine più triste che mai.
Le sembrò che nel momento in cui era iniziata quella nuova vita avesse tradito tutti quelli che
l'avevano amata davvero in quegli anni di solitudine, specialmente Mercurio. L'animale non si
staccava mai da lei, e proprio la notte in cui era andata via, era sparito senza lasciare traccia. Adesso
che Matteo non sarebbe più tornato a casa sua, le speranze di poterlo rivedere erano pressoché inesistenti.
«Mi dispiace molto, Celine. Non possiamo permetterti di tornare in quel posto per nessun
motivo. Però d'ora in poi la casa sarà tenuta sotto sorveglianza per vedere se si avvicina qualcuno, e in
caso vedano il tuo gatto dirò loro di prenderlo e portartelo». Rispose Ermer dimostrandole per la prima volta un po' di umanità.
Celine annuì. Era già qualcosa, magari Mercurio sarebbe tornato a cercarla e i Custodi lo
avrebbero trovato.
Quando si calmò, ripartirono alla volta della Villa e Celine andò il più silenziosamente possibile
nella sua stanza, mentre Ermer andò da Morwenna.
Bussò alla sua porta senza farsi annunciare, sapendo che l'avrebbe trovata sveglia. Non fece in
tempo a terminare la vibrazione del colpo dato sull'uscio, che si sentì un secco «Avanti!» Provenire dall'altra parte.
«Com'è andata?» Le chiese con impeto Morwenna.
«La ragazza soffre più per il senso di colpa che per ciò che ha fatto. È andata a letto». Rispose
Ermer accomodandosi su una poltrona.
«Ma tu non sei qui solo per questo, dico bene?» Indagò Morwenna, che leggeva tra le righe come sempre.
«Infatti. Durante la giornata, come ci avevi chiesto in precedenza, abbiamo svolto delle
ricerche. Erskine ha scovato una lunga trasferta della coppia, e ha concluso le sue indagini telefoniche
solo poco fa». Rispose Ermer telegrafica come sempre.
«E allora? Non tenermi sulle spine!» Esclamò Morwenna.
«I genitori di Celine hanno vissuto tre anni in Francia. Quando sono tornati, avevano la bambina di pochi mesi con loro».
«Avete rintracciato l'istituto presso cui è stata adottata?» Chiese Morwenna, la voce tesa, il
corpo proteso verso l'amica quasi a volerle strappare le parole di bocca.
«A questo punto le cose si sono complicate. Abbiamo chiamato tutti gli orfanotrofi della
regione, ma non risultava che nessuno con il nome dei genitori adottivi di Celine avesse adottato una bambina».
«Quindi siamo ad un altro punto morto?» Domandò Morwenna esasperata.
«No. Inizialmente io pensavo che non ne sarebbe uscito nulla, e ho iniziato per scrupolo a
prendere contatto anche con gli orfanotrofi delle regioni confinanti, ma è stato Erskine ad avere l'idea vincente».
«Per l'amor del cielo, vuoi dirmi cosa avete scoperto senza tanti giri di parole?» Disse
Morwenna impaziente.
«Erskine ha iniziato a chiamare gli ospedali. È risultato che diciotto anni fa, una coppia con lo
stesso nome ha avuto una figlia che si chiamava Celine».
«Ma Celine non era loro figlia!» Esclamò Morwenna spazientita.
«E questo non ti dice nulla?» La sollecitò Ermer.
«Non capisco dove vuoi arrivare». S'innervosì ulteriormente l'altra.
«È ovvio che tua nuora e quella donna si siano conosciute. Celine deve essere nata per caso
mentre anche la signora Vendramin era in quello stesso ospedale. Ovviamente a suo nome non risulta
nulla, ma tuo figlio minore non era un abile manipolatore? Se non sbaglio, era in grado di creare
portentose illusioni». Suggerì Ermer.
«È vero. Caswyn spesso andava a combattere, anche se non era un laoch, tale era la portata dei
suoi poteri. Capisco: sicuramente avranno fatto in modo che all'ospedale la nascita risultasse
direttamente a nome di qualcun altro, in modo che da eventuali indagini Celine risultasse figlia
legittima di una coppia d'insospettabili umani». Concluse Morwenna, ora che tutti i tasselli quadravano.
«Tuttavia credo che i tempi per parlarne a Celine non siano maturi. Ancora non vi è nulla di
certo». Osservò Ermer, preoccupata dall'eccessivo desiderio che aveva sicuramente Morwenna di
riunirsi a qualcuno della sua famiglia ancora in vita.
«Non posso che condividere questo pensiero. Domani però annuncerò a Celine che siamo pronti
per apporle il suo tatuaggio. Voglio che la cerimonia abbia luogo dopodomani: in questo modo avrà
ricevuto tutti i doni necessari a incrementare il suo potere. È necessario, in caso la attacchino, che sia
pronta e preparata a difendersi come meglio può». Disse Morwenna decisa.
«Certo. Non mancherà nessuno di noi, lascerò solo Brian a badare all'umano».
Morwenna le fece un cenno d'assenso, ma c'era ancora una questione che turbava Ermer.
«Ho solo un dubbio inerente alle nostre scoperte». Disse quand'era già sulla porta.
«Dimmi». La esortò Morwenna.
«Per quale motivo, dopo essersi dati tanta pena per far credere fosse la loro figlia naturale,
hanno detto a Celine che era stata adottata?» Chiese Ermer perplessa.
«Non ne ho idea, ma ora che me lo dici posso solo immaginare che sia stata la stupidità degli
umani ad attirare le forze di Fàs su Celine». Rispose Morwenna.
...
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...
Capitolo 14 - Gli scherzi del cuore.
...
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...
Era l'alba.
Celine non aveva chiuso occhio, i pensieri che le ronzavano in testa come uno sciame di vespe
impazzite. Non ce la fece più a stare nel letto e si alzò. Indossò la tenuta, decisa a sparire nei meandri
del giardino prima che qualcuno la notasse.
"Vigliacca". Si disse da sola.
Non se la sentiva di vedere Aidan e dirgli come se niente fosse cosa aveva appena fatto, né
voleva tacerglielo. Non sapeva nemmeno lei cosa desiderasse fare. Senza rendersene conto, camminò
fino allo spiazzo dove, qualche giorno prima, lei e Aidan si erano allenati. Si sedette per terra
appoggiando i palmi delle mani sul terreno: le pareva quasi di trarre conforto dalla vita che sentiva
scorrere nella terra. Le facevano male gli occhi e le brontolava lo stomaco per la fame, ma l'idea di
sedersi a colazione con gli altri le fece passare immediatamente l'appetito.
Perse la cognizione del tempo. Poteva essere lì da due ore o da pochi minuti quando si sentì
chiamare per nome.
La sua testa schizzò in direzione di quella voce: le sembrava quasi di essere come una pianta
che sente arrivare l'acqua dopo un mese di siccità. Aidan era in piedi dietro di lei, e ovviamente era
bellissimo. Il sole che sorgeva da dietro le sue spalle illuminava l'oro dei suoi capelli; il viso, più in
ombra, era serio, gli occhi blu accesi; indossava dei semplici pantaloni neri e una camicia bianca
sbottonata fino allo sterno come sempre.
«Ciao». Disse Celine alzandosi in piedi.
«Ciao? Sei sparita nel nulla e tutto quello che sai dirmi è ciao?» Domandò lui sarcastico.
«Non sono sparita nel nulla, ero nella stanza di fronte alla tua». Replicò Celine tergiversando.
«Per quanto ne sapevo potevi anche essere in Australia, visto che non ti sei degnata di proferire
parola». Le fece notare Aidan avvicinandosi a lei.
In quel momento Celine avrebbe solo voluto colmare la distanza che li separava e rifugiarsi tra
le sue braccia, ma probabilmente Aidan l'avrebbe presa per matta.
«Mi dispiace. Avevo bisogno di riflettere». Si limitò a rispondere invece.
«Ti ho portato qualcosa, visto che a colazione non c'eri». Disse Aidan porgendole un sacchetto
di carta. Dentro c'era la sua brioche preferita, il croissant con dentro la crema alle mele.
Quel semplice gesto di cortesia la commosse, o forse era solo scombussolata e basta. Una
lacrima impertinente, disobbedendo al suo comando, scivolò lungo la sua guancia. Ad Aidan non
sfuggì: in un attimo ridusse la distanza tra loro, prendendole il viso tra le mani e costringendola a
guardarlo negli occhi.
«Celine, mi stai facendo impazzire. Cosa c'è che non va? Morwenna non mi dice niente, e so di
non averti fatto nulla ma sembra che tu mi stia evitando. È così?» Le chiese senza abbandonare il suo
sguardo.
Lo disse con slancio, gli occhi che ardevano. Sembrava realmente preoccupato dalla situazione,
e Celine non seppe resistere alla vicinanza. Le sue mani si mossero come padrone di un cervello a
parte, e si allacciarono dietro la schiena di Aidan. Si strinse a lui poggiandogli la testa sul petto,
volendo solo sentire il suo profumo. Quando lui ricambiò l'abbraccio, Celine inspirò con forza, e sentì
come sempre quell'aroma che amava: luce, liquirizia e un prato bagnato dalla pioggia. Era impossibile
definire la sensazione che le dava quel profumo, una droga potentissima che le mandava in tilt ogni
singola cellula cerebrale. Ciononostante il suo stomaco decise di rovinare quel momento ruggendo
disperatamente. Dalle labbra di Aidan sfuggi un risolino.
«Ecco perché mi hai abbracciato! Non eri felice di vedermi, era per ringraziarmi per la
brioche!» la canzonò «Vieni, sediamoci sulla panchina. Mentre mangerai ti darò una bella notizia».
Celine lo seguì di buon grado. Inutile negare ciò che il suo stomaco desiderava e dopotutto lei
era assetata di buone notizie. Sedendosi, Aidan tirò fuori dalla tasca posteriore dei jeans un piccolo
thermos.
«Caffè». Disse sorridendo.
«Eccellente!» Rispose Celine con entusiasmo. Non si era accorta di quanto desiderasse una
bella tazza di caffè fin quando Aidan non l'aveva nominata.
«Eccellente è il mio secondo nome!» Esclamò lui.
Celine iniziò a divorare la sua brioche senza preoccuparsi di Aidan che la fissava divertito.
Aveva troppa fame per preoccuparsi che la stesse osservando mangiare. Evidentemente lui capì che era
a suo agio, perché iniziò a parlare senza aspettare che lei finisse.
«Sono venuto a dirti che la cerimonia per il tuo tatuaggio è stata fissata per domani». La
informò senza tanti preamboli.
«Domani?» Domandò Celine sbiancando. «Ma io ancora non so niente!». Esclamò preoccupata,
la brioche che ora sembrava incastrata in gola.
«Non è mica un'interrogazione, sciocchina» la canzonò Aidan, poi vedendo la sua espressione
preoccupata continuò «sarà un momento bellissimo. Dovrai imparare una breve formula, ma potrai
farlo anche stasera in camera. Sono poche parole, per il resto dovrai rispondere sì a tutte le domande
che ti porranno. La cosa più lunga da fare sarà quella che faremo appena avrai finito di mangiare».
«Sarebbe?» Chiese Celine, la voce era un misto tra curiosità e ansia.
«Andiamo dai tessitori a farti prendere le misure dell'abito per la cerimonia. Poi a farlo ci
penseranno loro. In realtà le tue misure le hanno già, ma è una formalità per vedere se ti sta a
pennello». Spiegò Aidan prendendola in giro, facendo il verso a qualcuno che le prendeva le misure.
«Sembra divertente!» Rispose Celine entusiasta dalla prospettiva. Non aveva mai avuto un abito
fatto su misura.
«Per voi ragazze lo è di più: il vostro vestito è molto bello. Quello di noi ragazzi è una specie di
tunica da frate, ed io senza i pantaloni sono a disagio. Tu, invece, sarai bellissima». Disse Aidan
arrotolandosi una ciocca dei suoi capelli attorno al dito.
«Grazie». Rispose Celine poggiando la sua mano su quella di Aidan «riesci sempre a mettermi
di buon umore».
Non appena pronunciò quelle parole, sentì che il sangue le affluiva al viso. Sicuramente aveva
le gote imporporate, ma non le importò più quando Aidan le poggio il palmo su una guancia.
«Allora, mi vuoi dire cosa è successo e perché mi evitavi, prima che io impazzisca del tutto?».
Le chiese diretto.
Celine decise di rispondere con sincerità.
«Non stavo evitando te. Avevo bisogno di stare sola per maturare la scelta che ho fatto. Volevo
essere sicura al cento per cento che dipendesse solo da me. Devo ammettere, però, che è stato solo
grazie alla visita che mi ha fatto Morwenna per portarmi la cena che sono riuscita a fare quello che
dovevo». Iniziò Celine, incerta su come dirgli cos'era successo la sera prima.
«Pensavo che stessi male per la morte della madre di Matteo, o che t'incolpassi di quanto era
successo. Non credevo stessi maturando una decisione». Osservò confuso.
«All'inizio non lo sapevo nemmeno io». Rispose stringendosi nelle spalle.
«Così sono più confuso di prima».
C'era ancora un velo di preoccupazione nella voce di Aidan, ma ora era la confusione a
prevalere.
«Ero convinta di sentirmi in colpa per quei motivi, mentre stavo male per una cosa che in fondo
sapevo di dover fare. Quando Morwenna è venuta a trovarmi mi ha detto che avrei dovuto prendere una
decisione in merito alla mia storia con Matteo». Iniziò Celine incerta.
Aidan ora guardava il terreno, ma non parlava, aspettava che lei continuasse.
«Ha ribadito che le nostre vite e quelle degli umani non s'incrociano mai profondamente e che
prima o poi avrei dovuto lasciare Matteo perché non avrei potuto continuare a essere una di voi e stare
con lui. Così ieri sera, accompagnata da Ermer, sono andata a trovarlo alla Divisione e l'ho fatto».
"Brava Celine! Che modi delicati!" Pensò subito dopo rendendosi conto del modo in cui lo
aveva detto.
Aidan si voltò verso di lei sgranando gli occhi.
«Non avresti dovuto fare una cosa che ti arrecava dolore per compiacere Morwenna. Ci saresti
dovuta arrivare pian piano».
«Non è per questo che sto male, lasciami finire». Lo interruppe Celine.
«È dal giorno in cui sono arrivata qui che ho sentito la mia vecchia vita svanire, come un
castello di sabbia travolto da un'onda. Tutte le volte che Matteo mi diceva che appena avessi imparato
quello che c'era da sapere sarei potuta tornare a casa assentivo, ma sapevo di mentirgli. Sapevo che non
sarei mai tornata a casa con lui».
Celine si arrischiò a guardare Aidan, che però aveva ripreso a fissare il terreno con grande
interesse, quindi proseguì il discorso.
«Ho capito che non amo Matteo, e non l'ho mai amato più di quanto si possa amare un fratello.
Solo che a parte i miei genitori e lui non ho mai avuto vicino nessun altro. Quando ha preteso da me
qualcosa di più, mi sono lasciata coinvolgere. Mi stupiva non provare certe emozioni, ma lo attribuivo
al mio essere così introversa» ora che aveva iniziato, un fiume di parole incontrollato continuava a
uscirle di bocca. «Prima di entrare a fare parte di questo mondo mi sono sempre vista come una tonalità
di grigio in mezzo ad un universo dai colori brillanti. Mi accostavo a ogni posto e situazione passando
inosservata. Non ho mai avuto una cotta o un batticuore, non mi soffermavo a guardare gli altri:
giacché loro mi avevano sempre ignorato, pensavo che l'amore di cui leggevo nei libri non esistesse.
Poi mi sono resa conto che sbagliavo. Anche allora però mentivo a me stessa, ma per codardia. Non
avevo il coraggio di affrontare Matteo. Ora sto male perché mi sento in colpa. Più ci penso e più
riconosco che fare il passo che ho compiuto ieri sera è stata una liberazione, e fa male sapere di sentirsi
bene alle spalle del dolore di un'altra persona».
Aidan tornò a volgere il suo sguardo su di lei, una tacita domanda nei suoi occhi che però decise
di lasciar correre.
«Non pensarci più. Se le cose stanno così hai fatto la cosa giusta anche per lui. Adesso andiamo
a provare l'abito per la cerimonia. Stasera ci sarà la cena in tuo onore, o meglio una versione più
intima, perché la festa vera e propria sarà domani ma Morwenna ci teneva a farne una privata». Disse
alzando gli occhi al cielo.
Aidan si alzò e le porse la mano. Celine senza pensarci ci infilò dentro la sua e si avviarono
verso la villa punzecchiandosi a vicenda. Celine continuava a prenderlo in giro riferendosi a lui
abbigliato in tunica, tanto che Aidan a un certo punto esclamò «Se non la smetti giuro che la tiro fuori
dai meandri in cui è sepolta e ti obbligo a venire a cena con me conciato in quel modo in centro a
Venezia!»
Questo scatenò nuovamente un attacco di risate da parte di Celine. Non aveva mai camminato
per mano con qualcuno, di solito quando andava in giro con Matteo cercava di tenere le mani in tasca o
impegnate. Le sembrava una cosa imbarazzante, mentre ora mano nella mano con Aidan le sembrava di
volare.
Arrivati nell'atrio incontrarono Kaina, che quando vide che si tenevano per mano guardò Celine
con cattiveria.
«La tieni per mano per paura che scivoli e batta la testa sui suoi stessi piedi?» Domandò rivolta
ad Aidan.
«In realtà lo faccio perché, se sparisce di nuovo, sarò io a sbattere la testa sui miei stessi piedi».
Rispose, continuando a camminare.
Kaina rimase ammutolita, e loro proseguirono per la loro strada senza ulteriori incontri.
Quando entrarono nell'area dedicata ai tessitori, Celine fu nuovamente impressionata dalle
stoffe multicolori, dalle polveri impilate nei barattoli di vetro, dall'odore e dagli strumenti. Si accorse a
malapena che si stava avvicinando a loro una donna che non aveva notato la volta precedente.
La nuova arrivata doveva avere intorno ai quarant'anni, e stavolta Celine non s'interrogò
sull'età perché era consapevole che i residenti invecchiavano normalmente. Era molto esile, dalla
carnagione chiarissima. I capelli biondi erano raccolti in un elegante chignon e gli occhi verdissimi
curiosi e attenti. Indossava un abito lungo dal collo alto di un blu molto scuro che faceva risaltare
ancora di più la pelle diafana.
«Celine, ti presento Kerra. È il capo dell'ordine dei tessitori a Gallaibh, e padrona del più
bell'atelier della nostra amata Capitale. È venuta fin qui per il tuo abito sotto invito di Morwenna» La
tolse d'impaccio Aidan facendo le presentazioni.
«È un vero piacere». La salutò Kerra, facendole un inchino.
Celine si era fermata per tempo: stava per porgerle la mano.
«Il piacere è tutto mio». Rispose imbarazzata.
«Molto bene. Ora che ci siamo presentate tu, mio caro Aidan, ti metterai lì buono su quella
sedia, mentre Celine verrà con me a provare l'abito che ho già imbastito». Disse pratica Kerra.
Aidan sollevò le mani in segno di resa e si andò a sedere esattamente dove gli era stato
detto. Celine si fece guidare da Kerra fino a uno stanzino sul retro con tanto di pedana e specchi da
tutte le parti, dove un manichino indossava l'abito più bello che lei avesse mai visto.
«Dalla tua espressione deduco che ti piace ciò che vedi». Osservò Kerra accarezzando la sua
creazione.
«Puoi dirlo forte, è davvero incantevole!» Esclamò Celine con gli occhi scintillanti.
L'abito era stupendo, seppur molto semplice. Aveva in sé una magnificenza notevole: dovevano
essere le polveri che usavano per colorarli e trattarli a conferire alle stoffe quella luminescenza
impalpabile. Ricordava vagamente una di quelle tuniche che indossavano le donne greche. Il colore
predominante era il verde smeraldo. La gonna ampia lunga fino ai piedi era leggermente plissettata, e
terminava un po' sopra la vita fasciando il busto. In quel punto sia davanti che dietro s'incrociavano
delle sottilissime strisce marroni, i legacci per tenere stretto l'abito in vita, disposti in modo tale da
ricordare i rami di un albero. Dalla vita partivano due strisce di tessuto che s'incontravano sulle
spalle con le due strisce che salivano per la schiena, chiudendosi con una fibbia dorata. Il tessuto
sembrava velo. Mentre continuava a girarci attorno, guardandolo ammirata, Kerra lo sfilò dal
manichino e porgendoglielo.
«Provalo». Suggerì con un sorriso.
Celine si spostò dietro un piccolo paravento per spogliarsi e indossare l'abito, quando si guardò
allo specchio rimase esterrefatta. Sembrava una dea con quel tessuto impalpabile addosso: il colore
metteva in risalto i suoi lunghi capelli dai riflessi ramati. In parte però si sentiva imbarazzata a girare in
mezzo agli altri così, sentendosi seminuda. Le sarebbe bastato alzare un braccio, o fare una mossa
scomposta per incappare in una figura a dir poco indecente. Spostando la gamba per uscire da dietro il
paravento realizzò che la gonna era tagliata da due profondi spacchi ai lati. Avrebbe dovuto camminare
con estrema grazia.
Quando uscì, Kerra la guardò soddisfatta.
«E' quasi perfetto! Lo stringerò appena sulle spalle in modo che sia meno fluttuante. Avrai già
capito che dovrai essere estremamene composta, ma d'altra parte tutta la cerimonia lo richiede».
«Certamente». Assentì Celine.
«Passi piccoli. Non sollevare le braccia sopra la testa, e tutto andrà alla perfezione» disse
sorridendole incoraggiante  «ora cambiati: per stasera sarà perfetto».
Quando Celine tornò nello stanzone principale Aidan era deluso.
«Ehi, pensavo che avrei assistito anch'io alla prima prova». Disse incrociando le braccia.
«Non prendertela con me. Ho fatto tutto quello che mi ha detto Kerra». Rispose Celine
stringendosi nelle spalle.
«Ah, Kerra è impossibile. Lo vedrò domani. Vuoi fare un po' di allenamento?» Domandò
Aidan.
«Assolutamente no. Ora andiamo nella stanza per la cerimonia e mi dici ogni singola
cosa».  Rispose Celine, che stava per essere assalita dall'ansia ora che la parte divertente era passata.
«Celine, ti stai agitando per niente». Ribadì lui cercando di calmarla.
«Fai presto a parlare tu! Ci sei nato in mezzo a questo mondo. Io invece dovrò camminare in
mezzo a tutte quelle persone sconosciute e farò o dirò sicuramente qualcosa di sbagliato facendo una
pessima figura!» Replicò Celine con voce stridula.
«Ansia da prestazione?» La canzonò lui.
«Non c'è niente di divertente! A me non piace stare al centro dell'attenzione». Scattò lei
nervosa.
«La cerimonia è una cosa molto importante e spirituale. Ti viene apposto il marchio del tuo
elemento, quando sarà il momento non penserai a queste cose. Non è una sfilata di moda». Cercò
nuovamente di tranquillizzarla Aidan.
«Ecco, vedi? Non avrò mai un'aria abbastanza solenne, non sono dentro queste cose da
abbastanza tempo!»
«Non puoi saperlo ora, lo sentirai quando sarà il momento. Adesso è solo parlare a vuoto».
Ribatté convinto, non sapendo più cosa dirle.
«In ogni caso ora andremo lì e mi farai vedere tutto». Insisté Celine.
«D'accordo». Si arrese Aidan.
Quando entrarono nel salone Celine fu colpita di nuovo dalla magnificenza di quell'ambiente.
Era convinta che, se il resto della casa poteva almeno avere l'apparenza di un'abitazione, in questa
stanza avessero invece voluto inserire un'impronta decisa di quello che era il loro mondo a Gallaibh.
Adesso, dalla porta fino al cerchio luminoso, si stendeva una passatoia bianca, i simboli degli elementi
impressi nei muri rilucevano dei colori che rispecchiavano l'elemento che rappresentavano. Su tutti i
sedili erano stati disposti cuscini bianchi. Celine iniziò ad accusare maggiormente l'ansia da
prestazione: era certa che avrebbe fatto una figura pessima, si guardava attorno ad occhi sbarrati,
immaginando la sala piena di gente a osservarla mentre camminava su quella passatoia con la grazia di
un ippopotamo zoppo. Aveva una gran voglia di scappare.
«Celine, torna con i piedi per terra». La richiamò Aidan interrompendo le sue riflessioni.
«Non ce la farò mai. Farò una figura tremenda». Rispose deglutendo rumorosamente.
«Non dire assurdità. Devi solo camminare sulla passatoia e fermarti lì». Disse indicandole un
punto.
Aidan stava indicando il cerchio bianco, come se lei non avesse saputo che doveva andare a
fermarsi lì. Il punto era arrivarci, e poi rispondere alle domande. Aidan andò a piazzarsi sul seggio di
fronte al cerchio.
«Avanti, percorri la passatoia e vieni qui, così ti renderai conto che sono solo pochi secondi».
La incoraggiò.
Celine ubbidì, e una volta fermatasi di fronte ad Aidan si guardò intorno.
«Adesso la stanza è vuota e sono tranquilla, ma domani non sarà così». Osservò agitata.
«Domani fissa lo sguardo sul cerchio e fingi che non ci siano. Tanto dovranno stare tutti in
silenzio». Consigliò Aidan.
«Va bene, adesso dimmi cosa devo dire». Sbuffò poco convinta Celine.
«Te l'ho già detto. Dovrai rispondere solo sì e poi alla fine reciterai una formula brevissima».
Ripeté lui esasperato.
«Questo l'ho capito. Fammi le domande e dimmi la formula». Lo esortò Celine decisa a non
mollare.
«Ti dico la formula e la impari: alle domande devi rispondere solo sì».
«Tu dimmele lo stesso, tanto per eliminare ogni dubbio».
«Mi farai impazzire oggi. D'accordo, allora inginocchiati». Capitolò Aidan.
Morwenna era preoccupata dal suo stato. Le sembrava di essere tornata indietro di moltissimi
anni. Nel preparare la cerimonia del marchio per Celine aveva la sensazione di rivivere le stesse
emozioni di quando l'aveva preparata per i suoi due figli. Doveva frenarsi, non osava immaginare che
effetto le avrebbe fatto se Celine non fosse stata sua nipote come pensava. Sapeva anche che, se Celine
era davvero sua nipote, avrebbe dovuto accettare ciò che in tutti quegli anni non era mai riuscita a
mandare giù. I suoi figli e sua nuora erano sicuramente morti.
Si riscosse da quei pensieri quando Buonia bussò alla porta per farle vedere il menù per la
serata e per il giorno dopo. Approvò tutto: non c'era nessuno come Buonia capace di curarsi di certe
cose con gusto e classe senza mai strafare. Quando aveva deciso di vivere fuori da Gallaibh aveva
accettato di buon grado la proposta della ragazza di continuare a lavorare per lei.
«Dov'è Celine?» Chiese in ansia.
«Nella stanza della cerimonia». La informò Buonia ridendo.
«È in ansia? Ritieni che debba andare a parlarle? Non volevo farlo per non agitarla
ulteriormente». Disse Morwenna con una nota di apprensione nella voce.
«Oh, non so chi sia più agitato, sei lei o Aidan». Rispose la ragazza divertita.
«Aidan?» Domandò Morwenna perplessa.
«Celine lo sta facendo letteralmente ammattire, stanno ripetendo tutti i passi della cerimonia. Il
povero Aidan le ripete le stesse domande da ore». Spiegò Buonia.
«Allora è in buone mani. Tra poco vai a chiamarli per cena, poi Celine deve andare di sopra a
riprovare l'abito. Così, se c'è qualcosa che non va, i tessitori avranno ancora tempo per metterlo a
posto».
In quel momento bussarono alla porta. Era Aidan.
«Come sta Celine?». Volle sapere Morwenna.
«Sono riuscito a convincerla ad andare a farsi un bagno prima di cena, così si distrae un po'.
Ero venuto a cercare Buonia, le devo chiedere una cortesia». Disse Aidan ammiccando dalla porta.
«Bene allora, andate pure. Ci vediamo a cena». Li congedò Morwenna ritirandosi in camera
sua.
Approfittò del tempo che le restava per chiamare Erskine.
«Ci sono tracce dei nostri nemici?» Chiese direttamente appena rispose.
«Murchadh e Brian hanno pattugliato qui attorno nel raggio di tre chilometri e non si è visto
nessuno. Lo stesso hanno fatto Mavi ed Ermer intorno alla Villa e poi alla casa di Matteo. Domani non
dovremo avere problemi». La aggiornò Erskine.
«E il ragazzo?» S'informò Morwenna.
Quell'inops era una mina vagante: la preoccupava enormemente non potergli fare ripulire subito
i ricordi e trasferirlo. C'era qualcosa in lui che non le piaceva. Pareva dipendere da Celine ma in realtà
l'aveva manipolata per instillarle un forzato senso di gratitudine inducendola a stare con lui.
«Per lo più sta chiuso nella sua stanza. Non parla con noi, solo con Mavi occasionalmente».
Rispose Erskine liquidando la questione.
«Sorvegliatelo comunque. Non vorrei che commettesse qualche stupidaggine che possa
costargli la vita. Non nutro molta preoccupazione per lui, ma per l'effetto che la cosa potrebbe suscitare
in Celine». Lo sollecitò Morwenna preoccupata.
«Non andrà da nessuna parte, non ti preoccupare». La rassicurò.
«Molto bene, vi aspetto domani».
Tranquillizzata, Morwenna chiuse la chiamata, e si apprestò a scendere per cena.
Matteo era una grossa preoccupazione. Temeva che il ragazzo, per tentare di provocare un
ulteriore senso di colpa in Celine, potesse fare qualche stupidaggine. Erskine, però, sapeva il fatto suo,
e non lo avrebbe lasciato uscire.
Buonia aveva superato se stessa. La tavola era un tripudio di verde smeraldo, in onore di Celine.
Era solo una festa privata ma Morwenna ci teneva: l'indomani, con tutta la gente che sarebbe
sopraggiunta, non avrebbe potuto godersi il momento.
Nella stanza c'era già Aidan che gironzolava nervoso.
«L'immobilità ti turba più del dovuto?» Gli chiese sorprendendolo.
«Niente affatto. Sto bene qui». Rispose lui prontamente.
«Allora come mai sembri un leone in gabbia?». Chiese decisa a non farsi prendere in giro.
«Sono agitato per domani». Rispose lui scrollando le spalle.
«Non mentire con me, lo sai che non funziona». Lo redarguì Morwenna accomodandosi a
tavola e invitandolo con lo sguardo a sedersi di fronte a lei.
«Ho preparto una piccola sorpresa per Celine». Rispose Aidan fissando il piatto vuoto che
aveva di fronte.
«Ed è qualcosa che dovrei sapere?» Domandò lei con una finta nota di rimprovero.
«Temo di no». Rispose Aidan ostinandosi a fissare il piatto.
In quel momento fece l'ingresso nella stanza Celine e Morwenna fu costretta a lasciar correre.
"Odio entrare in una stanza ed essere certa che le persone presenti stessero parlando di me,
specialmente quando so per certo che è così. Ora, come sempre, sono pietrificata sulla soglia e non ho
il coraggio di entrare. Domani mi succederà esattamente questo, ne sono certa". Pensò Celine,
notando Aidan e Morwenna ammutolire al suo arrivo.
«Celine, mia cara, non stare lì sulla porta. Aidan mi raccontava di quanto ti sei preparata oggi».
La esortò ad accomodarsi Morwenna indicandole il suo posto a tavola.
«Sono certa che non basterà a salvarmi dalla pessima figura che farò domani». Rispose di
cattivo umore avanzando verso il suo posto.
«Non essere così pessimista. Vedrai, quando avremo finito e inizierà la festa ti verrà da ridere al
pensiero di tutta quest'agitazione». La rincuorò Morwenna.
«Gliel'ho già detto anch'io che non deve avere paura, ma non vuole sentire ragioni». Aggiunse
Aidan strizzandole l'occhio.
Celine decise di non proseguire sull'argomento. Per loro, che erano sempre vissuti in quel
mondo, era impossibile comprendere quanto tutto fosse strano e nuovo. Lei si sentiva molto in
imbarazzo all'idea di sfilare di fronte a tutte quelle persone, comprese quelle che avrebbero assistito
da Gallaibh: aveva paura che si alzassero tutti in piedi accusandola di essere un'intrusa.
Mise da parte le sue fantasie per concentrarsi su quello che stava servendo Buonia.
Vista la magnificenza dei piatti che aveva preparato quella sera, non osava immaginare cosa ci
sarebbe stato al ricevimento dell'indomani. Pur avendo lo stomaco chiuso, s'impose di mangiare: non
si poteva dire di no a certe delizie.
Buonia presentò come antipasti asparagi allo zabaione salato e barchette croccanti con mousse
di tonno. Poi fu la volta dei primi, ugualmente eccezionali: fagottini di porri salmone e robiola e
garganelli al ragù di asparagi e zucchine.
Celine era già piena fino alle orecchie, ma Buonia, con sapienza, presentò di nuovo il suo
magico sorbetto al limone. Quando finirono con quello entrò con i secondi: arrosto all'arancia e
carpaccio di pesce spada al pepe verde e rosa. Ovviamente lo spazio per il dolce si trova sempre, quindi
nessuno rifiutò la magnifica bavarese al cioccolato bianco con salsa alla menta.
Durante la cena, per fortuna, nessuno era tornato sull'argomento della cerimonia, altrimenti
Celine non sarebbe riuscita a toccare cibo. Ma non ebbe il tempo di posare il cucchiaio sul piatto dopo
il dessert.
«Mia cara, ti pregherei di salire in camera tua. Buonia ti sta aspettando per l'ultima prova
dell'abito». Le esortò Morwenna.
«Certo, vado subito». Acconsentì Celine, nuovamente assalita dall'ansia.
Aidan si alzò dalla sedia.
«Vado anch'io, sono molto stanco. Penso che andrò subito a dormire». Disse prendendo di
corsa la porta dietro di lei. Percorsero la strada che portava alle loro stanze in silenzio. Giunti davanti
alle proprie camere si salutarono frettolosamente.
Quando Celine entrò c'era già Buonia ad attenderla. La aiutò a infilarsi il vestito. Celine si
guardò allo specchio e rimase senza fiato per la seconda volta. Quell'abito era semplicissimo eppure la
faceva sembrare una principessa, avvolgendola con grazia e accarezzandola con i tanti veli sovrapposti.
Nonostante le scollature profonde tra le scapole e tra i seni non vi era nulla di volgare. Gli spacchi
laterali lasciavano intravedere le lunghe gambe a ogni passo ma tutto l'insieme era perfetto.
Quell'indumento la faceva sembrare eterea e aggraziata, anche Buonia la guardava ammirata.
«È un vestito perfetto, e ti sta magnificamente, Celine». Disse, la sincerità nel suo sguardo.
«Direi che non ci sono modifiche da fare. Se mi aiuti a cambiarmi per la notte, possiamo
metterlo nell'armadio in attesa di domani mattina». Rispose Celine che già sapeva che avrebbe passato
la notte in bianco, non vedeva l'ora di rimanere sola per rimuginarci sopra.
«Mi spiace Celine, ma ancora non puoi cambiarti, anzi devi tenere l'abito indosso». Sconvolse i
suoi piani Buonia porgendole un lungo mantello dello stesso verde dell'abito.
«Fa parte del rito? Dove dobbiamo andare?» Chiese Celine perplessa.
«Sì, ti accompagnerò in un posto, e dovrai dormire lì stanotte. Ora scenderemo al piano terra, e
poi ti dovrò bendare». La informò Buonia diretta.
«Aidan non mi ha parlato di questo». Obiettò Celine che ancora teneva in mano il mantello
senza indossarlo.
«È diverso tra ragazzi e ragazze. Stasera non puoi dormire qui: devi venire con me o tutta la
cerimonia dovrà essere rimandata». Insisté Buonia.
A Celine sembrava che Buonia fosse sul punto di perdere la pazienza e decise di fare come l'era
stato detto. C'erano così tante cose che ignorava su quel mondo, non poteva certo mettere in dubbio la
parola di Buonia in confronto alle sue conoscenze. Una volta giunti sulla scalinata esterna Buonia la
bendò. Celine non apprezzò quella privazione sensoriale, ma si fece guidare di buon grado nella notte
del giardino. Il profumo della vegetazione era intensissimo, nonostante l'autunno fosse quasi sul punto
di cedere il passo all'inverno. L'aria fredda le si insinuava sotto il mantello che restava abbottonato
solo sulla gola. Dopo aver camminato per un tempo che  le parve infinito iniziarono a salire dei
gradini, e quando si fermarono Celine non resistette più.
«Siamo arrivate?» Domandò stufa di camminare bendata.
«Quasi, adesso stai ferma un attimo. Appena te lo dirò potrai toglierti la benda. Arrivo subito».
Rispose Buonia.
Celine sentì i passi frettolosi di Buonia allontanarsi rapidamente, e sperò non si fosse
dimenticata qualche chiave, o sarebbe di sicuro morta assiderata lì dove l'aveva lasciata. Non osava
togliersi la benda: aveva troppa paura di mandare a monte chissà quale rituale.
«Togliti la benda, Celine».
Aidan. Non era la voce di Buonia, era Aidan.
Quando si tolse la benda, non lo vide subito. Tutta la situazione l'aveva colta di sorpresa. Si
trovava sulla piccola torre al centro del labirinto di bosso. Sarebbe stato tutto buio ma Aidan aveva
sparso in vari punti strategici i suoi piccoli globi di fuoco. Quel chiarore particolare dava all'ambiente
un che di surreale, con punti di luce e punti bui. L'odore dell'erba era intensissimo. Celine fece scorrere
lo sguardo poco a poco, e finalmente lo vide: Aidan era all'ingresso del labirinto. Quando i loro occhi
s'incrociarono riprese a parlare.
«Non sai che fatica convincere Buonia a portarti fin qui, ma ne valeva la pena. Sei incantevole».
Disse sorridendole.
Celine arrossì violentemente, ma non se ne curò. Era troppo buio ed era troppo distante per
preoccuparsi che lui lo notasse.
«Come mai questa sorpresa?» Domandò. La voce la tradiva, l'era uscito quasi un singulto.
«Quando ti ho portato qui la prima volta, e ti ho raccontato di questo posto, ho visto i tuoi occhi
illuminarsi così ho pensato ti avrebbe fatto piacere. E poi ero troppo curioso di vederti, non potevo
aspettare fino a domani». Concesse Aidan iniziando a camminare lentamente tra le siepi.
«È più facile quando ci si può materializzare, però». Lo stuzzicò Celine per spezzare il silenzio.
«Certo, ma non ho intenzione di farlo» rispose Aidan riprendendo a camminare «Non arriverò a
te tramite scorciatoie o facili percorsi. Ti raggiungerò affrontando tutti gli ostacoli che il cammino per
arrivarci m'imporrà».
La voce di Aidan le arrivava ora più vicina, ora più lontana, a seconda degli angoli che svoltava.
Celine non sentiva più il freddo della sera. Il vento le apriva il mantello e lo faceva svolazzare, ma non
se ne rendeva nemmeno conto. Vedeva solo gli occhi di Aidan che la fissavano mentre parlava.
«Non sceglierò la strada più facile o il cammino più breve: supererò ogni svolta sbagliata con la
certezza che la costanza mi premierà con la direzione giusta». Stava dicendo lui.
Non riusciva a staccare lo sguardo da quello di Aidan, mentre lui camminava con lentezza
deliberata continuando a parlare.
«Non mi presenterò a te fingendo una vittoria con un mero sotterfugio, ma mi guadagnerò
l'onore di stare al tuo cospetto. Se necessario ripeterò questo cammino infinite volte, perché solo
quando mi sarò guadagnato ciò che agogna il mio cuore sarò degno di meritarlo». Proseguì nel suo
monologo girando tra le siepi.
Ogni tanto sbagliava svolta, e tornava indietro cambiando percorso.
«Pare che la vittoria sia più dolce quando meritata, che il premio sia più ricco quando è
guadagnato con impegno, ma io non sono in cerca di un premio questa sera, Celine». Concluse.
Finalmente era arrivato ai piedi della torretta e volgeva lo sguardo in alto verso di lei. Aspettava un
segno da parte sua, ma la sua voce non voleva saperne di uscire. Strinse le mani sul bordo della
ringhiera fino a sbiancarsi le nocche.
«Cosa cerchi allora?» Sussurrò facendosi forza.
Aidan iniziò a salire i gradini e quando finalmente fu di fronte a lei il cuore di Celine inizio a
martellarle nel petto. Le prese una mano e la guidò sulla piccola panchina al centro della terrazza. Con
l'altra mano le scostò dal viso i capelli, facendole scorrere il pollice sul volto.  Le sue mani erano
fredde come il vento gelido che le sferzava il mantello, ma a quel contatto lei sentì la pelle bruciare
sotto la mano di Aidan.
«Sono in cerca di una resa». Così dicendo si poggiò la mano di Celine sul petto. Anche il cuore
di Aidan sembrava impazzito. Celine non riusciva a staccare gli occhi dai suoi, ipnotizzata, non
riuscendo a dire una parola.
«Depongo il mio cuore nelle tue mani, Celine. Fanne ciò che vuoi, poiché ti appartiene dal
primo momento in cui ti ho visto». Si dichiarò con gli occhi che brillavano.
Non occorsero parole: ad Aidan bastò cogliere il suo sguardo e poi le sue labbra furono sulle
sue.
Celine, che non aveva mai sentito niente di speciale in un bacio, capì quanto si fosse sbagliata.
Non si era mai sentita così viva eppure le sembrava di precipitare, la gravità del mondo terreno
scomparsa: tutto il suo universo ora si concentrava solo su quelle labbra appoggiate sulle sue, il resto
non esisteva più. I suoi arti non avevano peso, il suo corpo era come nebbia fluttuante. Aidan le schiuse
le labbra in un bacio più profondo e le mani di Celine presero vita animate da una volontà propria.
S'infilarono sotto la camicia per toccare la sua pelle fredda, il ventre asciutto ma scolpito, le spalle.
Con una mano lo stringeva a sé accarezzandogli la schiena e con l'altra si faceva scorrere i serici
capelli biondi tra le dita. Appena lui iniziò a sfiorarle le scapole, infilando le dita sotto le fasce del
vestito Celine sentì un fremito in tutto il corpo e si strinse a lui con maggior vigore, tanto da finirgli in
braccio. Non le importava nulla del vestito che sugli spacchi si apriva al vento, voleva solo avvinghiarsi
a lui, sempre di più. Era come una smania: anche se era incollata al suo petto, le sembrava di essere
sempre troppo distante, e desiderava sentire la sua pelle sulla sua.
Il profumo di Aidan la inebriava ma, se già prima pensava che fosse la cosa più buona del
mondo, ora sapeva che non era niente in confronto al sapore delle sue labbra carnose e dei suoi baci.
Quella era una droga che le avrebbe dato assuefazione immediata. Non sentiva il freddo, e non le
importava di essere quasi seminuda con quell'abito: voleva solo fondersi con il suo corpo, bramando
con tutta se stessa di sentirlo ancora più vicino. Quando abbandonò le sue labbra e iniziò a baciarle il
collo, le sue mani, che a quanto pare sapevano fare cose che lei non immaginava nemmeno di saper
desiderare, iniziarono a sbottonargli la camicia. Gli prese il viso fra le mani e vide negli occhi di lui lo
stesso fuoco che sentiva lei dentro. Lo baciò di nuovo inarcando il busto verso il  suo petto nudo.
Fu allora che  un fragoroso applauso li fece schizzare entrambi in piedi.
Seduta sul muretto della torretta c'era Kaina, che applaudiva ridendo sguaiatamente.
Aidan iniziò a riabbottonarsi la camicia e Celine finalmente avvertì il freddo della notte e
rabbrividendo si avvolse nel mantello.
«Lo spettacolo era divertente, ma già visto». Disse Kaina con sarcasmo.
«Cosa ci fai qui? Non hai niente di meglio da fare che spiare le persone adesso?» Le rispose
Aidan con voce tagliente.
«Sei proprio privo di fantasia, sai? Fai e dici sempre le stesse cose?» Chiese Kaina incurante del
tono sprezzante con cui Aidan le aveva parlato.
«Sto cercando di controllarmi, ma, se preferisci, posso spingerti giù dal muretto senza proferire
parola». La minacciò lui ancora più arrabbiato.
«Mi riferivo a tutto questo, insomma sempre lo stesso repertorio?» Disse Kaina puntando gli
occhi su Celine.
«Di cosa stai parlando?» Domandò Aidan facendo un passo verso di lei.
«Di questa sceneggiata vecchia come il mondo». Rispose Kaina scrollando le spalle. I suoi
occhi non mollavano Celine, studiandola come un gatto che sta puntando un pulcino.
«Insomma, la passeggiata nel labirinto al chiaro di luna, la storia del tuo cuore nelle mani
dell'amata. Ogni tanto potresti dire qualcosa di diverso, anche se pare che funzioni sempre».
Celine era in preda allo sconcerto: si era talmente lasciata prendere dal momento, che non aveva
dubitato un solo istante della sincerità nelle parole di Aidan. Lui non l'era mai sembrato costruito, e
non avrebbe mai pensato che potesse montare una simile farsa.
Kaina, vedendo il dubbio insinuarsi sul suo volto, rincarò la dose.
«Insomma, non vorrai dirmi che ci avevi creduto? Io purtroppo non sono stata interrotta come
te, dovresti ringraziarmi. Sei proprio un'ingenua». La schernì ridendo.
Nonostante cercasse di trattenersi in tutti i modi, due lacrime iniziarono a scorrerle sul viso.
Aidan cercò di avvicinarsi, ma lei arretrò.
«Non ti avvicinare». Lo bloccò, la voce rotta dal pianto.
Aidan si voltò verso Kaina furioso.
«Che cavolo vuol dire questa messa in scena, Kaina? Io non ti ho mai detto niente del genere.
Non ha senso negare che ci siamo divertiti insieme tempo fa, ma sono sempre stato chiaro e sei sempre
stata tu a cercarmi». Replicò rabbioso alle accuse della ragazza.
«Guarda che ormai non ti crede più nessuno»  rispose Kaina sfidandolo, poi rivolgendosi a
Celine diede la stoccata finale «immagino che ti abbia raccontato di essersi innamorato dal primo
momento in cui ti ha vista». Le disse con malignità.
Quello fu troppo. Celine non riuscì più a trattenersi: aveva bisogno di stare sola per dare libero
sfogo alla delusione. Senza dire una parola si smaterializzò fuori dal labirinto iniziando a correre verso
la Villa.
Nel labirinto Kaina stava sfidando la sorte. Aidan la guardava come se volesse ucciderla, ma lei
sapeva che non l'avrebbe toccata con un dito.
«Come ti è saltata in mente una cosa del genere? Di che cavolo stavi parlando prima?» Le
chiese nuovamente una volta soli.
«Sei arrabbiato perché non ti ho lasciato divertire?». Domandò lei di rimando con un sorriso
maligno.
«Non sono arrabbiato. Arrabbiato è una parola troppo riduttiva, in questo momento mi costa un
notevole sforzo non darti fuoco. Da quanto tempo stavi spiando?» S'informò trattenendosi a stento
dall'incenerirla.
«Da quanto basta. Credimi, non è stato per nulla divertente». Rispose Kaina continuando a
ridacchiare.
«Ora andrai da Celine, e le dirai che razza di vipera sei. Ti scuserai per il tuo cattivo gusto».
Ordinò lui infuriato.
«Io non farò nessuna di queste cose. Quello che volevo fare l'ho fatto». Rifiutò Kaina.
La ragazza era impassibile, seduta sul bordo della torretta,  sfidava Aidan con lo sguardo.
«Tu sei completamente matta! Non stavo cercando un diversivo per la notte, come ti è venuto in
mente di dire certe cose?» Volle sapere, ancora scioccato per quel gesto.
«Oh, credi che volessi difendere Celine da una delusione amorosa?» Lo canzonò Kaina
divertita. «Pensi sia stata una sorta di solidarietà femminile?». Domandò ridendo di gusto.
«Io non trovo altra spiegazione a un gesto del genere». Confermò Aidan.
Kaina smise di ridere, e lo fissò con uno sguardo glaciale.
«Sei uno stupido, superficiale e arrogante. Lo so benissimo che non stavi prendendo in giro
Celine. È per questo che l'ho fatto!». Esclamò Kaina con cattiveria.
«Cosa?!» Esclamò Aidan sbigottito.
«Per un tempo infinito ho sperato che tu finalmente mi vedessi come qualcosa di più che un
semplice passatempo. Sono passata sopra tutte quelle con cui ti sei divertito, ma stavolta faceva troppo
male. Era insopportabile vedere come la guardavi, osservare come ti rivolgevi a lei. Mi hai chiesto da
quanto vi osservo: la risposta è che lo faccio dal giorno in cui è entrata in questa casa».
Kaina si alzò in piedi e iniziò a scendere le scale per andarsene.
«Kaina, sono sempre stato onesto con te. Non ti ho mai fatto nessun tipo di promessa. Non puoi
incolparmi di un sentimento che non ho mai né alimentato, né incoraggiato. Ti prego, devi dire la verità
a Celine!» La supplicò Aidan.
«Non ci penso nemmeno!» rispose acida Kaina tornando sui suoi passi «così finalmente saprai
cosa vuol dire essere respinto da qualcuno a cui tieni, essere disprezzato e ignorato. E ora lasciami in
pace, quello che dovevo dirti l'ho detto!»
Aidan non riprovò a insistere. Semplicemente si smaterializzò per riapparire sul portico della
villa. Aveva già iniziato a correre ancora prima di materializzarsi.
Celine non riusciva a smettere di piangere: il dolore e l'umiliazione la caricavano con ondate
sempre più potenti. Non avrebbe mai dovuto fidarsi in quel modo. Aidan non aveva mai fatto mistero
del fatto che non desiderasse stare seriamente con nessuna. Probabilmente aveva capito la sua sciocca
infatuazione, e aveva deciso di aggiungere un'altra tacca alle sue conquiste.
Eppure le sembrava così assurdo! Aidan non era falso, anzi: a volte era sincero fino a sfiorare la
maleducazione. Ripensò a quando lo guardava e sentiva di sapere cosa pensasse; alla gentilezza che le
aveva sempre dimostrato; al modo in cui cercava sempre di proteggerla e alla sincerità che gli aveva
letto negli occhi pochi minuti prima. Però era così evidente: Kaina sapeva tutto, ogni singolo dettaglio.
Era chiaro che quelle parole le conoscesse già. L'unica cosa che riuscì a fare, prima di nascondere la
testa sotto il piumone, fu cambiarsi per non distruggere il capolavoro di Kerra.
Stava ancora piangendo quando iniziarono i colpi alla porta.
«Celine, aprimi! Ti devo parlare!» Urlava Aidan da dietro la porta.
Decise di ignorarlo, ma stavolta lui sembrava deciso a non fermarsi. Avrebbe dovuto affrontarlo
o si sarebbe trovata a dover fare i conti con tutta la Villa.
Aprì la porta di malavoglia, e lo fece entrare.
«Piantala o sveglierai tutta la casa!» Gli disse una volta che fu dentro.
«Non me ne frega un bel niente!» Rispose Aidan secco. Aveva il fiato corto come se avesse
corso la maratona.
«Invece io non ci tengo proprio a raccontare a tutti cosa è successo stasera, quindi dimmi quello
che mi devi dire, e vattene». Replicò lei prendendo le distanze.
Gli voltò le spalle. Non ce la faceva a guardarlo in faccia e sentirgli dire che gli dispiaceva, che
non voleva ferirla, ma che lui era fatto così. Quando si accorse che non parlava si voltò. Aidan era in
piedi alle sue spalle a braccia conserte.
«Non discuto con la tua schiena. Devo parlare con te, e voglio che mi guardi in faccia». Le
disse facendo un passo verso di lei.
Celine arretrò, e lui si fermò con un'espressione grave dipinta sul volto.
«Guardarti in faccia non è tra le cose che desidero maggiormente fare in questo momento»
rispose tagliente «puoi avere tutte quelle che vuoi, che bisogno avevi di umiliarmi in quel modo?»
Domandò diretta.
«A me non è mai interessata nessuna. Sei solo tu ciò che voglio». La spiazzò lui.
Celine non si aspettava questo tipo di risposta. Credeva che lui volesse farle delle scuse per il
suo comportamento ignobile, ma non certo che ribadisse i suoi sentimenti per lei. Il suo attimo di
sconcerto spinse Aidan a continuare.
«Sai benissimo che Kaina è una serpe. Ha origliato tutto quello che ti ho detto, e poi l'ha
ripetuto solo per ferirti. Era una menzogna, io non le ho mai fatto nessun tipo di promessa». Spiegò
avvicinandosi a lei.
Era grande la tentazione di cedere e credergli: era vero che Kaina era acida, ma che motivo
avrebbe avuto di fare una cosa del genere? Era ovvio che fosse amareggiata per le vane promesse che le
erano state fatte a suo tempo.
«Sarebbe bello poterti credere, ma non riesco a pensare che una persona arrivi a un tale livello.
Nemmeno un folle potrebbe fare un gesto così assurdo solo per una semplice avventura. Se è arrivata a
tanto, mi pare ovvio che abbia nutrito forti speranze nei tuoi confronti». Rispose, decisa a non
permettergli di prenderla in giro ulteriormente.
Andò a sedersi sul letto. Le tremavano le gambe. Era difficile respingere Aidan, ma se avesse
ceduto, dopo sarebbe stato peggio. Già era dura ora rinunciare al sapore delle sue labbra, e si erano
baciati una volta soltanto: se si fosse anche solo crogiolata in quella fantasia qualche giorno in più non
ne sarebbe uscita integra. Almeno ora sapeva con assoluta certezza cosa volesse dire amare
disperatamente qualcuno.
«Celine, tu devi credermi. Sei così ingenua, non hai idea di cosa sono capaci di fare le persone
per vendetta e possessività. C'è gente che finge persino l'amicizia per anni con altre mire, per poi
accusare la vittima delle loro ossessioni di avergli dato speranze infondate. Non ho mai negato di aver
avuto una storia con Kaina, ma non è stato niente di più che uno sfogo fisico, e lei l'ha sempre saputo».
Disse Aidan con enfasi.
«Hai ragione, sono senz'altro un'ingenua. Altrimenti non avrei creduto ciecamente a tutto
quello che mi hai detto quando, in passato, non hai perso occasione per manifestare il tuo disprezzo nei
confronti dell'amore e delle persone che ne erano vittime». Rispose Celine guardandolo negli occhi.
«Sono stato superficiale e meschino, non avrei mai dovuto dire certe cose. Ma più ti stavo
vicino e più mi rendevo conto dell'effetto che avevi su di me, non volevo ammetterlo nemmeno con me
stesso. Non ho mai illuso Kaina, te lo giuro!». Disse risoluto Aidan.
«Io invece ho illuso Matteo e gli ho fatto credere di ricambiare i suoi sentimenti, eppure a lui
non è certo venuto in mente di mettere in piedi un teatrino del genere. Mi pare ovvio che per arrivare a
tanto, invece, Kaina fosse convinta di meritare molto più rispetto da parte tua». Alzò la voce Celine.
Appena Aidan sentì pronunciare quel nome vide rosso: non riusciva a smettere di pensare a
quell'insulso ragazzo che non faceva altro che baciare Celine e stringerla. L'aveva portata in casa sua
con la scusa di darle un tetto dopo che erano morti i suoi genitori solo per poterla manipolare e
convincerla a stare con lui. Se possibile era ancora più meschino di Kaina, che almeno agiva in modo
diretto. Stavolta non seppe mordersi la lingua.
«Certo, Matteo...» disse, pronunciando con disprezzo il nome del ragazzo «sei proprio un buon
giudice di caratteri, Celine. Matteo ti ha solo raggirata, portandoti a stare da lui sapendo benissimo che
avresti ceduto alla gratitudine, perché era l'unico che ti dimostrava affetto, e che non ti saresti tirata
indietro se si fosse fatto avanti. Quel ragazzo è talmente viscido che, in confronto, quella serpe di Kaina
fluttua anziché strisciare».
Appena pronunciò quelle parole, capì di aver fatto un errore. Celine era sbiancata: era ovvio che
una cosa del genere non le fosse mai minimamente passata per la testa, e di certo, visto il disprezzo che
nutriva per lui in quel momento non avrebbe preso bene le sue parole.
Lo guardò in un modo in cui non lo aveva mai guardato, e i suoi occhi di ghiaccio ora parevano
davvero capaci di congelarlo all'istante. Aidan si accorse di cosa stava succedendo solo quando sentì lo
schiocco dello schiaffo che lo colpì in pieno volto.
«Come ti permetti anche solo di nominare Matteo? Lui è stato l'unico che mi abbia mai voluto
bene davvero, l'unico che mi abbia accettato quando non avevo nessun amico. Sua madre è morta a
causa mia perché quegli esseri sono andati a cercarmi in casa sua, e nonostante tutto lui non ce l'aveva
con me. È vero, quando l'ho lasciato mi ha rivolto delle parole sprezzanti, ma aveva ragione!» Esclamò
Celine fremendo dalla rabbia «sai cosa mi ha detto? "Mi stai scaricando perché credi di esserti
innamorata di quel fighetto, ma quando si stuferà di te, ti butterà via come uno straccio." E aveva
ragione, solo che io ero troppo cieca per accorgermi di che razza di persona tu fossi. Perché purtroppo è
vero, mi sono innamorata di te nell'istante in cui ti ho intravisto in giardino il giorno in cui è iniziato
tutto».
«Ed è così anche per me, Celine!» Replicò Aidan afferrandole le mani. Nonostante lo schiaffo
non era arrabbiato con lei, avrebbe fatto qualunque cosa purché lei gli credesse.
«Basta! Smettila con questa farsa, non voglio più sentire le tue bugie!» Lo respinse Celine
districando le mani della sue.
«Ma che motivo avrei di mentirti adesso? Che cosa credi? Pensi che non sappia che ci vorranno
mesi prima che tu mi permetta di avvicinarmi nuovamente a te?» Domandò Aidan tentando
nuovamente di convincerla ad ascoltarlo.
«Mesi?» Urlò di rimando Celine «Tu non ti avvicinerai mai più a me. Non so cosa vuoi, né cosa
pensi di ottenere. Se penso che ho trovato il coraggio di abbandonare Matteo, in un momento come
quello che stava attraversando, solo perché mi sono innamorata di te, mi faccio nausea da sola. Esci da
qui e lasciami in pace!»
Celine gli girò le spalle e non si voltò più fino a quando non sentì il rumore della porta che si
richiudeva seguito da quello nella stanza di fronte alla sua.
La sua mente era in subbuglio. Non si capacitava di quello che era appena successo.
Si aspettava che Aidan tentasse di scusarsi o sminuire il suo comportamento ignobile, ma non
credeva che avrebbe continuato a difendere il sentimento che sosteneva di provare per lei.
Questo più di tutto la mandava in crisi. Guardando dentro se stessa, dopo ciò che era successo,
non si spiegava che motivo avesse Aidan di continuare a mentire. Poi fu trafitta dalle cattiverie che
aveva pronunciato su Matteo. Una persona che arrivava a fare certi pensieri nei confronti di un'altra,
che nemmeno poteva dire di conoscere, doveva avere una mente davvero contorta. Matteo era l'unica
persona che l'avesse mai amata sinceramente, e lei lo aveva preso in giro e scaricato come un oggetto
che non le serviva più. Le stava bene: era stata ripagata con la stessa moneta, concluse prima di
lasciarsi cadere sul letto.
Capitolo 15 - Attacco alla Divisione
Era ormai notte fonda e Celine ancora non era riuscita a prendere sonno: non ci aveva nemmeno
provato, era rimasta seduta sul letto a gambe incrociate, torturandosi con mille domande.
Quando sentì che qualcuno suonava il campanello del cancello balzò in piedi, e corse alla
finestra. Una macchina stava risalendo il viale e alcune figure si stavano materializzando nel giardino.
Il suo cuore perse un battito quando vide Erskine uscire dalla macchina. Il motivo per cui non si
era smaterializzato poteva essere uno solo, stava trasportando qualcuno che non poteva farlo, Matteo.
Non fu una sorpresa vedergli estrarre dal sedile posteriore il suo corpo: sembrava una bambola rotta.
Celine si sentì mancare il terreno sotto i piedi osservando Erskine avanzare verso la Villa con il
corpo di Matteo tra le braccia. Non riuscì nemmeno a prendersi il tempo di pensare agli altri o a
chiedersi se stessero tutti bene. Iniziò a correre per i corridoi come impazzita, dirigendosi verso
l'ingresso, quando pensò che forse, viste le condizioni di Matteo, se era possibile salvarlo, lo stavano
sicuramente portando in infermeria. Prese quindi quella direzione.
Quando arrivò davanti alle porte, s'imbatté in Erskine che ne stava uscendo.
«Che cos'è successo? Come sta? Posso entrare?» Chiese in un fuoco di fila di domande.
«Stai tranquilla, Celine, non è niente di grave. Penso sia più lo spavento che altro». Rispose
Erskine, tentando di tranquillizzarla.
Celine voleva entrare a tutti i costi ma Erskine si frapponeva tra lei e la porta e, a quanto
sembrava, non aveva alcuna intenzione di scansarsi.
«Se davvero sta bene perché non mi fai entrare? Mi stai mentendo?» Domandò cercando di
ottenere delle risposte.
«Non ti sto mentendo: lo stanno visitando. Quando avranno finito potrai entrare». La rassicurò
il Maestro.
«Ma com'è successo?» Volle sapere.
Erskine si prese un momento per risponderle, Celine pensò che stesse quasi sicuramente
cercando il modo di darle una versione edulcorata dei fatti, ma non avrebbe tollerato prese in giro.
Quando infine parlò, era pronta a interromperlo se si fosse accorta che stava mentendo.
«Siamo stati attaccati: un esercito di dooinney breun mai visto, erano tantissimi. Hanno
assaltato in massa la Divisione e poi si sono aggiunti dei dubhar laoich. Perdonami, ma prima di
conferire con altre persone devo parlare con Morwenna. La Divisione non esiste più. Non sto cercando
di mentirti, ma lei è la signora di questa casa ed è la prima che deve essere informata dei fatti».
«Ti credo». Rispose Celine con convinzione.
Almeno non era successo quello che temeva, e cioè che Matteo, per colpa del suo
comportamento, avesse deciso di scappare dalla Divisione rischiando la vita.
«Ascoltami Celine, devo andare a parlare con Morwenna. Gli altri sono già da lei. Se vuoi stare
qui e attendere che ti facciano entrare, va bene, ma dovrai aspettare di essere chiamata». Tagliò corto
Erskine.
«D'accordo. Non voglio disturbare mentre lo curano». Acconsentì Celine.
Erskine annuì. Era chiaro che Celine volesse tutto tranne disturbare mentre tentavano di
rimettere in sesto Matteo, e senza aggiungere una parola si diresse verso la stanza di Morwenna.
Poco dopo sopraggiunsero Brian e Mavi, che trasportavano a fatica Murchadh. Il ragazzo era
pallidissimo, quasi spettrale, una delle due gambe maciullata a tal punto che l'osso sporgeva da un
grosso squarcio nel polpaccio. Perdeva sangue copiosamente, e non si stupì, che a parte un cenno nella
sua direzione, non sprecassero parole con lei. Anche loro scomparvero dietro l'uscio dell'infermeria.
Celine, seduta su una delle poltroncine fuori dalla porta, era terrorizzata che potesse essere
accaduto qualcosa di grave a Matteo per colpa del suo nuovo e strano mondo. Anche se lei in quel
momento non era presente, era ovvio che l'attacco alla Divisione era stato perpetrato per tentare di
arrivare a lei.
Si chiese quante altre persone avrebbero dovuto rimetterci la vita per tentare di proteggerla.
Aveva visto materializzarsi Ermer, Mavi e Brian le erano passati davanti poco prima, quindi era
tranquilla, almeno per loro, ma non poteva evitare di preoccuparsi per gli sviluppi di quella situazione e
per Murchadh. Si domandò se avrebbe riportato dei danni permanenti e  se si sarebbe ripreso.
Quando Mavi e Brian riemersero dall'infermeria si fermarono un attimo da lei.
«Abbiamo portato Murchadh nell'area donne in modo da tenerli separati. Visto che sono feriti
solo loro due, almeno avranno una stanza per uno e non si infastidiranno reciprocamente con eventuali
lamenti». Spiegò Mavi.
«Si riprenderà bene?» S'informò Celine titubante.
«Ci vorrà qualche giorno, ma le cure di Kaina sono miracolose. Per un umano forse ci
vorrebbero mesi, o forse rimarrebbe zoppo, ma diciamo che noi tendiamo a rimetterci più
rapidamente». Rispose Mavi apparentemente tranquilla.
«Scusate» s'intromise Brian «non vorrei risultare scortese, ma ci attendono per una riunione
Faremmo meglio a muoverci, Mavi».
Lei annuì con un gesto deciso e, salutandola, si avviarono spediti in direzione delle scale.
Celine, rimasta sola, riprese a pensare a quanto era appena accaduto, e si sentì in colpa per tutto:
per i feriti, per la distruzione della Divisione e per il peso che stava diventando per quelle persone.
Forse le sue compagne di scuola e le colleghe del negozio avevano sempre fatto bene a
ignorarla: forse l'avevano fiutata fin da subito come una fonte di guai per le loro vite e si erano ben
guardate dal permetterle di avvicinarsi più del dovuto. Matteo per colpa sua aveva rischiato di essere
catturato e ora giaceva incosciente in un letto dietro quelle porte e i Custodi, che l'avevano accolta a
braccia aperte, si ritrovavano con una Divisione praticamente rasa al suolo e un guerriero gravemente
ferito. Quasi si meravigliava che non l'avessero già messa alla porta. Probabilmente era molto più
pericoloso che l'avesse il nemico che non loro, altrimenti solo un masochista avrebbe potuto affannarsi
tanto per dare asilo a una tale portatrice di catastrofi.
Buonia fece capolino dalla porta dell'infermeria, ma Celine era così assorta nei suoi pensieri
che l'altra dovette chiamarla due volte.
«Scusami, sono così preoccupata! Ero assorta nei miei pensieri». Disse torcendosi le mani.
«È naturale, non ti scusare. Matteo non è in pericolo, sta bene». Rispose Buonia serena.
«Posso andare da lui?» Chiese Celine impaziente.
Buonia fece una faccia che non le piacque per niente.
«Mi nascondi qualcosa?» S'insospettì Celine scattando in piedi.
«No, assolutamente. Solo, ti prego di non tentare di svegliarlo. Si è rotto un braccio, e in via
eccezionale l'ho medicato con le nostre erbe. Domani sarà come nuovo, ma per alleviare il dolore gli
ho dato un forte sonnifero: ora sta dormendo, se vuoi puoi andare a vedere con i tuoi occhi e poi tornare
in camera». Rispose Buonia rassicurandola.
«Non intendo muovermi da lì: passerò la notte in infermeria, voglio che mi veda quando
si sveglierà, e che sappia che ci sono. Dopo quello che ha passato sarà confuso». Disse Celine decisa a
non cedere di un millimetro.
Buonia parve perplessa, ma non osò commentare tanta determinazione.
«Ti faccio strada, vieni». Acconsentì infine.
Celine si chiese come mai tutta quella ritrosia, poi capì che probabilmente era per via di
Aidan. Ma certo, era stata proprio Buonia ad accompagnarla da lui. Era ovvio che solo poche ore dopo
si sentisse in imbarazzo ad accompagnarla al capezzale di un altro.
In quei giorni, nonostante Buonia non fosse una guerriera come lei, l'aveva sentita molto
vicino, ed anche se non si erano parlate a lungo la riteneva un'amica. Si sentiva in dovere di dirle
qualcosa per toglierla dall'imbarazzo, anche se non le andava di raccontarle la penosa vicenda in cui si
era ritrovata.
Alla fine optò per una mezza verità.
«Senti, Buonia, non ti preoccupare. Non sono qui per riallacciare la storia con Matteo, voglio
solo stargli vicino. Glielo devo». Disse prendendo l'altra per un braccio per farla voltare verso di lei.
«Celine, io non mi permetterei mai di commentare. È solo che temo che Aidan non sarà felice
di sapere che sei qui anziché alla riunione nella stanza di Morwenna. Non voglio impicciarmi nella tua
vita, ma mi piaci e non vorrei che avessi dei guai». Rispose schietta.
«Non devi preoccuparti nemmeno di questo. Tra me e Aidan non c'è nulla: lui non prova niente
per me, ero solo uno dei suoi tanti passatempi». Le raccontò con amarezza guardando il pavimento.
Ecco, la gentilezza di Buonia le aveva fatto sciogliere la lingua e aveva detto più di quanto
desiderava. Si sorprese quasi quando le rispose.
«Ascoltami, Celine. Non è affare mio neppur questo, ma Aidan non ha bisogno di architettare
certe cose per divertirsi con una ragazza. Sia chiaro che non sto parlando per esperienza diretta».
Celine non seppe cosa rispondere: di punto in bianco voleva trascinare Buonia fuori di lì e
raccontarle tutto quello che era successo, certa che forse lei avrebbe potuto consigliarla, ma il momento
passò e si trovarono davanti al letto di Matteo.
«Ti lascio. Vado a vedere se Morwenna e gli ospiti hanno necessità di qualcosa. Se hai bisogno,
vieni pure a cercarmi». Disse incamminandosi verso l'uscita dell'infermeria.
Celine prese una sedia e la mise vicino al letto di Matteo. Lui dormiva profondamente: se non
altro non sentiva dolore. Era molto pallido ed aveva il volto e le braccia piene di piccoli graffi, ma le
sue condizioni, anche ad un occhio inesperto come il suo, apparivano abbastanza buone. Prese la
coperta che era piegata sul letto accanto e si avvolse come in un bozzolo. Non sarebbe mai riuscita a
prendere sonno, ma si sentiva gelare.
Sapeva che al piano di sopra si stava svolgendo una riunione d'emergenza per decidere il da
farsi e le spiaceva non parteciparvi, ma in quel momento sentiva che il suo posto era in quella stanza.
Brian, Mavi e Aidan stavano in piedi dietro al divano su cui erano seduti Ermer ed Erskine:
mancava solo Murchadh, ricoverato in infermeria a causa delle ferite riportate in battaglia. Era ancora
incosciente, ma non era in pericolo di vita: solo, la gamba maciullata ci avrebbe impiegato un po' a
riprendersi.
Quando Morwenna li raggiunse aveva un'espressione grave.
«Ho già mandato messaggi a tutti gli invitati avvisandoli di non venire domani. La cerimonia
per il marchio di Celine non si terrà. Non voglio attirare l'attenzione di quegli esseri in questo luogo».
Esordì rivolta a tutti i presenti.
«Hai fatto bene, e poi non credo ci sia l'atmosfera ideale per un evento tanto importante». La
rassicurò Ermer.
«Adesso ditemi cosa è successo, e non tralasciate un solo dettaglio». Ordinò Morwenna.
Erskine si alzò in piedi: non riusciva a sostenere la tensione del discorso stando seduto su quel
divano come se fosse un damerino invitato per il tè.
«Ci eravamo ritirati quasi tutti nelle nostre stanze, a parte Brian che era di guardia alla consolle,
quando a un certo punto c'è stata un'esplosione fortissima. Dopo pochi secondi ce n'è stata un'altra,
che ha fatto crollare il silos esterno e ha aperto una breccia nei muri al piano superiore». Iniziò a
narrare.
«Due esplosioni?» Domandò Morwenna interrompendolo.
«Sì. Non abbiamo avuto l'opportunità di verificare, ma ritengo abbiano supposto che parte del
centro fosse sottoterra, e abbiano tentato un tiro alla cieca sperando di fare più danni possibili».
S'intromise Ermer.
«Ma com'è possibile che dalle telecamere esterne non li abbiate visti arrivare?» Obiettò
Morwenna fissando Brian.
«Un malfunzionamento che non mi so spiegare». Rispose Brian sentendosi chiamato in causa.
«Spiegati meglio». Lo incalzò Morwenna.
Brian lanciò una lunga occhiata a Erskine.
«Dobbiamo dirle tutto Brian, parla pure liberamente». Lo esortò il Maestro.
«Non so spiegarmi come sia successo, ma la videocamera non stava riprendendo: era in loop,
continuava a proiettare la stessa sequenza d'immagini esterne» Rispose Brian infuriato con se stesso
per non aver notato lo stratagemma.
«È terribile! Come hanno potuto fare una cosa del genere? I corrotti non hanno grande cervello,
non li reputavo in grado di fare certe cose!» Esclamò Morwenna portandosi una mano al petto.
«Ancora non siamo certi di come siano andate le cose. Noi registriamo, oltre che osservare. Può
essere che ci sia stato un malfunzionamento che ha generato una riproduzione anziché una ripresa.
Quando torneremo lì faremo una verifica» Intervenne Erskine.
«Sempre che lascino in piedi qualcosa» disse secca Morwenna «poi come sono andate le cose?»
Li esortò a continuare.
«Si sono riversati all'interno come un fiume in piena, erano tantissimi. Quando ci siamo resi
conto del numero altamente elevato di aggressori abbiamo subito capito che dovevamo
smaterializzarci: non potevamo farcela. Restava il problema dell'umano». Proseguì Erskine stringendo
i pugni.  «Sono corso a cercarlo nella sua stanza, ma quel cretino evidentemente aveva pensato di dare
un'occhiata in giro. L'ho trovato insieme a due corrotti che lo stavano trascinando per un braccio. Li ho
eliminati e l'ho portato alla macchina, ma il problema di un possibile inseguimento restava irrisolto».
La voce di Erskine era tesa: si vedeva che gli era costato salvare Matteo e non lasciarlo lì. Non
era nella loro natura rischiare di farsi ammazzare perché intrattenevano rapporti con gli umani.
«Purtroppo ci siamo ritrovati il ragazzo tra capo e collo per via dello stretto rapporto che lo lega
con Celine». Disse Morwenna fissando Erskine.
«Avremmo dovuto lasciarlo al suo destino e non permettergli più di avvicinarsi a noi quando
Celine è stata trasferita alla villa». Rispose Erskine.
Non riusciva più a stare fermo, continuava a camminare a grandi passi per la stanza, torcendosi
le mani.
«Erskine, non sono preoccupata per la sua incolumità, ma per Celine. Per questo ti ho chiesto di
tenerlo da voi». Ribadì Morwenna.
Anche lei si era alzata in piedi, avendo capito che era un altro il motivo che rodeva la coscienza
di Erskine quella sera. Ma doveva chiarire quel punto.
«Se succedesse qualcosa a quel ragazzo e lo rapissero, potremmo rischiare che
Celine faccia qualcosa di altamente sciocco per salvarlo. Si sente terribilmente in colpa nei suoi
confronti, non possiamo correre il rischio di mettere in pericolo lei. Ricordiamoci che il loro obiettivo
non siamo noi, ma lei. Tutto questo è stato fatto per arrivare a lei. Ora, visto che sei cosciente dei
motivi della mia decisione, come lo eri già prima, puoi continuare il tuo racconto».
«Ho chiamato a raccolta tutti: l'unico modo per portare in salvo il ragazzo era venire in
macchina, quindi sono partito con lui mentre gli altri hanno provveduto a tenere a bada i nemici. Se
anche uno di loro mi avesse seguito fin qui sarebbe stato un disastro. Così sono partito a razzo per
salvare un umano, lasciandomi alle spalle la mia compagna e i ragazzi di cui sono responsabile. Non
trovo nulla di normale in tutto questo» Disse Erskine con rabbia.
«Questo ci spiega il motivo dell'acredine che stai mettendo in questo racconto. Essere
un laoch è anche questo, Erskine, fare la scelta giusta per tutti anche se ci sembra quella sbagliata per
noi. Voi avete altro da riferire?» Chiese Morwenna facendo vagare lo sguardo nella stanza.
«Non c'è molto altro da dire. Quando Erskine è partito i dubhar laoich, che fino ad allora erano
stati nelle retrovie, si sono lanciati all'inseguimento. Abbiamo dovuto occuparci di loro ignorando i
dooinney breun che stavano distruggendo tutta la Divisione. Era più importante fare in modo che non
raggiungessero la Villa» disse Ermer «È stata una battaglia dura, ma li abbiamo bloccati tutti.
Murchadh ha avuto la peggio: lo hanno aggredito in tre contemporaneamente, quando siamo riusciti a
intervenire purtroppo avevano preso il sopravvento su di lui. Il risultato è stata una terribile ferita alla
gamba. Mavi si è teletrasportata nel silos con lui tra le braccia, e dopo poco è saltata giù dal primo
piano con la Jeep, ha maciullato qualche corrotto ed è schizzata via. Siamo rimasti solo in due a tenerli
a bada e, se non avessi ricevuto la chiamata di Erskine subito dopo, probabilmente ci avrebbero uccisi.
Quando ho avuto conferma che Erskine stava varcando il cancello della Villa ci siamo smaterializzati
entrambi. Era inutile tentare di salvare la Divisione. I nemici erano troppi, non c'era modo di
sterminarli tutti».
«Molto bene, avete fatto la cosa giusta». Disse Morwenna
«Vorrei andare lì a controllare». Manifestò le sue intenzioni Erskine.
«Ritengo che sia opportuno andare a verificare se è rimasto qualcosa in piedi, ma è troppo
presto: sono passate solo poche ore. Suggerirei che andiate nelle stanze che Buonia vi ha preparato e
riposiate. Domani mattina potrete andare tutti insieme a verificare». Sentenziò Morwenna che non
voleva rischiassero la vita per un cumulo di macerie.
Con tempismo perfetto Buonia bussò alla porta, per annunciare che le camere per gli ospiti
erano tutte pronte. Aidan la fermò mentre si stava richiudendo la porta alle spalle.
«Dov'è Celine?» Chiese preoccupato.
Buonia fece finta di non aver sentito, e chiuse la porta iniziando a percorrere il corridoio, ma
una voce la trafisse alle spalle.
«Buonia!»
Era Aidan ovviamente.
«Perché fai finta di non sentirmi? Ti ho chiesto dov'è Celine». Ripeté arrabbiato.
«Non se l'è sentita di partecipare alla riunione, era troppo scossa dall'accaduto». Tentò di
svicolare lei.
«Quindi è in camera sua?» Chiese Aidan, senza darle tregua, mentre avanzava verso di lei.
«Non lo so». Prese tempo Buonia, ma il suo tentativo di aggirare il problema non stava
funzionando. Aidan non era uno sciocco e lei non era brava a mentire. Dall'espressione sul suo volto si
capiva chiaramente cosa aveva letto nello sguardo di Buonia.
"Lo so, ma non te lo voglio dire".
Buonia si sentiva leale verso Celine. Non sapeva cosa fosse successo tra i due quella sera, e
cercava di evitare d'intromettersi in fatti privati ma Celine le piaceva. Capiva il suo senso di colpa nei
confronti dell'umano e temeva che Aidan si precipitasse in infermeria facendo un disastro.
«Buonia, mi stai mentendo, è così?» Chiese Aidan deciso.
Buonia abbassò lo sguardo: continuare quella farsa voleva solo dire peggiorare la situazione e
fare credere ad Aidan che ci fosse qualcosa di diverso.
«Celine è in infermeria, da Matteo». Lo informò.
Si maledisse subito per essere stata così diretta. Aidan era sbiancato, sembrava che qualcuno gli
avesse dato una bastonata nello stomaco: la mascella si era irrigidita all'istante, gli occhi si erano fatti
duri.
«Aidan, devi capire che quella ragazza nutre un fortissimo senso di colpa nei confronti
dell'umano. Non c'è nulla di più». Disse Buonia tentando di calmarlo  «non ha senso che ora tu vada
lì a scatenare l'inferno, ci litigheresti e basta».
«Non ho intenzione di andare lì a pregarla di mantenere fede alla promessa che ha fatto di
recidere i legami con il mondo umano. Ci penserà Morwenna, siamo ancora in casa sua. Lui non deve
più far parte della vita di Celine».
Aidan la lasciò imbambolata nel corridoio, rientrando di scatto nella stanza di Morwenna.
D'altra parte aveva ragione, Celine non poteva riavvicinarsi al ragazzo: aveva già chiuso con lui e non
avrebbe mai più dovuto rivederlo. Quel giorno, se le cose fossero andate diversamente, ci sarebbe stata
la cerimonia del suo marchio, non si sarebbe trovata in infermeria con un umano.
Celine si svegliò all'improvviso. Non aveva idea di come avesse fatto ad addormentarsi. Era
seduta sulla sedia, ma ad un certo punto non ce l'aveva più fatta ed aveva appoggiato la testa sul letto
dov'era steso Matteo. Qualcuno le stava accarezzando i capelli: era questo ad averla destata. Si
vergognò immediatamente del pensiero che fece subito dopo. Aveva sperato che fosse Aidan, ma
sapeva che ad accarezzarle la testa era Matteo. Avrebbe voluto fingere di dormire per evitare quel
momento imbarazzante, ma sarebbe stato un gesto da vera codarda.
«Ben svegliato, Matteo». Disse per dargli il tempo di scostare la mano dalla sua testa così da
potersi rimettere seduta.
«È stato molto bello svegliarmi e trovarti qui». Rispose Matteo.
«Sono stata molto in ansia per te. Non volevo che ti svegliassi e non trovassi nessuno. Ho
pensato che saresti stato confuso, e spaventato». Disse sinceramente preoccupata.
«Quelle creature orribili, Celine! Mi avevano preso!» Esclamò lui terrorizzato.
A Celine vennero le lacrime agli occhi: per colpa sua, Matteo aveva rischiato di essere rapito e
torturato da quegli esseri ignobili. Istintivamente gli prese la mano tra le sue.
«Non ti preoccupare ,qui sei al sicuro». Tentò di calmarlo.
«Non essendoci un altro posto dove andare, non potranno certo cacciarmi stavolta». Celiò
Matteo.
Celine pensò che fosse bello che, nonostante la situazione, Matteo avesse ancora voglia di
scherzare.
«Mi sei mancata molto, Celine. Quando sei andata via ho pensato a cosa ci siamo detti. Scusa
per tutte le cose orribili che ti ho riversato addosso. Sapendo che non avrei mai più potuto parlare con
te e scusarmi, mi ha fatto stare malissimo ripensare alle parole che ti avevo rivolto». Disse con
gentilezza, sembrando sincero.
«Non pensarci più, ora siamo qui. Come stai?» Chiese lei desiderosa di cambiare argomento.
«Bene, mi sento solo molto confuso. L'ultimo ricordo che ho precedente a stamattina sono
quegli esseri che mi trascinavano per le braccia». Rispose Matteo guardandosi intorno.
Celine rabbrividì al pensiero di cosa sarebbe potuto succedere a Matteo. In quel momento entrò
in infermeria Morwenna.
«Matteo, sono molto felice che tu stia bene». Disse la donna con distacco.
«Grazie per la sua ospitalità». Rispose lui garbato.
«Non vorrei disturbare il tuo riposo, ma sono venuta a prendere Celine perché devo parlare con
lei di alcune cose importanti. Nel mentre ti farò portare la colazione da Buonia». Spiegò la sua presenza
Morwenna.
Quando furono sole fuori dall'infermeria Celine non riuscì più a trattenersi.
«Non mi dovevi dire nulla d'importante, non è così?» La investì.
«Infatti. Apparentemente non c'è nulla che non possa aspettare ma, vista la tua tenacia nel
volerti mettere a tutti i costi sulle spalle il peso del dolore degli altri, ho ritenuto opportuno parlarti».
Disse Morwenna guidandola in una stanzetta che Celine non aveva mai visitato.
Era un piccolo soggiorno adiacente alla sala da pranzo. C'erano delle poltroncine e un tavolino
da caffè. A fianco alla finestra c'era un elegante buffet già apparecchiato per la colazione. A Celine
venne improvvisamente fame e guardò Morwenna con gratitudine.
«Ho pensato che con la pancia piena saresti stata più ragionevole. Serviti e poi parleremo».
Disse indicandole il cibo.
Celine si diresse verso il buffet: prese subito la sua brioche preferita, il caffè e una spremuta
d'arancia.
«Come mai non facciamo colazione con gli altri?» S'informò dubbiosa.
«Ho ritenuto che non avresti gradito un pubblico per la nostra discussione. Non sei una bambina
che voglio riprendere di fronte a tutti». Fu la sincera risposta di Morwenna.
«Dunque qual è la mia condanna?» Chiese Celine incrociando le braccia.
«Non c'è nessuna condanna, Celine, è solo un consiglio. Se non vuoi far soffrire Matteo non
fare un passo avanti e due indietro. Non crederai che sinceramente voglia essere tuo amico: lo hai
appena lasciato! Ed in ogni caso a breve non dovrai rivederlo mai più. Non rendere tutto più difficile!»
La sgridò Morwenna.
«Non vorrai mandarlo via!» Esclamò Celine fulminandola con lo sguardo.
«Lo manderemo via appena possibile invece...»
«Ma non puoi! Lo uccideranno!» La interruppe Celine
«Non interrompermi, Celine! Lo trasferiremo appena possibile in un'altra Divisione, ed in
un'altra città. I nostri nemici non sono mai stati qui, e non lo seguiranno quindi. Non può restare sotto il
tuo stesso tetto, peggioreresti solo le cose». Disse cercando di mettere a tacere le sue eventuali proteste.
«Non la prenderà bene. Rischierete che fugga e che lo uccidano. Teniamolo qui fino che la
situazione non si sarà risolta». Insisté Celine.
«Non è possibile, Celine e tu lo sai. Ora dimmi, e sii sincera, a parlare è il tuo senso di colpa, o
credi ancora di essere innamorata di quel ragazzo?» Chiese diretta Morwenna.
«Mi fa molta pena. So di essere la causa di tutti i suoi problemi, e cosa ancora peggiore non
ricambio ciò che prova per me. Mi sento un mostro: per tutti questi anni mi è sempre stato accanto, si è
innamorato di me quando ero grassa e sciatta, o almeno lo ero ai suoi occhi ma mi ha apprezzata
comunque. Nonostante tutto non sono mai riuscita a vederlo in modo differente da come si potrebbe
vedere un fratello. Mi odio per questo». Spiegò Celine iniziando a piangere in modo sommesso.
Morwenna andò a sedersi sul bracciolo della poltrona vicino a lei, accarezzandole i capelli.
«La notte dell'attacco a Gallaibh, quando sono morti mio marito e i miei figli, una parte di me è
morta con loro. In seguito molti uomini provarono a corteggiarmi. Tutti si aspettavano che mi sarei
risposata: la mia è una delle antiche dinastie. Nessuno voleva che il nome andasse perso, e tutti
pensavano che dopo il lutto avrei cercato un compagno. Per questo ho scelto di invecchiare e venire qui
in questa Sede. Non tolleravo più le aspettative degli altri su di me. Non sarei mai più riuscita ad amare
nessun'altro. Mio marito è stato il primo uomo che ho voluto davvero e i miei figli erano quanto di più
prezioso avessi al mondo: non avrei mai potuto rimpiazzarli con una famiglia nuova».
Morwenna pareva in trance mentre parlava, persa in un passato distante: stava dando conforto a
Celine, continuando ad abbracciarla e ad accarezzarle i capelli, ma sembrava stesse cercando sollievo
anche per le sue ferite.
Se Celine si sentiva vicina a Buonia come se avesse trovato la sua nuova migliore amica, con
Morwenna provava qualcosa che andava al di là. Non si era mai sentita così vicino nemmeno alla
madre adottiva che l'aveva cresciuta, e Morwenna pareva leggere nella sua anima.
«Tu ami Aidan, Celine. Non negarlo con te stessa, e non vergognartene. Non hai mai provato
per Matteo quello che senti per lui e non devi sentirti in obbligo di provarlo o disgustata da te stessa per
non aver ricambiato i suoi sentimenti. L'amore non è gratitudine, come nel mio caso non era dovere.
Non avrei mai potuto amare un altro uomo e farci dei figli per dovere. Inoltre non devi sentirti diversa o
inferiore solo perché provieni dal mondo umano: non è un tuo difetto, sei finita in mezzo a loro per
circostanze da accertare. Vedrai verremo a capo di tutto, mia cara».
Morwenna si era alzata per servirsi un caffè e la voce di Celine le arrivò alle spalle.
«Concedimi un giorno con lui, almeno oggi. Mi sembra meno rabbioso di quando ho troncato la
nostra storia: pare averlo accettato. Potremmo parlarne con calma e avrei l'occasione di conservare un
buon ricordo del nostro addio. Domattina poi lo farai portare via, se vuoi. Ti chiedo solo di cancellargli
la memoria prima, in modo che la sua permanenza nella nuova Divisione non sia messa a rischio da un
suo comportamento sconsiderato. Non posso avere sulla coscienza il peso della sua morte, e andare
avanti come se niente fosse». Chiese Celine, approfittando della piega intima che aveva preso la
conversazione.
Morwenna contrasse la bocca, e per un lungo momento Celine pensò che le avrebbe detto di no.
Poi fece un sorriso.
«D'accordo, non posso negarti questo sollievo. Farò chiamare qualcuno da Gallaibh per la
memoria di Matteo, così che domattina sia già qui. Durante la giornata gli cercherò una
sistemazione: in seguito, quando sarà reintegrato nel mondo umano, provvederemo a fargli dimenticare
anche il periodo trascorso nella nuova Divisione. Dagli un buon addio, Celine». Acconsentì.
Celine le corse incontro e l'abbracciò come avrebbe fatto con una madre che le dava il
permesso di andare in discoteca con le amiche.
«Grazie». Disse con slancio, poi lasciò la stanza in tutta fretta.
Celine aveva i suoi piani. Doveva organizzare il tempo in modo da non incontrare Aidan, quella
sarebbe stata la giornata di Matteo. Non voleva che lui s'innervosisse o litigasse con Aidan senza
motivo. Voleva passare una buona giornata con quello che riteneva suo fratello. Inoltre, dopo
l'increscioso episodio del labirinto, sentiva che Matteo era l'unica persona che la conoscesse e amasse
per davvero: gli doveva il suo tempo, o almeno quel poco che le restava da poter trascorrere con lui.
Per prima cosa, andò a cercare Buonia.
La trovò in cucina, già all'opera per il pranzo. Era così indaffarata che non la notò fino che
Celine non la chiamò.
«Celine, scusami. Con tutta questa gente così all'improvviso sto dando fuori di matto». Disse
rimestando energicamente in una pentola.
«Dovresti farti aiutare da qualcuno». Suggerì Celine sedendosi sul bordo del tavolo.
«Sì, come no. Potrei chiedere a Kaina, così stavolta farà direttamente uno spogliarello a tavola
per intrattenere la comitiva». Rispose sarcastica Buonia.
Celine, immaginando la scena, non poté fare a meno di farsi una risata. Se Morwenna avesse
visto il modo indecente in cui si era comportata prima del suo arrivo l'avrebbe rincorsa con un mestolo.
«Mi rincresce darti altro disturbo, ma ho una cortesia da chiederti» Disse Celine giungendo al
punto.
«Se posso sarò ben felice di esaudirla». Rispose Buonia.
«Dovresti prepararmi qualcosa da mangiare fuori: porto Matteo in giro per la tenuta». Spiegò
Celine.
Buonia la guardò come se fosse ammattita.
«Non fare quella faccia, ho il permesso di Morwenna. Tanto vale che tu lo sappia: domani
Matteo verrà trasferito, e la sua memoria verrà ripulita. Stasera saremo a cena con tutti gli altri, ma oggi
voglio regalargli una giornata speciale solo per noi. Voglio ricordarmi di un bel pomeriggio con un
ragazzo che amo come un fratello». Le chiarì i fatti Celine.
Buonia parve rilassarsi.
«Quand'è così avrete il miglior pranzo al sacco che si sia mai visto. Spero vi divertirete. So
quanto sia difficile dire addio alla famiglia. Io l'ho fatto per venire qua a servizio di Morwenna: ogni
scelta ha un prezzo, ma non ho doti particolari e lei mi tratta come una di casa. Questo era il posto
migliore per me». Rispose Buonia schietta.
Sembrava così grata di essere l'equivalente di una cameriera che Celine quasi si vergognò di
averle dato del lavoro in più.
«Non pensi mai a sposarti? Ad avere una casa tua a cui badare?». Le chiese.
«Non sono una guerriera e non ho capacità particolari. Ho fatto i miei studi a Gallaibh ma
appena ho potuto sono entrata subito a servizio da Morwenna. Non ho mai girato molto e tutti gli ospiti
di Morwenna sono guerrieri: è difficile che qualcuno mi noti. Forse se fossi restata a Gallaibh sarebbe
stato più facile che una semplice guardia, o un tessitore, si innamorassero di me, ma io desideravo stare
qui».
Era una risposta lunga e articolata, ma alle orecchie di Celine suonò più come una filastrocca
imparata a memoria. Non metteva in dubbio l'affetto di Buonia verso Morwenna, ma le pareva troppo
poco per aver scelto di abbandonare la sua famiglia a Gallaibh, soprattutto per aver fatto una scelta che
non le permetteva di conoscere nessuno o di avere una vita sua.
«Buonia, posso chiederti una cosa?» Chiese Celine guardandola negli occhi.
«Certo, tu puoi chiedermi quello che desideri». Rispose Buonia con slancio.
Celine si sentiva quasi in colpa a porre la domanda che voleva farle, ma non poté farne a meno.
«Di chi sei innamorata? Perché sei venuta qui?»
«Che sciocchezze! Ero seriamente interessata a questo posto. A Gallaibh tutti sapevano che
non ero in grado di fare nulla, a parte dei buoni pasti: sarei finita a fare la cameriera presso qualche
famiglia importante e a dormire in un ripostiglio. Nella casa di famiglia di Morwenna sono sempre
stata trattata con rispetto: avevo persino un appartamento mio. Una famiglia meno facoltosa non mi
avrebbe riservato lo stesso trattamento». Rispose Buonia con quella che a Celine sembrava più una
storia inventata ad arte.
«Sai, credo che un'amica debba essere sempre sincera, e penso che tu mi stia mentendo, quindi
te lo dico. Non volevo violare la tua riservatezza, e se l'ho fatto ti chiedo scusa. Quando vorrai aprirti
con me, io sarò pronta a parlare». Osservò Celine poggiandole una mano sulla spalla.
«D'accordo. Ora vai a chiamare Matteo: quando tornerete il vostro pic-nic sarà pronto. Fai in
fretta, prima che gli altri finiscano la colazione. Vi lascerò uscire dalla porta sul retro delle cucine, così
non rischierete d'imbattervi in nessuno». Ammiccò Buonia strizzandole l'occhio.
Anche se non aveva fatto niente di male, Buonia si sentiva in colpa per aver detto ad Aidan
dove si trovasse Celine la notte scorsa. Sapeva che erano innamorati l'uno dell'altra, bastava guardarli
pochi secondi quando non si accorgevano di essere visti. Non capiva cosa potesse essere andato storto
la sera prima e non avrebbe voluto rincarare la dose raccontando ad Aidan che Celine era in infermeria
con Matteo, ma non aveva potuto farne a meno. Se non altro ora sapeva che l'indomani l'umano
sarebbe andato via e quindi, con il permesso di Morwenna, si sentiva più tranquilla ad aiutare Celine.
Le domande che le poneva la ragazza la mettevano in crisi, Celine le piaceva e anche molto, ma
era una guerriera, non era come lei e la loro amicizia non sarebbe potuta proseguire. Quasi certamente,
dopo quel periodo durante il quale la tenevano in custodia alla Villa, sarebbe stata assegnata a qualche
Divisione e lei non l'avrebbe mai più rivista. Non poteva permettere al suo cuore di affezionarsi
nuovamente tanto a qualcuno, un'altra separazione le sarebbe stata fatale. Ci aveva messo anni a trovare
un equilibrio, senza mai più legarsi a nessun'altra persona, senza amicizie, senza amore. Non voleva
perderlo di nuovo.
Quando Matteo vide tornare Celine in infermeria le fece un sorriso a trentadue denti.
«Ehi, bellissima!» L'accolse «non credevo che ti avrebbero lasciata tornare da me!» Esclamò
stupito.
«Non sono mica in prigione» affermò Celine facendogli una linguaccia «dovevamo parlare
circa una cerimonia che era stata preparata per me e che per colpa dell'attacco alla Divisione è stata
rimandata» mentì su due piedi «ora via quel muso! Preparati, andiamo a fare un pic-nic nei giardini
della proprietà!». Disse allegra.
«Tutta la brigata?» Chiese mesto Matteo.
«No, solo io e te come ai vecchi tempi!» Rispose Celine sorridente.
«Fantastico!» Esclamò Matteo saltando giù dal letto per darle il cinque.
Celine pensò che era bello poter stare così con Matteo. Ora che non c'era più l'imbarazzo dei
baci indesiderati, era di nuovo il ragazzo con cui si divertiva fuori da scuola.
In un lampo le passarono davanti agli occhi pomeriggi interi a progettare il loro futuro, in cui lui
sarebbe stato un grande manager e lei una scrittrice famosa. Oppure le corse a perdifiato fino al bar per
vincere una bibita offerta dall'altro, i compiti condivisi. Era stato tutto bello e semplice fino a che non
erano morti i suoi e si era trasferita a casa sua. Dopo poco tempo, Matteo aveva iniziato a manifestarle i
suoi sentimenti, prima con discrezione, poi sempre più apertamente. Quando l'aveva baciata la prima
volta Celine lo aveva lasciato fare, non si era tirata indietro. Pensandoci a distanza di tempo si rendeva
conto che le cose stavano come diceva Morwenna: lei gli era grata, ma non ne era mai stata innamorata.
Anche se le dispiaceva che Matteo avrebbe perso parte dei suoi ricordi, era contenta del fatto che
almeno avrebbe potuto lasciarsi alle spalle un amore non corrisposto con facilità.
Uscirono insieme dal retro della cucina e, come aveva promesso Buonia, non incontrarono
nessuno. Celine non voleva che il sarcasmo di Aidan ponesse fine alla loro giornata insieme.
Matteo sembrava tornato quello di un tempo: era allegro e le raccontava cosa progettava di fare
una volta tornato alla normalità. Lo portò in giro per tutta la proprietà, evitando accuratamente solo il
labirinto: non sarebbe riuscita a controllare le sue emozioni lì e Matteo che la conosceva troppo bene
avrebbe voluto delle spiegazioni che lei non voleva dargli.
Decise che per il pranzo la serra si sarebbe rivelata il posto migliore: potevano sedersi
comodamente e continuare a chiacchierare.
Matteo ammirò estasiato l'agrumeto, ma gradì ancor di più il pranzo di Buonia.
«Beh, non amo questa gente ma quella ragazza ha le mani d'oro. Mai mangiato panini più
buoni. D'ora in poi il bar vicino alla scuola diventerà uno squallido fornitore di panini al prosciutto
scadenti». Disse, staccando un boccone dal terzo panino di fila che buttava giù con foga.
«Buonia è un angelo, davvero. Senza di lei questo posto non sarebbe quello che è!» Esclamò
Celine, felice che anche Matteo apprezzasse le doti della sua nuova amica.
«Io non la conosco, ma a parte le sue doti culinarie, mi pare una persona a posto. Non come
quella Kaina». Buttò lì Matteo.
A sentire pronunciare quel nome, Celine cambiò involontariamente espressione e Matteo lo
notò subito.
«Che cosa ti ha fatto, Celine?» Le chiese garbatamente.
«Nulla, è solo una persona estremamente sgradevole. La sera che ti ha servito la minestra però
non sembravi averla così in antipatia». Rispose lesta Celine, lasciando la patata bollente nelle mani di
Matteo.
«Touché» disse Matteo alzando le spalle «devi ammettere che è una ragazza da urlo, ma
sinceramente, Celine, si vede che è una poco di buono. Visto come sono ora le cose tra noi posso anche
dirtelo: a letto con lei ci andrei di corsa, ma il giorno dopo non vorrei averci nulla a che fare. È la
classica donna usa e getta, e il peggio è che invita lei gli uomini in quel senso: penso non se ne accorga
nemmeno. Il tuo amico biondo deve essersi divertito parecchio con lei e poi averla calpestata, viste le
allusioni che faceva quella sera a cena». Osservò con falsa indifferenza.
«Sono affari loro» replicò un po' troppo acida Celine «voglio dire, sai come sono fatta, questi
discorsi sul sesso libero mi lasciano sempre un po' in imbarazzo». Si corresse rapidamente.
Pensando a cosa stava per fare la sera prima si sentì incredibilmente falsa, ma non poteva certo
raccontare a Matteo che se non fosse arrivata Kaina probabilmente si sarebbe concessa ad Aidan, su
quella panchina nel labirinto, senza nemmeno rendersi conto del vento gelido che imperversava.
«Scusa, avevo dimenticato che questi discorsi ti danno fastidio». Disse lui sorridendole.
«Non fa niente». Rispose Celine porgendogli il quarto panino.
Lei ne aveva a malapena mangiucchiato uno, ma era sempre all'erta, aveva paura di vedere
apparire Aidan da un momento all'altro.
«Dio, sto scoppiando» disse Matteo quando finì il panino «se non ci mettiamo in moto per fare
qualcos'altro penso che sverrò su una di queste sdraio!»
«Ti mostro una cosa bella». Propose impulsivamente Celine.
Fecero una lunga camminata fino a quella che un tempo era chiamata la casa dei freschi e lei
pensò che, dato che la memoria di Matteo sarebbe stata cancellata, poteva benissimo allietare la
giornata mostrandogli parte del suo dono.
Lui la seguì di buon grado e, quando arrivarono di fronte al vecchio padiglione, si guardò
intorno, evidentemente confuso. Si capiva benissimo che non comprendeva cosa volesse fargli vedere
Celine con tanto entusiasmo.
«Ok, adesso guarda attentamente il paesaggio». Lo sollecitò Celine.
Poi posò le mani a terra e iniziò a dare vita a un piccolo miracolo.
Dall'erba spuntarono piccoli fiori colorati, e gli alberi lì attorno parvero emanare luce,
allungandosi impercettibilmente.
Matteo la guardò strabiliato.
«È molto bello, Celine». Disse sinceramente ammirato.
«Questa, per quanto mi riguarda, è la parte che preferisco di ciò che ho scoperto di saper fare».
Ammise lei, orgogliosa del suo talento con la natura.
«Tu sei sempre stata speciale, Celine». Disse Matteo abbracciandola.
Celine s'irrigidì subito, e Matteo se ne accorse.
«Non ho nemmeno più il permesso di abbracciarti?» Chiese seccato.
«Non è quello Matteo, anzi. È che so cosa senti per me e mi dispiace ferirti». Rispose lei
schietta.
«Era un abbraccio sincero. Non smetterò mai di volerti bene». Tentò di rassicurarla lui.
Matteo sembrava dire la verità e Celine si tranquillizzò. Si persero in discussioni sui vecchi
tempi a scuola: Matteo era invidioso che Celine non avrebbe più dovuto studiare matematica o fare i
compiti. Il pomeriggio volò in un attimo, con le ore che parvero trasformarsi in minuti. Era quasi buio
e lei sapeva che dovevano rincasare per prepararsi per la cena, ma volle fare un altro regalo a Matteo,
sapendo che quelli erano gli ultimi momenti che avrebbe passato con lui.
«Voglio farti vedere un'altra cosa». Disse all'improvviso
Infilò le lunghe dita aggraziate nel terreno e riiniziò a invocare i suoi poteri. Dalla terra spuntò
un piccolo arbusto, i cui rami iniziarono ad allungarsi e a riempirsi di gemme. Poco per volta l'arbusto
si trasformò in un alberello, e le gemme divennero fiori di ciliegio. Tutto intorno c'era una calda luce
bianca, mentre l'alberello stesso sembrava emanare vita. Matteo la guardava a bocca aperta.
«Stavi cantando una strana nenia incomprensibile, ma il risultato è molto bello». Si
complimentò sorridendo.
«Stavo invocando i miei poteri per creare ciò che desideravo. Quest'albero è nostro, lo
chiamerò l'albero dell'amicizia. Ogni volta che verrò qui potrò ricordarmi di te». Disse Celine senza
essersi resa conto di aver appena commesso un errore.
«Perché avrai bisogno di ricordarti di me Celine? Vuoi dirmi che non è cambiato nulla, che non
vuoi più rivedermi?». Domandò Matteo teso.
La sua voce era cambiata in un battito di ciglia: ora era nuovamente aspra come l'altra sera alla
Divisione, la guardava con occhi freddi, le pupille vuote. Celine ne ebbe sinceramente paura.
«Non ho detto che non voglio rivederti mai più, ma non penso potrai vivere qui per sempre.
Quando sentirò la tua mancanza potrò venire qui. Torniamo adesso, è tardi Matteo. Altrimenti finirà
che verranno a cercarci». Cercò di sviare la sua attenzione.
A un tratto trovarsi lì da sola con lui le metteva paura e non sapeva nemmeno spiegarsi perché.
Per tutto il giorno quelle strane sensazioni di disgusto non erano arrivate, ma in quel momento si
sentiva spaventata.
Celine fece per avviarsi verso il sentiero, ma una mano le afferrò il polso e la strattonò.
«Mentimi guardandomi in faccia, se ci riesci». Disse aggressivo Matteo.
«Matteo, così mi fai male. Non voglio mentirti, ma lo sai anche tu che prima o poi le nostre
strade si separeranno. Il mio mondo ti ha già messo troppo in pericolo». Tentò di rabbonirlo.
«Non fingere di nuovo che tutto questo sia solo per il mio bene! Potresti far finta che i tuoi
poteri siano spariti, potresti scegliere con chi stare! Non voglio andare a quella dannata cena con quelle
persone che odio, voglio stare solo con te e parlare. Perdonami, non volevo farti male. Restiamo da soli
ancora un po'». La supplicò.
Celine era tormentata: dopo la reazione a sorpresa di Matteo non se la sentiva più di stare sola
con lui, ma poi si riscosse. Era solo molto infelice, e la causa era lei. Avrebbe trovato una scusa per la
sua assenza alla cena e sarebbe stata con lui.
«Facciamo così» propose «torniamo alla Villa passando per la cucina e andiamo a parlare nella
mia stanza. Almeno potrò chiedere a Buonia di dire agli altri che non mi sento bene e sono in camera
mia. Vedrai, se sa che siamo in casa ci aiuterà».
«Ci sto!» Approvò Matteo, tornato di buon umore.
Celine ne fu contenta, non voleva concludere male la giornata: l'indomani sarebbe
stato probabile che Morwenna le avrebbe fatto un'altra lavata di capo, ma se ne sarebbe fatta una
ragione.
Quando arrivarono in cucina trovarono Buonia immersa in un caos allucinante, altri servitori
facevano avanti e indietro tra le pentole fumanti.
«Celine, ti conviene andare a prepararti di corsa. Tra mezz'ora si mangia!» L'accolse la sua
amica.
«Buonia, so che ti chiedo molto, ma potresti dire che non mi sento bene e sono andata in camera
mia? Non dire che con me c'è Matteo però. Almeno possiamo parlare ancora un po'». Chiese Celine
congiungendo le mani come a voler pregare l'amica.
«Celine, si arrabbieranno molto. Questo non era previsto. E poi si chiederanno dov'è Matteo».
Tergiversò Buonia.
«Dì che non lo sai. Tu hai passato tutto il tempo in cucina: dì solo che sono rientrata e non
avevo una bella cera». La implorò Celine.
«Va bene, ma non chiedermi altro. Non posso rischiare di rimetterci il posto». Si arrese Buonia.
«Grazie!» Esclamò Celine abbracciandola.
La Villa era silenziosa. Probabilmente erano già tutti in sala da pranzo, Celine prese una strada
un po' più lunga, ma almeno fu certa di non incontrare nessuno. Quando entrarono in camera sua vide
Matteo chiudere la porta a chiave.
«Che cosa fai?» Gli chiese immediatamente.
«Celine, appena Buonia dirà a tavola che non ci sei si precipiteranno a cercarti. Se arrivano,
almeno avrai il tempo di farmi nascondere sotto il letto e fingere di stare male». Rispose Matteo
strizzandole l'occhio.
Celine si diede della sciocca per non averci pensato, ma lei era sempre stata lenta in questo tipo
di cose. Nonostante le rassicurazioni, però, si sentiva lo stesso scombussolata: non le era piaciuto il
modo deciso con cui Matteo aveva chiuso la porta. Non sapeva perché, ma continuava a sentirsi
minacciata.
In sala da pranzo erano tutti seduti intorno al tavolo ad aspettare i prodigi culinari di Buonia, e
sembravano tutti di buon umore nonostante gli spiacevoli fatti recenti. Solo Aidan, con lo sguardo
perso nel vuoto, tamburellava nervosamente le dita sul tavolo.
Il posto di Celine era ancora vuoto ed era preoccupato per lei. Non era solo la gelosia a
divorarlo: quel ragazzo non gli piaceva. Era un semplice umano, ma c'era qualcosa in lui che metteva
in allerta i suoi sensi.
Forse era il suo atteggiamento così mellifluo, sempre falsamente cortese, oppure il modo in cui
aveva tentato di manipolare i sentimenti di Celine, ma non riusciva a togliersi dalla testa che fosse una
persona pericolosa e cattiva.
Quando Buonia arrivò con le prime portate della cena si riscosse dai suoi pensieri. La ragazza si
stava apprestando a servire, ma la fermò.
«Celine non è ancora arrivata, forse sarebbe meglio aspettarla». Disse indicando il posto vuoto.
«Sono spiacente, ma di là avevo molto da fare e non ho avuto il tempo di passare prima ad
avvisare. Ho incontrato Celine che rientrava. Mi ha detto di non sentirsi bene e che sarebbe andata a
letto». Rispose Buonia iniziando a riempire il piatto di Morwenna.
«Vado a vedere come sta». Fu la reazione di Aidan a quelle parole.
«Aidan, lasciamola in pace. Oggi ha detto addio a un amico, probabilmente non ha voglia di
stare in compagnia. Domani il ragazzo andrà via, ho già organizzato tutto». Lo bloccò Morwenna.
Aidan parve calmarsi un poco: Mavi a fianco a lui gli aveva poggiato una mano sul braccio
sotto il tavolo. Sapeva quanto fosse impulsivo il fratello e aveva il terrore che partisse in quarta. Per
fortuna, seppur di malavoglia, il ragazzo accettò di farsi servire e, anche se non prese parte alla
conversazione, cenò senza risollevare l'argomento.
Mavi conosceva bene suo fratello e vedendolo così si rese conto che, forse, per la prima volta,
Aidan aveva scoperto cosa fosse l'amore. Non poté che esserne felice, anche se lo invidiava.
Nonostante Celine fosse arrivata da loro già in compagnia, era stato evidente da subito che fosse
innamorata di lui. Lei invece continuava a passare da una storia all'altra: non era contenta di se stessa,
tanto quanto lo fosse in passato Aidan delle sue conquiste, anche se era questa l'idea che voleva dare.
Purtroppo la persona che amava la ammirava solo come una letale guerriera e non la vedeva con occhi
diversi. Le sue attenzioni, ogni volta che tornavano a Gallaibh, erano tutte per un altro tipo di
ragazze. Mavi aveva paura che se non fosse stato per il suo desiderio di combattere, molto
probabilmente, a quest'ora si sarebbe già fatto incastrare da qualche guaritrice bellissima e desiderosa
di protezione. Viveva nel terrore del momento in cui Brian avrebbe comunicato loro la notizia.
Ora era seduto a tavola di fronte a lei e non l'aveva ancora guardata nemmeno una
volta, nonostante la grande cura che lei aveva messo nel prepararsi per quella semplice cena. Si sentiva
patetica: faceva di tutto per apparire femminile ai suoi occhi, ma lui sembrava guardarla solo quando
combattevano insieme e si congratulava dei suoi successi in battaglia. Fu in quel momento che notò il
posto apparecchiato, ma vuoto accanto a lui.
Si disse che doveva essere il posto di Matteo. Era assurdo che non avessero notato la sua
assenza, o forse avevano dato per scontato che cenasse in infermeria. Non voleva scatenare un
putiferio, ma doveva farlo notare ad Aidan con discrezione. Gli diede una piccola gomitata e quando lui
si voltò a guardarla gli indicò con la testa la sedia vuota. Aidan sgranò gli occhi: aveva capito subito.
Ormai erano al dolce, ma non avrebbe aspettato.
«Chiedo scusa, ma il dolce lo salto. Vorrei andare a riposare». Disse Aidan in maniera
estremamente composta. Solo chi lo conosceva bene come lei poteva percepire l'alone di fretta che
c'era in quelle parole.
Appena Morwenna lo congedò Mavi fu certa che si trattenne a stento per non mettersi
immediatamente a correre.
Era da un'ora che parlavano e Matteo diventava ogni secondo più insistente. Celine si rendeva
conto di aver sbagliato ad accettare di restare ancora sola con lui. Matteo non aveva affatto accettato di
non fare più parte della sua vita, anzi: voleva convincerla ad abbandonare tutti e tornare a casa con lui.
«Celine, se tu lo vuoi possiamo sparire. Non ci troveranno: potrai continuare a stare con me,
lontana dalla confusione che ti hanno creato queste persone, torneremo a essere felici, insieme».
Ripeteva da circa dieci minuti. Lei non sapeva più cosa inventarsi per farlo ragionare: era assurdo
che, dopo l'aggressione subita appena la sera prima, Matteo sembrasse non avere minimamente paura
di quelle creature.
«Matteo, non so cosa vogliano da me quei mostri, né tantomeno sarei in grado di affrontarli.
Non sono abbastanza allenata, non ho il marchio e so ancora pochissimo di questo mondo. Non potrei
mai sopravvivere fuori di qui da sola». Rispose seccata di doverglielo rammentare in continuazione.
«Ma non saresti sola, saremo insieme!» Insisté lui.
«Non farebbe differenza! Tu sei un umano, ti distruggerebbero in un attimo come hanno fatto
con tua madre e mi catturerebbero per fare Dio solo sa cosa!». Gli fece notare esasperata.
«Non gli permetterei di farlo, Celine! Credimi, con me saresti al sicuro e potresti essere felice.
Oggi eri contenta, sembravi quella di qualche settimana fa! Oggi eravamo una coppia felice!» Esclamò
Matteo con convinzione.
Celine si disse che non aveva capito nulla: non percepiva lo stesso benessere che sentiva lei.
Durante la giornata era stata serena perché le era sembrato di divertirsi con il fratello che aveva sempre
amato, ma Matteo aveva un altro tipo di sentimenti: aveva frainteso tutta la giornata, e purtroppo era
ora di chiarire quel punto.
«Hai ragione, oggi sono stata felice di trascorrere la giornata con te» iniziò lei determinata «ma
perché mi sembrava di rivivere i tempi in cui i miei genitori erano ancora vivi e il nostro rapporto era
ancora quello di una volta, senza complicazioni o false aspettative. Tu per me sei il fratello che ho
sempre desiderato, ti voglio bene, tantissimo. Se fosse possibile vorrei che tu fossi sempre parte della
mia vita, ma tu non lo desideri allo stesso modo in cui lo vorrei io».
«Ma com'è possibile? Fino a poche settimane fa ci amavamo e ora, solo perché questi ti hanno
fatto il lavaggio del cervello, hai cancellato tutto?» Domandò Matteo con disprezzo.
Gli occhi erano di nuovo vuoti, al punto da farlo sembrare un'altra persona, il cui volto era
trasfigurato dalla rabbia. Celine era intimorita, ma sapeva di non potersi tirare indietro: doveva essere
ferma se voleva che Matteo rinunciasse a lei, come aveva promesso a Morwenna.
«Matteo, ho sbagliato. Ti chiedo scusa, ma io non ti amo nel modo in cui mi ami tu e non l'ho
mai fatto. E' stato un grave errore lasciartelo pensare: ho accettato che il nostro rapporto si
trasformasse in qualcosa di più dell'amicizia per i motivi sbagliati. Ho confuso la gratitudine con
l'amore, non sono riuscita a tirarmi indietro e non smetterò mai di vergognarmi per questo sbaglio».
Disse, cercando di essere il più sincera possibile.
«Come puoi dirmi questo? Dopo tutto quello che ti ho dato? Dopo che ti ho accolto in casa mia,
dopo che ti ho trattato come una regina quando nessuno voleva la tua compagnia? Tu me lo devi
Celine, mi devi il tuo amore e il tuo rispetto! Tu eri mia, ormai, e così le cose sarebbero dovute
restare!» Esclamò lui con rabbia.
Celine era scioccata, come se avesse ricevuto un manrovescio in pieno viso.
Uno schiaffo forte come quello che aveva dato ad Aidan solo la sera prima per aver osato
pensare certe cose su Matteo, cose sulle quali, a quanto pare, aveva ragione.
Era stata così distratta da quel pensiero che non si era accorta che lui si era avvicinato.
«Celine, è ora che tu riprenda contatto con la realtà». Le disse spingendola verso il muro.
«Lasciami Matteo, mi fai male! Lasciami!» Urlò Celine.
«Sono tutti a tavola, non urlare. Non è il caso. Vedrai, questo ti aiuterà a rivedere tutto nella
giusta prospettiva». Sorrise maligno.
Così facendo la schiacciò tra il muro e il suo corpo, tenendole le braccia strette lungo i fianchi,
baciandola con prepotenza. Celine sapeva di potersi liberare, sarebbe stata in grado di scagliarlo contro
il muro, ma non ne aveva la forza. Le sembrava che qualcosa stesse succhiando via la sua forza vitale,
al punto da sentirsi svenire. Le parve di udire dei colpi alla porta, ma non riuscì a stabilire se si trattasse
di un sogno o della realtà. All'improvviso ci fu un boato e fu libera dal peso di Matteo. Si sentiva
completamente senza forze e si lasciò scivolare a terra contro il muro.
Aidan era fuori di sé dalla rabbia. Quando era andato a cercare Celine era certo che avrebbe
trovato Matteo con lei, ma non pensava che quel viscido schifoso le sarebbe saltato addosso. Doveva
averla tramortita per essere certo che non si ribellasse.
«Che cosa le hai fatto, schifoso? Come hai fatto a ridurla in questo stato?» Chiese rabbioso in
direzione di Matteo.
«A quanto pare, il mio bacio l'ha messa fuori combattimento Che dire, quando si ha fascino...
Mi è svenuta tra le braccia». Rispose Matteo con sarcasmo.
Aidan non ci vide più dalla rabbia, e sollevò quell'insulso ragazzino da terra come se fosse stato
un insetto.
«Sei solo un verme spregevole. Pensavi di approfittarti di lei usando la sua gratitudine per i tuoi
fini e quando finalmente ha aperto gli occhi non ti stava più bene, vero? Sai, con me la tua aria da
bravo ragazzo non ha mai attaccato. Non ti uccido solo perché saresti un senso di colpa per lei,
altrimenti ti scaraventerei giù di sotto. Ora vattene, e prega che non ti trovi quando avrò finito di
occuparmi di lei. Fossi in te correrei da Morwenna a supplicarla di farmi trasferire stasera stessa!».
Esclamò furioso.
Dopo averlo scaraventato fuori dalla porta, Aidan la richiuse come meglio poteva. Aveva
sentito urlare Celine quando era ancora sulle scale, e realizzando che la porta era chiusa a
chiave l'aveva buttata giù in un batter d'occhio.
Celine era terrea: non fosse stato per il respiro leggerissimo sarebbe sembrata morta.
Aidan la sollevò con delicatezza e la stese sul letto, allentando le stringhe del corpetto della sua
divisa. Non sapeva cosa fare, ma non voleva andare a chiamare aiuto in infermeria. Probabilmente
sarebbe arrivata Kaina e avrebbe solo peggiorato la situazione. Inoltre non voleva lasciare Celine da
sola con quel cane rognoso ancora in giro. Chissà cosa avrebbe potuto farle, ora che era priva di sensi.
Le controllò la testa per vedere se avesse qualche ferita, ma non notò niente di strano. Decise di
prenderle le mani tra le sue, erano congelate. Era così pallida che il rame nei suoi capelli sembrava
quasi fuoco incandescente, nonostante la luce tenue nella stanza.
Decise di tentare di riscuoterla, parlandole, le mani strette tra le sue.
«Celine? Mi senti? Va tutto bene, se n'è andato». Disse con dolcezza.
Celine parve reagire al suono della sua voce, così decise di continuare a parlarle.
«Ehi, sei al sicuro adesso, Matteo è uscito. Non devi preoccuparti di nulla, non gli permetterò
più di avvicinarsi a te».
Celine aprì gli occhi poco per volta. Sembrò non metterlo a fuoco e si spaventò rizzandosi di
botto per cercare di mettersi a sedere. Un capogiro fortissimo la colse e Aidan la prese appena in tempo
prima che sbattesse la testa sul bordo della testiera del letto. Gli faceva male averla così vicino e non
poterla stringere a sé, ma quello non era il momento ideale per le romanticherie.
Celine come sempre lo sorprese: parve metterlo a fuoco solo in quel momento e gli si buttò tra
le braccia piangendo. Lui sapeva che non si trattava di un abbraccio di quel tipo, ma andava bene lo
stesso. Cercava conforto in lui, si fidava di lui: questo era importante, per il resto avrebbe aspettato.
Non aveva fretta.
«Avevi ragione tu». Disse Celine con voce smorzata, premendo il viso sul suo petto.
«A cosa ti riferisci?» Chiese perplesso.
«Matteo non è mai stato sinceramente mio amico. Si aspettava che provassi dei sentimenti per
lui come se gli fosse dovuto». Spiegò Celine in un nuovo eccesso di pianto.
Aidan le accarezzò i capelli con delicatezza: avrebbe voluto correre da quell'insulso umano e
farlo volare da un lato all'altro della proprietà come una palla da baseball, ma non voleva lasciarla sola.
In quel momento aveva bisogno di lui.
Sapeva di aver ragione, conosceva troppo bene l'animo umano per sbagliarsi su Matteo. Quel
ragazzo si era sempre comportato con un atteggiamento che lui trovava insopportabile, non trattando
Celine come si fa con la persona amata, ma come se fosse stata un oggetto di sua proprietà. Aveva già
ferito lui Celine, solo la sera prima, dicendole cosa pensava di Matteo, ma si augurava che quello
stupido non avesse mai la faccia tosta di rivendicare la sua gratitudine. Invece l'aveva fatto.
«Non dirò "te l'avevo detto", non sono felice che tu ora stia male perché è stata confermata la
mia versione dei fatti. Anzi, per quanto detesti quell'insulso inops, avrei preferito che i suoi sentimenti
per te fossero sinceri». Disse con dolcezza.
«Come hai fatto a vederlo tu in così poco tempo ed io a essere stata cieca per anni?» Singhiozzò
Celine «sono davvero un'inetta. Non sono nemmeno in grado di giudicare le persone che penso di
conoscere come fratelli».
«Non prendertela con te stessa. Ho sempre fatto questa vita, sono abituato a guardare gli altri
con sospetto e occhio critico. E poi, quando si vuole bene a qualcuno, si è sempre offuscati dall'affetto.
Se fossimo in grado di pensare certe cose di quelli che amiamo, che persone saremmo?». La consolò
Aidan sollevandole il mento per guardarla negli occhi.
Erano così vicini, Dio solo sapeva quanto Celine desiderasse quel contatto: amava Aidan. Lo
amava disperatamente. In quel momento, dopo l'aggressione di Matteo, desiderava ancor di più il
contatto con lui. Aveva bisogno di sapere di appartenergli, di sentirsi protetta da lui, ma non riusciva a
fidarsi. Non poteva mettere da parte lo spiacevole episodio verificatosi con Kaina e soprattutto non
poteva non pensare a quello che Aidan stesso le aveva appena detto.
"Quando amiamo qualcuno ciò che pensiamo di quella persona è sempre offuscato dal nostro
affetto".
E lei certamente non voleva credere che Aidan si fosse approfittato di Kaina dicendole le stesse
frasi d'amore che poi aveva rivolto a lei, ma non poteva non pensarci. Così si guardarono negli occhi
per un tempo infinito, ma Celine decise di interrompere quel momento perché non era più padrona di se
stessa.
Nella sua testa aveva già fatto un migliaio di volte ciò che non doveva. Non stava più fissando
Aidan, ma si stava avvolgendo tra le dita le sue lunghe ciocche bionde mentre lo baciava stringendosi a
lui. Era come se avesse tanto freddo e il corpo di Aidan fosse la luce e il caldo.
«È per questo che non devo fidarmi nemmeno di te?» Domandò spezzando il magnetismo che
c'era nei loro sguardi.
Aidan sembrò addolorato.
«Beh, immagino che questo possa essere un punto di vista corretto». Ammise guardandola con
tristezza.
«Aidan... Desidererei davvero poterti credere. Vorrei poter sapere con certezza che Kaina si è
inventata tutto. Mi rendo conto sia ignobile dubitare della persona che amo, e che forse quando capirò
di aver sbagliato sarai tu a non volermi più, ma ora non ce la faccio a crederti. Mi dispiace. Non posso,
non dopo quest'altra batosta che mi ha fatto capire quanto poco valga il mio metro di giudizio e
soprattutto non posso farlo essendo consapevole che desidero a tutti i costi credere che tu mi ami
davvero e non vuoi divertirti. Con una come me, per giunta, che non si è mai spinta più in là di un
bacio con nessuno». Spiegò Celine distogliendo lo sguardo.
Aidan si sentiva immensamente in colpa per il modo imperdonabile in cui Kaina aveva ferito
Celine con le sue menzogne. La sera prima, tra le sue braccia, gli era sembrata consapevole di ciò che
stava avvenendo tra loro e invece era lui l'unico cui aveva permesso di spingersi tanto in là. Era ovvio
che lei ora non riuscisse a fidarsi: non essere giunta fino a quel punto con nessuno e poi pensare di
essere stata usata per il divertimento di una notte doveva essere davvero svilente. Di lui, in quel
momento, pensava una cosa orribile, ma avrebbe fatto tutto ciò che poteva per risanare la frattura creata
dalle menzogne di Kaina. Non era mai stata sua intenzione prendersi gioco di lei, probabilmente era
l'unica al mondo che significasse qualcosa e, visti i suoi precedenti, dubitava che le cose potessero
cambiare.
«Per quanto tu possa ritenermi capace di tanto, spero che con il tempo capirai che sono tutte
menzogne di Kaina, ma soprattutto, per il mio onore, voglio che tu sappia che non avevo la più pallida
idea che tu non fossi mai stata con nessuno. Lo avevo pensato, ma mentre mi baciavi non mi sembrava
possibile, altrimenti non ti avrei mai nemmeno permesso di spingerti fino a quel punto».
«Perché? Se così non fosse andrebbe bene prendermi in giro perché merito meno rispetto?» Lo
interruppe Celine con uno sguardo di fuoco.
«No di certo» replicò pacatamente Aidan «ma, se non fosse arrivata Kaina, probabilmente ti
avrei preso su quella panchina ieri sera, e poi non mi sarei perdonato di non averti regalato un momento
tenero e romantico anziché un rapporto rapido e passionale».
Celine sentì il suo corpo che si riscaldava: solo pensare di essere sotto la sua pelle nuda la fece
fremere.
«Era quello che volevo in quel momento, sarebbe stato giusto in qualunque maniera fosse
successo». Disse in un sussurro.
Poi, senza nemmeno rendersi conto di quello che stava facendo, si sporse verso Aidan e le loro
labbra s'incontrarono. Gli infilò le dita tra i capelli tirandolo verso di sé. Le sue labbra erano così
morbide e piene, quando Aidan le schiuse lei sentì di nuovo il suo sapore, la sensazione, se possibile,
dopo l'orribile interludio appena avuto con Matteo, fu ancora più forte.
In quel bacio c'erano la luce, la forza, la pace. Celine non aveva mai desiderato nessuno prima e
sapeva con certezza che non avrebbe mai voluto nessun altro. Il bacio che le aveva dato prima Matteo
l'aveva stordita. Le era sembrato di precipitare in un pozzo nero, di soffocare, di essere risucchiata
come in un vortice di disperazione, mentre ora sentiva la vita scorrerle dentro.
Quella certezza la colpì come una porta che si chiude sbattendo all'improvviso. Non seppe mai
spiegarsi il perché di quella sensazione, ma sentì dentro di sé che lui e soltanto lui sarebbe stato per
sempre l'unico per lei.
Aidan si scostò.
«Non ora Celine, non così. Non dopo ciò che mi hai appena detto. Mi dispiace, ma non posso
stare con te sapendo ciò che pensi di me. Credimi, mi costa fatica respingerti, ma chi ti prenderebbe ora
e così sarebbe l'Aidan che credi io sia, e non è così». Disse lui prendendole il viso tra le mani.
«Non importa» rispose Celine «io ti voglio lo stesso».
Non sapeva nemmeno lei come le fosse venuta un'uscita del genere, ma lo desiderava, lo voleva
disperatamente. Ora che aveva capito che comunque per lei ci sarebbe stato sempre solo lui non le
importava più dei suoi dubbi: lo voleva con tutta se stessa, anche solo per una volta.
«Mi credi?» Le chiese lui.
«Voglio crederti, ma non riesco ancora a farlo». Rispose Celine non sapendo mentirgli.
«Allora no. Posso aspettare, non voglio stare con te così. Desidero la tua fiducia, voglio che tu
creda in me...» Aidan s'interruppe pensieroso «devo chiederti una cosa prima di dimenticarmi di
nuovo. Mi distrai e non mi era mai successo». Disse con una luce divertita negli occhi.
Celine lo invitò a continuare con lo sguardo.
«Cosa ti ha fatto Matteo per ridurti in quello stato? Quando ti ho messo sul letto, ho controllato
che non avessi ferite in testa. Perché non lo hai respinto? Avresti potuto legarlo come un salame come
hai fatto con me durante gli allenamenti». Chiese Aidan non senza un pizzico di gelosia.
«Non lo so, non ho capito nemmeno io. È stato strano». Rispose indugiando Celine.
«Spiegati meglio». La incalzò.
«Quando si è avvicinato, volevo usare i miei poteri contro di lui. Ma non l'ho mai fatto se non
con te: avevo paura di ucciderlo, di non sapermi controllare, ed è bastato quell'attimo di esitazione
perché fosse troppo tardi. Ho iniziato a stare male, a sentirmi debole. Non mi ha colpito: non so, forse è
stato lo shock inaspettato, o una reazione nervosa».
Celine era ancora confusa a riguardo di quanto accaduto, ed era stata sul punto di dire ad Aidan
che le era quasi sembrato che Matteo stesse prosciugando le sue energie baciandola.
"Che assurdità!" Pensò.
Per quella sera ne aveva già dette troppe.
«Può essere» disse Aidan perplesso «adesso cerca di riposare. Mi assicurerò che Matteo sia
tenuto sotto sorveglianza fino a domani, quando sarà trasferito. Non tornerà qui, stanne certa».
Celine si sentì prendere dal panico, non voleva stare da sola in quella stanza, non avrebbe
chiuso occhio nemmeno se avesse preso un sonnifero, afferrò Aidan per un braccio.
«Ti prego, non andare via, stai qui con me». Gli disse pregandolo con lo sguardo.
Aidan non sapeva cosa fare: da un lato era conscio di dover correre ad avvisare gli altri che era
imperativo tenere lontano Matteo da Celine, ma se fosse stato lì non avrebbe comunque superato la
soglia della porta.
In fondo si trattava di un umano, non poteva nuocere a nessuno lì dentro. Si mise sul letto a
fianco a Celine e lei gli si rannicchiò contro, la testa appoggiata al suo petto, in ascolto dei battiti del
suo cuore.
Quando gli si avvicinava, Celine inspirava profondamente. Lo aveva notato più di una volta,
prima o poi le avrebbe chiesto perché. Per ora gli bastava tenerla tra le sue braccia, mentre si
addormentava: per il resto ci sarebbe stato tempo.
Capitolo 16 - Amaro risveglio
Aidan aprì gli occhi, e si rese immediatamente conto che era quasi giorno. Si era addormentato
di fianco a Celine. S‘insultò mentalmente per la stupidità del suo gesto: sarebbe dovuto stare all'erta, in
caso Matteo decidesse di tornare, anziché addormentarsi.
Doveva alzarsi, ma era difficile rinunciare alla tentazione di osservare Celine mentre dormiva.
Il suo viso, volto verso di lui, aveva un'espressione serena, la sua mano poggiava sul suo petto.
Aidan si sentì stranamente felice: nonostante l'ombra delle azioni di Kaina aleggiasse ancora tra loro,
comprese che Celine presto avrebbe ricominciato a fidarsi di lui.
Si alzò facendo attenzione a non svegliarla. Stava per andare direttamente da Morwenna quando
si accorse dello stato in cui erano i suoi vestiti e decise di fare prima un salto in camera sua a cambiarsi.
Quando aprì l'uscio, un foglio di carta svolazzò concludendo la sua planata sul pavimento,
qualcuno doveva averlo inserito nella fessura della porta.
"Mavi e le sue battute" pensò, sicuro che la sorella avesse notato la sua stanza vuota e la porta
della camera di Celine scardinata. Probabilmente l'inops era andato in sala da pranzo a piangere sul
modo in cui era stato sbattuto fuori dalla stanza, suppose Aidan ridacchiando tra sé mentre raccoglieva
il foglio.
A Celine sembrò che qualcuno la stesse trascinando per la stanza mentre ancora dormiva. Pensò
subito a Matteo e si tirò su di scatto urlando: fortunatamente Mavi fu lesta a scansarsi o l'avrebbe
colpita in pieno viso.
«Dov'è Aidan?» Fu la prima cosa che le chiese.
«Non lo so. Ieri sera era qui. Voglio dire, quando mi sono addormentata era qui...» Rispose,
cercando di correggere il significato iniziale di quanto aveva detto rendendosi conto di aver
ulteriormente peggiorato le cose.
«Celine, non m'interessano i dettagli intimi della vostra relazione! Dimmi cosa è successo ieri
sera!» Esclamò Mavi sgarbatamente.
Celine stava per mandarla al diavolo, ma guardando l'espressione sul suo viso qualcosa la
trattenne.
«Ero qui a parlare con Matteo, ma a un certo punto lui ha avuto una reazione spropositata. Per
fortuna proprio in quel momento è piombato qui Aidan, che l'ha allontanato. Quando Matteo è andato
via, io e Aidan siamo stati un po' a parlare, poi lui si è fermato qui fino che non mi sono addormentata.
Per il resto, non so a che ora sia andato via dalla mia stanza. Mi hai svegliato tu. Che cosa è accaduto?»
Chiese con ansia crescente.
«Stamattina, quando sono andata a cercare Aidan, ho trovato questa sul letto in camera sua»
disse Mavi porgendole un foglio tutto sgualcito «a fianco c'erano i vestiti che Aidan aveva addosso ieri
sera. Penso si sia cambiato e sia uscito».
Celine fece non poca fatica ad aprire il foglio piegato in quattro, temendo cosa ci avrebbe letto.
"Non so perché ho deciso di rivolgermi a te. Sinceramente ti ho sempre detestato, ma mi rendo
conto che se ora provassi ad avvicinarmi a Celine non mi ascolterebbe e che forse tu sei l'unico cui
darebbe credito. Ho sbagliato a trattarla in quel modo ieri sera e me ne vergogno, ma purtroppo in
tutti questi anni l'ho sempre amata e per lei non sono mai stato nulla. Può anche essere che io abbia
volontariamente sfruttato il suo senso di gratitudine nei miei riguardi, ma tu che la ami potrai capire
che l'ho fatto perché non riuscivo più a starle vicino senza palesare quello che provavo per lei. Viveva
con me e un rifiuto avendola davanti tutti i giorni sarebbe stato troppo.
Ora però ho capito l'errore che ho fatto e ho chiesto a Morwenna di essere trasferito al più
presto in un'altra residenza in modo che Celine possa continuare la sua vita ed io la mia. Durante la
mattinata verranno a prendermi, ma prima ci sono delle cose importanti su Celine che devo raccontare
a qualcuno, poi sarai tu a decidere a chi dirle. Mia madre e la sua erano più amiche di ciò che Celine
credeva, la signora Vendramin ha raccontato a mia mamma tutta la storia di Celine: da dove veniva,
cosa sarebbe diventata. L'ho sempre saputo, ma ho finto di non conoscere nessuna di queste cose
perché lei era troppo speciale per me e non ero disposto a rinunciarvi. Persino quando siete entrati
nella sua vita, ho taciuto queste informazioni ma ora che ne sono fuori tanto vale che le sappiate. Ci
vediamo nel capanno degli attrezzi che c'è in fondo alla proprietà, lì potremo parlare con tranquillità.
Se vuoi trovare il modo di salvarla dai vostri nemici ti conviene venire."
Celine mise giù la lettera con mani tremanti.
«Non è possibile, non ho mai visto mia madre e la sua parlare tra loro. Non possono avermi
taciuto certe cose così a lungo, specialmente sua madre, dopo la morte dei miei genitori!» Esclamò
Celine, certa che fossero menzogne.
«Non è questo il punto ora, Celine. Il problema è che Matteo non c'è, e nemmeno Aidan. Sono
andata a cercali nel luogo dell'appuntamento, ma a parte qualche pala ammucchiata a terra non c'è
nessuno». La informò Mavi alzando la voce.
«Ma è impossibile... Matteo è un umano, non potrebbe mai fare del male ad Aidan. Lo
stenderebbe in un battito di ciglia, non esiterebbe a...» Replicò Celine, mentre le parole le morivano in
gola.
"Non arriverebbe all'appuntamento pronto ad attaccare qualcuno che gli deve rivelare un
importante segreto sulla persona che ama. Non andrebbe lì con l'intento di uccidere un avversario già
sconfitto e soprattutto non sarebbe stato in guardia nei confronti Matteo". Furono i pensieri che le
balenarono in mente.
Mavi la fissò con sguardo eloquente.
«Vedo che anche tu sei giunta alla mia stessa conclusione. Sì, è vero: Matteo non è in grado di
fargli del male, ma anche l'uomo più forte può essere ucciso da una pugnalata inferta a tradimento, un
colpo in testa, qualunque altra cosa. Aidan non è andato incontro a un nemico: è andato a parlare con
qualcuno che si aspettava fosse, non dico amichevole ma pentito e desideroso di dargli informazioni».
«Hai ragione. Hai provato a chiedere a Morwenna se è arrivata la persona che doveva seguire il
trasferimento di Matteo? Magari possiamo farlo riportare indietro, possiamo...» Le parole le morirono
in gola, mentre Mavi mosse la testa in segno di diniego.
«Andare da Morwenna, dopo aver letto questa lettera, è stata la seconda cosa che ho fatto.
Prima mi sono recata nel capanno, dopodiché sono andata da lei, convinta di trovarli entrambi lì in
attesa del nuovo tutore di Matteo. Purtroppo Morwenna stava ancora dormendo, visto che l'ospite
sarebbe dovuto arrivare tra un'ora, ma ovviamente l'appuntamento è stato annullato. Morwenna aveva
chiamato qualcuno per oggi come da accordi con te, ma Matteo non è mai andato da lei a chiedere di
essere allontanato. Ieri sera nessuno l'ha visto. Ho chiesto a Buonia e anche a quella serpe di Kaina:
loro in infermeria non l'hanno visto, è semplicemente sparito, e con lui Aidan». Spiegò Mavi
dettagliatamente.
In quel momento arrivò Buonia.
«Celine, Mavi» le chiamò «Morwenna vi vuole immediatamente da lei». Disse con espressione
grave.
«Buonia, per l'amor del cielo, parla! Voglio arrivare lì preparata». La investì Mavi.
Celine non aveva il coraggio di parlare, tantomeno di fare una domanda del genere.
«Sono arrivati Ermer ed Erskine. Stamattina prima dell'alba sono usciti per andare in
perlustrazione alla Divisione. Dicono di aver incrociato Aidan sul portico, ma si sono solo salutati».
Rispose Buonia con voce flebile.
«Non è tutto, non è così?» Indagò Mavi.
«Non ho ascoltato molto, ma hanno catturato dei corrotti nei pressi della Divisione. Sotto
tortura uno di loro ha svelato delle informazioni: è tutto quello che ho capito prima che Morwenna mi
mandasse a chiamarvi». Rispose Buonia riferendo tutto ciò che aveva carpito.
«Sarà meglio sbrigarsi». Disse Mavi, raggiungendo la porta con una rapida falcata. Celine le
corse dietro.
Quando varcarono la soglia della stanza di Morwenna, avvertirono subito l'atmosfera grave, che
ristagnava all'interno come una cappa opprimente. Morwenna sedeva sul divano torcendosi le mani in
grembo, Erskine passeggiava nervosamente avanti e indietro ed Ermer stringeva così forte il bordo
della poltrona che le nocche erano bianchissime. Al loro ingresso tutte e tre le teste si voltarono
simultaneamente nella loro direzione.
Mavi, come prima, iniziò subito a tempestarli di domande.
«Cos'avete scoperto? Sapete dov'è Aidan?» Ripeteva come un mantra.
«Purtroppo non abbiamo idea di dove sia Aidan, abbiamo saputo che è scomparso solo una
volta arrivati qui. Ma il fatto che sia sparito, dopo la confessione resaci da uno dei dooinney breun che
abbiamo preso, rende la cosa ancora più inquietante» disse Ermer fissando Celine «specialmente vista
la persona con cui si doveva incontrare».
Celine si fece avanti. La tensione che aveva dentro cresceva di secondo in secondo, ma dopo il
penetrante sguardo di Ermer aveva bisogno di chiedere delucidazioni. Le sembrava tutto assurdo.
«Matteo è un semplice umano, come potrebbe fare del male a uno come Aidan?» Chiese
stupita.
«Matteo non è ciò che credi. Non posso biasimarti per questo, non ce ne siamo accorti neppure
noi». Rispose Erskine fermandosi di fronte a Celine.
«Adesso basta giri di parole, parlate! Mi state facendo impazzire!». Esclamò Mavi facendo un
passo verso Erskine.
«Stamattina, quando siamo andati alla Divisione per constatare i danni, ci siamo accorti che
c'erano dei dooinney breun che gironzolavano intorno al perimetro» iniziò Erskine riprendendo a
camminare «fortunatamente non ci hanno notati, così abbiamo deciso di non ingaggiare uno scontro,
ma di cercare di catturarne qualcuno per farci dire qualcosa» Erskine si fermò per bere un bicchiere
d'acqua «vi risparmio i dettagli della cattura e del metodo di persuasione, ciò che conta è che alla fine
uno di loro abbia parlato».
«Come possiamo fidarci di lui?» Domandò Mavi, esprimendo a voce alta un concetto sul quale
Celine si era appena interrogata.
«Perché sapeva cose che altrimenti non avrebbe potuto sapere». Rispose, decisa Ermer.
«Il corrotto ci ha detto che l'attacco alla Divisione è stato programmato con l'intento di far
saltare la cerimonia del marchio di Celine. Se ci avessero anche uccisi sarebbe stata la ciliegina sulla
torta, ma quello che gli premeva veramente era metterci in stato d'allerta». Spiegò Erskine
«Ma com'è possibile che sapessero che avrebbe avuto luogo la mia cerimonia? Lo sapevamo
solo noi, voi alla Divisione e gli invitati a Gallaibh». Ribatté immediatamente Celine.
«Dimentichi un'altra persona». Fece presene Ermer.
«Matteo!» Esclamò Mavi.
«Non è possibile, Matteo è solo un ragazzo. Non avrebbe mai potuto fare una cosa del genere.
Penso vi abbiano dato delle informazioni volutamente sbagliate». Disse Celine, anche se dopo aver
pronunciato quelle parole iniziò a pensare al bacio della sera prima e a sentire una morsa che le
attanagliava la bocca dello stomaco.
«Non ci hanno dato informazioni sbagliate: conoscevano bene Matteo. Purtroppo la sua
apparenza ha ingannato tutti poiché ha sembianze umane e non ha mai usato poteri davanti a noi, ma
purtroppo è il nostro equivalente in forma negativa. Matteo è l'unico guerriero di Fàs con un corpo e
una volontà sua: non sappiamo da quanto, ma ha grandi poteri. Semplicemente, fino che ha potuto, ce li
ha nascosti» disse Erskine, poi voltandosi verso Celine continuò «tu non hai mai notato nulla di
strano?»
«Mai prima di ieri sera. Anzi, non ero nemmeno convinta di aver notato qualcosa di strano fino
a ora».  Rispose Celine, sentendosi doppiamente stupida per non aver esternato i suoi dubbi ad Aidan
la sera prima.
«Cos'è successo di preciso, Celine?» Le domandò Morwenna, che fino a quel momento era
stata in silenzio.
«Ieri sera, quando Aidan ha fatto irruzione in camera mia, Matteo mi stava baciando con la
forza. Io sono stata malissimo e sono svenuta. Quando mi sono svegliata e Aidan mi ha chiesto come
mai non avessi reagito, e soprattutto cosa mi avesse fatto Matteo per ridurmi in quello stato, ho risposto
di non aver usato i poteri per paura di fargli del male poiché era un umano e che probabilmente ero
svenuta per l'agitazione del momento. La verità è che mi è sembrato che Matteo mi stesse succhiando
l'energia. Ho iniziato a stare così male che, anche se avessi voluto reagire, non ne avrei avuto la forza».
Spiegò Celine cercando di riassumere i fatti accaduti la sera prima.
«Questo collima con quanto ci ha riferito il corrotto» disse Ermer secca «ti ha fatto pressione
per tornare a casa?» Chiese poi a bruciapelo.
«Sì, ma... Il solito, non ci ho prestato attenzione. Diceva che saremmo potuti tornare a essere
felici, che mi avrebbe protetto lui. Farneticava cose del genere, non ci ho dato peso: pensavo solo che
non accettasse ancora che tra noi fosse finita». Rispose Celine, sentendosi sempre peggio.
Era certa che, se avesse detto ad Aidan ciò che pensava la sera prima, forse qualche sospetto gli
sarebbe venuto.
«È così, infatti: il corrotto ci ha detto che Matteo avrebbe tentato di farti andare con lui
spontaneamente, o che avrebbe provato a rapirti. Quando ci ha detto tutto ciò che sapeva lo abbiamo
ucciso, e siamo tornati immediatamente qui. Avevamo il terrore che Matteo fosse con te, non sapevamo
di quanto era accaduto nella tua stanza la sera prima». Spiegò Erskine che ora fissava ostinatamente
fuori dalla finestra.
Morwenna, che aveva intercettato il suo sguardo, capì quali erano i pensieri di Celine.
«Non angustiarti» le disse «non attribuirti sempre la colpa delle azioni degli altri: probabilmente
il fatto che quel ragazzo fosse innamorato di te ha tutto a che vedere con questo. Basta che ti chieda,
come mai, se lavora per Fàs, non ti abbia mai consegnato lui stesso al suo signore».
«Sono esattamente queste le domande che dobbiamo farci se vogliamo trovare Aidan».
Intervenne Mavi, annuendo in direzione di Morwenna.
«Che cosa intendi dire?» Chiese Erskine
«Matteo vuole Celine. Aidan è un'esca, l'ha preso perché sa che Celine lo andrebbe a cercare.
La conosce bene. Inoltre ci sarebbe da domandarsi come mai abbia voluto bloccare la cerimonia del
marchio». Spiegò Mavi sintetizzando la situazione.
«Non m'importa nulla se è saltata una festa in mio onore! Dobbiamo andare immediatamente a
cercare Aidan. Se Matteo è ciò che dite, a quest'ora potrebbe già avergli fatto del male!» Esclamò
Celine dirigendosi verso la porta.
Ermer le fu a fianco in un attimo, afferrandola per un braccio.
«Tu non vai da nessuna parte. Non uscirai da qui!» Disse con decisione.
«Stai scherzando? Non lascerò che Matteo giochi con la vita di Aidan perché vuole me. Lo
affronterò, e stavolta non mi preoccuperò di fare del male a un umano». Rispose Celine decisa.
Avvertì uno strano formicolio dentro di sé, sentendosi letteralmente esplodere di rabbia: come
dopo il licenziamento in negozio, le sembrò di non riuscire a controllare i suoi poteri. Se lo avesse
desiderato, sarebbe stata in grado di far saltare in aria tutta la Villa.
Ermer, purtroppo, seppe sostenere il suo sguardo e non mollò la presa sul suo braccio. Come se
non fosse stato abbastanza, intervenne anche Morwenna a darle man forte.
«Celine, non posso permettere che tu esca di qui. Tutti loro andranno a cercare Aidan, ma tu
resterai qui con me. Non sottovalutare il rito che ha voluto interrompere. Ci deve essere un motivo alla
base di tutto questo, un motivo importante che ha spinto il ragazzo a tradirti. Ha sempre cercato di
tenerti lontana da Fàs, fingendo di non conoscere il nostro mondo e di ignorare i tuoi poteri. Non ha
lasciato trapelare nulla fino a quando non è stato obbligato, c'è fortemente da chiedersi perché». Le
fece notare Morwenna.
«Non possiamo stare qui a interrogarci sui motivi di Matteo! La vita di Aidan è in pericolo e
tutti quanti dobbiamo contribuire a trovarlo, anche a costo di un sacrificio!» Esclamò Celine disperata.
«Ha ragione Morwenna, tu devi rimanere qui. Celine, tutto questo ruota intorno a te. Anche se
fosse accaduto qualcosa ad Aidan, non possiamo permettere che Matteo metta le mani su di te». Disse
Erskine, avvicinandosi a lei.
«Devi restare qui, Celine. Dover badare a te ci rallenterebbe nella ricerca di Aidan». Intervenne
Mavi unendosi agli altri.
«Non posso stare qui sapendo che Aidan rischia la vita per colpa mia!» Tentò di ribellarsi.
«Sì che puoi, e lo farai, che tu voglia o meno. Se ti metterai nei guai dovremmo sospendere la
ricerca di Aidan per correre in tuo soccorso». Aggiunse Ermer.
Celine si sentiva presa tra due fuochi: da un lato la sua rabbia interiore le diceva che avrebbe
dovuto puntare i piedi e catapultarsi fuori dalla Villa, dall'altro la ragione le diceva che non le
avrebbero mai permesso di unirsi a loro, anche a costo di dover usare la forza. Per non rallentare
ulteriormente la ricerca di Aidan, decise di acconsentire.
«Va bene, resterò qui. Però mi terrete informata costantemente». Disse perentoria.
«Starai con me» s'inserì Morwenna «aspetteremo insieme notizie».
«Ma perché non lo rintracciate?» Chiese Celine, colta da un'illuminazione improvvisa.
Lei non conosceva bene quel mondo, ma si chiedeva come fosse possibile che loro non ci
avessero pensato prima.
«Quando Aidan è venuto a casa di Matteo, la sera che mi si è palesato la prima volta, mi ha
rintracciata con i vostri sistemi usando un orecchino che avevo perso. Perché non facciamo lo stesso
con uno dei suoi abiti, o qualcosa di suo di cui siamo in possesso?» Domandò, stupita non ci avessero
pensato loro.
Purtroppo vide Ermer ed Erskine scambiarsi uno sguardo tetro. Fortunatamente Mavi le rispose.
«Celine, è la prima cosa che ho tentato di fare quando ho scoperto che Aidan era scomparso.
Purtroppo Matteo aveva pensato a tutto, a quanto pare. Quando ho provato stamattina non potevo
sapere che fosse stato lui, ma ora è chiaro. Tutti i sistemi della Villa non funzionano o sono
danneggiati: Brian ha tentato in tutti i modi, ma ci vorrà molto tempo prima di portare tutto alla
normalità».
«Allora chiamiamo un'altra Divisione! Mandiamo loro qualcosa con cui rintracciare Aidan!
Non possiamo star qui con le mani in mano!» Replicò Celine sempre più nervosa.
«Non possiamo» intervenne Morwenna «sarebbe gravissimo se si venisse a sapere che abbiamo
permesso a un umano di infiltrarsi nuovamente tra noi. Dopo la tragedia di Gallaibh, non sarebbe mai
più dovuto succedere nulla del genere, ma non è questo il punto. Non temo conseguenze o punizioni,
ma prima di fare intervenire terze persone dobbiamo avere la certezza di come stiano le cose.
Dobbiamo cercare di venirne a capo prima di coinvolgere altri. Se le cose fossero diverse da come
appaiono, rischierei di mettere in pericolo la vita di altri Custodi per la leggerezza con cui abbiamo
trattato Matteo».
Quando tutti lasciarono la villa, Celine si sentì peggio di prima: sapeva che se non ci fosse
riuscita lei nessuno di loro avrebbe scovato Matteo. Lei lo conosceva meglio di tutti, ma soprattutto era
certa che lui da lei si sarebbe fatto trovare.
Morwenna per un po' aveva provato a fare conversazione, cercando di stimolare la sua curiosità
con le motivazioni che potevano aver spinto Matteo ad avere un comportamento piuttosto che un altro,
ma a Celine non importava per niente e dopo un po' Morwenna si accontentò di stare in silenzio, seduta
rigidamente sul divano. Celine pensò a quanto fossero discordanti le reazioni delle persone di fronte
alle medesime notizie: bastava guardare Morwenna ed Erskine per rendersene conto.
Morwenna sembrava impalata su quel divano, mentre Erskine non riusciva a stare fermo un
istante.
Pensò a tutte le sciocchezze possibili, per distrarre la sua mente dalla preoccupazione che le
attanagliava lo stomaco.
La sua sofferenza non derivava solo dal non sapere cosa stesse accadendo ad Aidan, ma
soprattutto dal fatto di non sapere se l'avrebbe mai più rivisto. Una delle ultime cose che gli aveva
detto era che non aveva fiducia in lui: era terribile. Aidan aveva messo a repentaglio la sua vita,
convinto di andare a raccogliere informazioni sul suo passato.
Si chiese come avesse potuto credere anche a una sola parola di Kaina.
Ora che il terrore di non poterlo mai più rivedere le artigliava il petto, sapeva che dentro di sé
non aveva mai creduto che Aidan volesse prendersi gioco di lei. In tal caso lo avrebbe fatto dal primo
giorno. Al contrario, l'aveva sempre rispettata, e anche quella sera non era stato lui a spingerli fin
dov'erano arrivati, ma era stata la sua reazione spropositata al primo contatto fisico con lui.
Aveva dentro di sé la certezza che Aidan fosse stato per lei l'unico dal primo momento in cui lo
aveva appena intravisto nel giardino della vecchia casa dei suoi, quando pensava ancora che fosse solo
una visione.
Si lambiccò il cervello alla ricerca di un modo per uscire dalla Villa senza suscitare allarmismi,
ma non sapeva come fare. Aveva la certezza matematica che, anche se avesse chiesto di andare al
bagno, Morwenna l'avrebbe fatta seguire da Buonia.
Era stata abile a fingere rassegnazione di fronte agli altri, ma in realtà il suo scopo era di fuggire
al momento opportuno. Conosceva ormai Erskine quanto bastava per sapere che, se avesse insistito
troppo, sicuramente avrebbero trovato il modo di metterla fuori combattimento per accertarsi che non
uscisse dalla Villa.
Certo, anche lei si chiedeva come mai Matteo avesse voluto bloccare proprio la cerimonia a lei
dedicata ma, a parte il suo definitivo ingresso nel mondo dei Custodi, non riusciva a darsi altre
spiegazioni.
Era alla disperata ricerca di un modo per sfuggire al controllo di Morwenna, ma non trovava un
punto su cui fare leva per stare un po' da sola. Si sentiva come una farfalla imprigionata sotto un
barattolo di vetro, che sbatte di qua e di là, la libertà ben visibile di fronte ai suoi occhi, ma
irraggiungibile al contempo.
Loro non capivano ciò che sentiva, non potevano saperlo. Celine era certa che Matteo non si
sarebbe fatto trovare da nessuno di loro. Questa era una sfida rivolta a lei, era come se Matteo le avesse
detto: "Ho ciò che vuoi, se ci tieni così tanto vieni a prenderlo".
E chi, meglio di Matteo, la conosceva così bene da sapere che lei sarebbe andata a qualunque
costo? Nessuno.
Matteo era conscio dell'ampiezza dei suoi sensi di colpa verso chiunque, da sapere come si
sarebbe sentita di fronte alla realtà dei fatti. Era stato scelto Aidan semplicemente perché lei voleva lui:
questo era il suo solo punto debole, e Matteo lo avrebbe sfruttato fino all'ultimo.
Non ce la faceva più a star ferma.
Poggiò la fronte sul vetro freddo, e chiuse gli occhi. In quel momento notò che l'atmosfera nella
stanza era cambiata: il respiro di Morwenna era diventato regolare, troppo regolare.
Celine si voltò, e si accorse che si era addormentata.
Non sapendo quanto fosse profondo il sonno di Morwenna, decise di non arrischiarsi ad
attraversare la stanza per raggiungere la porta, aggiungendo il rischio d'incontrare qualcuno nei
corridoi.
Aprì la porta a vetri che dava sulla poggiolata pregando che non facesse alcun rumore.
Le costò un notevole sforzo di volontà girare la maniglia al rallentatore e non spalancare la
finestra di botto, ma non svegliare Morwenna era la cosa più importante. Qualche manciata di secondi
in più non avrebbe fatto differenza.
Quando l'aria fredda del mattino le sfiorò il viso, si sentì inebriare dalla libertà a portata di
mano. Uscì sul poggiolo e altrettanto lentamente tirò la portafinestra verso di sé. Osservò Morwenna
dormire: le avrebbe voluto lasciare un biglietto per scusarsi, ma non c'era tempo. Il rischio di svegliarla
era troppo alto. Si concentrò, pensando al luogo dove desiderava riapparire e si smaterializzò.
Riapparve in una calle isolata alle porte di Venezia. Sapeva di aver agito in modo sconsiderato,
ma non c'era più tempo. Non sapeva né come né perché, ma percepiva che Aidan stava soffrendo: era
come una fitta al petto, qualcosa che continuava a tormentarla.
Aveva rischiato di arrivare a destinazione priva di forze ma, contando sull'esperienza avuta con
Aidan la prima volta che si era smaterializzata, era quasi certa che non sarebbe successo. Infatti non era
minimamente stanca, anzi: sentiva che se avesse voluto tornare alla Villa non le sarebbe costato alcuno
sforzo. Sapeva di essere diversa dagli altri, lo aveva percepito già in altre occasioni, e contava anche sul
fatto che apparentemente i suoi poteri, quando era in collera, crescevano a dismisura. Forse perché non
sapeva ancora controllarli. Ma dopotutto, visto lo scontro che quasi certamente la attendeva, era meglio
così.
Dopo tutte le giornate passate nella tranquillità della Villa, la cacofonia delle strade di Venezia
la stordiva. Non era stata via molto, ma ora le sembrava quasi di impazzire in mezzo a tutte quelle
persone, voci, rumori e odori.
Sapeva che era pericoloso, ma doveva raggiungere la casa di Matteo: era certa che lì avrebbe
trovato qualcosa per lei.
Tutto questo era stato architettato per prendere lei: nessun altro conosceva Matteo e sapeva
come si sarebbe mosso. Se voleva comunicare soltanto con lei, dirle o darle qualcosa che gli altri non
avrebbero mai trovato, sapeva come fare.
Quando giunse davanti al portoncino, dov'era entrata con spensieratezza per tanto tempo, si
sentì quasi soffocare per la morsa che le serrò la gola.
Era orribile tornarci ora e in quelle condizioni. Lì dentro era morta la mamma di Matteo, una
donna buona che l'aveva accolta in casa sua.
"Matteo si era forse alleato con i nemici dopo la morte della madre?"
Si chiedeva come avessero fatto a raggiungerlo, visto che, dopo, era stato sempre sotto la
sorveglianza dei Custodi. Mille domande turbinavano in testa a Celine, che non trovava la forza di
varcare la soglia del portone. Doveva assolutamente levarsi di lì, prima che qualcuno dei vicini la
notasse e iniziasse a fare domande. Poi si diede della sciocca: nessuno l'avrebbe riconosciuta. Aveva
preso le precauzioni dei Custodi e agli altri ora appariva come una signora di mezza età.
Salendo le scale il suo senso di disagio aumentò considerevolmente, al punto che le mancava il
respiro. Cercò di concentrarsi, e di trovare dentro di sé la forza per entrare in casa. Non aveva paura ci
fosse qualcuno ad attenderla. Matteo stava giocando con lei: se avesse voluto farla catturare, li avrebbe
già avuti addosso. Lui ora si stava divertendo, trattandola come la sua marionetta. Sapeva che lei, per
Aidan, avrebbe trovato il modo di raggiungerlo, e traeva divertimento dalla sua disperazione. Non si
sarebbe privato di questo giochino facendola catturare da qualcuno. Forse proprio questo sarebbe stato
il suo errore. Celine non poteva essere certa di nulla, a parte il fatto che non avrebbe mai lasciato Aidan
nelle sue mani nascondendosi. Piuttosto sarebbe morta nel tentativo di salvarlo, ma non avrebbe mai
permesso a nessuno di tenerla sotto una campana di vetro, non mentre la persona che amava rischiava
la vita.
La porta di casa era solo accostata, e Celine si meravigliò non vi fossero dei sigilli.
Probabilmente, rifletté, la morte della madre di Matteo era stata messa a tacere in qualche modo.
L'appartamento era devastato. Sembrava che una bomba fosse scoppiata al suo interno: il
divano sventrato, la televisione a terra, lo schermo spezzato in due. In cucina del tavolo restavano solo
frammenti, gli sportelli dei mobili penzolavano, con quello che era stato il loro contenuto quasi tutto
spaccato sul pavimento, il frigo sfondato. Nella sua vecchia stanza la situazione non era migliore: il
materasso era stato fatto a pezzi, persino della testiera del letto non restava nulla. I vestiti che una volta
erano stati piegati con cura negli armadi ora erano sparsi in ogni angolo della stanza. Non entrò nella
stanza dov'era morta la madre di Matteo: non si sentiva pronta ad affrontarlo e ciò che cercava, se
aveva ragione, non era sicuramente lì.
Si fece forza ed entrò nella stanza di Matteo. Il posto dove per tanti anni aveva fatto i compiti;
dov'era stata tantissime volte sdraiata sul letto a guardare un film; dove si era rifugiata quando a scuola
non le parlava nessuno; dove aveva riso, pianto, giocato alla playstation e si era sentita protetta.
Guardandosi intorno si accorse che ora le faceva ribrezzo. A differenza del resto della casa, quella
stanza non era stata toccata: tutto era stato lasciato come lei ricordava, a parte il sottile strato di polvere
che si stava formando evidenziando il recente abbandono.
Salì sul letto e con un colpo secco fece scattare la cassetta dell'avvolgibile della tapparella.
Matteo, tanto tempo fa, in quella che sembrava un'altra vita, le aveva confidato che nascondeva
lì le sigarette perché sua madre non le trovasse. Non era un fumatore ma ogni tanto gli piaceva fare due
tiri per rilassarsi.
Celine iniziò a vagare con la mano al suo interno e dopo pochi tentativi fece centro. C'era un
foglio di carta.
Ovviamente era per lei, lo seppe ancora prima di leggerlo.
Morwenna si svegliò di soprassalto, sentendosi confusa e senza capire cosa l'avesse svegliata,
poi si accorse della portafinestra che, sospinta dal vento, sbatteva. Si alzò per andare a richiuderla e in
quel momento il pensiero di cosa rappresentasse quella finestra aperta la fulminò.
«Celine!» Urlò aprendo la porta della stanza e iniziando a correre per i corridoi.
Buonia, sentendo le grida, accorse.
«Morwenna, cosa c'è?» Domandò allarmata.
«Celine! L'hai vista? È venuta da te?» S'informò Morwenna in preda al panico.
«No, per quanto ne so doveva restare nella tua stanza. Ma come mai non sai dov'è?» Chiese
Buonia preoccupata.
«Mi sono addormentata come una stupida!» Urlò Morwenna.
«Andiamo in camera sua. Magari è lì, o nella stanza di Aidan». Suggerì Buonia.
Corsero per i corridoi e le scale ma Morwenna sapeva che era inutile. Celine se n'era andata.
Non la trovarono da nessuna parte.
«Com'è possibile che nessuno l'abbia vista uscire? Ho allertato tutto il personale con le
istruzioni di Erskine al riguardo». Disse Buonia.
«Non è mai uscita dalla mia stanza. Celine si è smaterializzata dal balcone. Non l'ho vista, ma
mi sono svegliata per via del rumore della portafinestra che sbatteva. Sono certa che se ne sia andata da
lì». Rispose Morwenna disperata.
Sentì il peso della responsabilità della leggerezza commessa addormentandosi, "farsi prendere
dal sonno, quando si dovrebbe sorvegliare una ragazzina impetuosa, non è certo un comportamento
tra i più saggi." si disse prendendosela con se stessa.
«Come ho potuto addormentarmi?» Continuava a ripetere disperata.
«È inutile tormentarsi, poteva capitare a chiunque. Piuttosto, ora sarà meglio avvisare gli altri
che devono trovare Celine. Sarà sicuramente in giro per Venezia». Disse Buonia, porgendole il
cellulare.
«Come fai a esserne certa?» Chiese esitante.
«Matteo era un umano e viveva da umano. Il primo posto dove andare a cercare sue tracce è la
sua casa, e Celine viveva con lui fino a poco fa. Sono certa che sia andata lì!» Insistette Buonia.
«E se ci sbagliassimo?» Chiese Morwenna.
«È inutile porsi tutte queste domande. Non abbiamo idea di dove possa essere andata: iniziare
da un posto o da un altro, alla cieca, non fa alcuna differenza. Io direi di tentare dal più probabile».
Rispose Buonia, porgendole nuovamente il cellulare.
«Va bene» acconsentì Morwenna «ma dobbiamo mandare qualcuno alla Divisione più vicina
con un oggetto di Celine. Se la volevano un motivo c'è: non possiamo più rimandare, se non la
troveranno entro breve, almeno potremmo rintracciarla».
Celine rilesse per la seconda volta il foglio che stringeva tra le mani. La cattiveria che trasudava
da quelle poche righe la sconvolgeva. Si chiese come aveva fatto a vivere al fianco di una persona del
genere senza mai rendersi conto di cosa fosse veramente.
"Mia cara e dolce Celine, sapevo che non avresti resistito. Il tuo votarti al vittimismo e al senso
di colpa stavolta però non c'entra nulla, no. Ora è diverso. Stavolta ho un potere che su di te non ho
mai avuto. Ora finalmente possiedo qualcosa che desideri più di quanto tu abbia mai immaginato,
qualcosa che io non sono mai stato ai tuoi occhi. Scommetto che non ho mai avuto la tua totale
attenzione come in questo momento. È una sensazione di potere ancora più forte di quella da cui
traevo godimento controllandoti tramite la tua gratitudine. Io e il tuo innamorato ti aspettiamo nella
vecchia villa dei tuoi. Sono certo che coglierai l'ironia della situazione: siamo qui insieme a chiederci
se verrai, ma per differenti motivi. Lui ovviamente spera di non vederti varcare la soglia, che ragazzo
ingrato, mentre io non vedo l'ora di rivederti. Sono certo che ci divertiremo insieme. Non perdere
tempo prezioso a contattare gli altri, altrimenti potrei anche decidere che la sua compagnia mi ha
stufato. Dopotutto, non potremo dividerci la stessa dama in eterno."
La malignità con cui erano state tracciate quelle parole trasudava da ogni singola lettera. I suoi
sospetti erano fondati. Matteo si stava divertendo come non mai. Non avrebbe certo perso tempo a
cercare i rinforzi: anche se avesse chiamato qualcuno, le avrebbero ordinato di aspettarli e la vita di
Aidan era molto più importante di qualche sciocca preoccupazione per lei. Lasciare a terra quel foglio
non le sarebbe costato ritardo, però, così, anziché ripiegare la lettera e rimetterla dov'era, la lasciò
cadere a terra davanti alla porta d'ingresso.
Si lanciò giù per le scale a velocità supersonica e poi ancora fuori dal portone.
Urtò delle persone, e più volte rischiò di mandare a gambe all'aria qualcuno: avrebbe voluto
urlare a tutti loro di levarsi dai piedi. Aveva il cuore in gola e i polmoni le bruciavano quando
raggiunse una piccola calle buia e senza nessun negozio: di sicuro aveva sconvolto tutti i passanti
correndo con il suo aspetto simulato, ma era meglio quello che lei in Divisa, di sicuro.
Si concentrò sulla casa dove aveva passato la sua infanzia, e sparì per la seconda volta di fila in
poche ore.
Quando i suoi piedi toccarono terra, a pochi passi dal cancello di Villa Vendramin, dall'altro
lato della laguna un cellulare prese a squillare insistentemente.
Erskine lo stava ignorando deliberatamente, non aveva tempo da perdere per soddisfare la
curiosità di Celine. Le aveva fatto una promessa, ma tutto ciò che gli interessava era che se ne restasse
buona alla Villa. Se avessero trovato Aidan avrebbero chiamato, altrimenti era solo una perdita di
tempo.
Il cellulare finalmente tacque, ma dopo pochi secondi riprese a trillare con insistenza.
Ermer lo guardò di sbieco.
«Almeno controlla chi è, magari c'è qualche altra novità». Suggerì.
Erskine estrasse il cellulare di malavoglia, ma quando guardò il display entrò in allarme.
«È  Morwenna! Non permetterebbe a Celine di disturbarci per qualche sciocchezza».
Quando rispose al telefono, la voce terrorizzata di Morwenna lo investì.
«Celine è scappata!» Urlò senza nemmeno salutarlo.
«Com'è possibile?» Chiese Erskine, fermandosi di botto in mezzo alla strada.
«E' colpa mia, mi sono appisolata sul divano come una stupida. Quando mi sono svegliata non
c'era più». Gli rispose lei piangendo.
Erskine emise un'imprecazione soffocata.
«Pensiamo sia andata a cercare tracce di Matteo nella loro vecchia casa». Continuò Morwenna.
«Siamo già stati lì e non c'è niente, a parte la distruzione che si sono lasciati dietro dopo
l'aggressione». Rispose lui secco.
«Tornate lì! Ci deve essere qualcosa che non sappiamo. Celine era ossessionata dal fatto che
Matteo stesse giocando con lei, sicuramente ci sono cose del ragazzo che lei sapeva e noi no! Tentate
almeno, vi prego! Non possiamo lasciarla cadere nelle loro mani». Insisté Morwenna, piangendo
istericamente.
Erskine pensò che ci mancava solo perdesse la testa lei e poi sarebbero stati tutti fregati. Gli
conveniva assecondarla: se la ragazza fosse stata davvero lì, l'avrebbero riportata alla Villa in un batter
d'occhio e stavolta non si sarebbe fatto impietosire. Per il suo bene, l'avrebbe chiusa nei sotterranei.
«Va bene» rispose «andremo subito. Qui c'è troppa gente, non possiamo smaterializzarci.
Correremo per la città: appena ci sono novità ti avviso io. Non chiamarmi a meno che lei non torni».
«Sto mandando qualcuno alla Divisione più vicina con degli effetti personali di Celine. Se non
la troverete entro un paio d'ore, almeno, saremo pronti a rintracciarla». Lo informò Morwenna.
«Pensi sia il caso di coinvolgere così presto altre persone?» Domandò Erskine dubbioso.
«Adesso sì. Se la prendessero, la perderemmo per sempre, e ancora non sappiamo perché la
vogliono». Rispose Morwenna decisa, ponendo fine alla comunicazione.
Riponendo il cellulare incontrò lo sguardo allarmato di Ermer.
«Che succede?» Chiese la sua compagna.
«Celine è fuggita. Sapevo che avrei dovuto farla rinchiudere, quella ragazza è davvero testarda.
Muoviamoci, torniamo alla casa di Matteo. Morwenna è convinta che Celine sapesse qualcosa che non
conosciamo. Andiamo». Ordinò secco.
E anche loro, come Celine, corsero per le vie affollate dai turisti e dalle donne che andavano a
fare la spesa, maledicendo la sfortuna che aveva voluto che il problema si fosse verificato al mattino e
non di sera, quando per le strade non c'era nessuno e avrebbero potuto smaterializzarsi senza problemi.
Gli umani vedevano solo un ragazzo e una ragazza, vestiti con abiti banalissimi, che si
rincorrevano: non potevano percepirli come realmente erano, ma in una città come Venezia,
probabilmente, anche avessero girato in divisa, avrebbero pensato a una carnevalata anticipata, e forse
sarebbero passati inosservati ugualmente.
Buffi i pensieri che ti passano per la mente durante gli attimi di tensione più intensa, pensò
Erskine sarcastico.
Correvano con la speranza di trovare Celine ancora lì, magari alla ricerca di qualcosa, e di
poterla intercettare per riportarla alla Villa.
Erskine malediceva se stesso per essersi fidato della ragazza e non averla chiusa in una cella.
Certo, sarebbe stato un po' drastico ma Celine a quest'ora non sarebbe stata in pericolo. Ora potevano
solo sperare di trovarla prima che lo facessero i loro nemici.
La corsa per le strade di Venezia sembrò infinita, non era la stanchezza a pesargli, ma la paura
di non arrivare in tempo. Per lui quella missione di ricerca voleva dire molto di più che per chiunque
altro. La sua famiglia era morta, e sapeva cosa volesse dire essere completamente soli, desiderando di
essere raggiunti al più presto dalla morte. Comprendeva bene il dolore di Morwenna, la cui famiglia era
sparita in un'unica notte, e anche se il fatto che Celine potesse essere sua nipote era solo una fragile
speranza, non poteva permettere che perdesse anche la ragazza. Voleva salvarla.
Quando giunsero di fronte alla casa di Matteo, erano passati almeno venti minuti dalla
telefonata di Morwenna. Non si curarono di non fare rumore e si lanciarono su per le scale, entrando di
corsa in casa e chiamando Celine a gran voce. Fu solo quando tornarono sui loro passi che notarono a
terra la lettera che avevano prima calpestato.
«A quanto pare la ragazza aveva ragione». Disse Ermer porgendogli il foglio.
Dopo aver letto velocemente le parole di quel ragazzo ripugnante, Erskine estrasse il cellulare e
chiamò Morwenna.
«Avevi ragione» iniziò «Celine è stata qui, e ha trovato qualcosa che noi non avevamo visto.
Non perderò tempo a chiamare gli altri, mandameli tu nella casa dei genitori adottivi di Celine. È lì che
Matteo ha portato Aidan». Disse rapidamente.
Senza attendere risposta chiuse la comunicazione e fece un rapido cenno della testa a Ermer.
Uscirono di corsa dall'appartamento: era imperativo trovare un posto in cui smaterializzarsi. Se
avessero cercato un mezzo di trasporto per attraversare la Laguna il tempo perso sarebbe diventato
troppo. Ogni secondo che passava, il rischio che venisse fatto del male a Celine aumentava.
Capitolo 17 - Il Potere
Aidan aprì gli occhi di scatto, sentendo dolore ovunque, il corpo avviluppato in una morsa: le
sue braccia legate lungo i fianchi, le sue gambe strette l'una all'altra. Aveva difficoltà persino a ruotare
la testa: il collo era saldamente avvolto e a ogni movimento rischiava di scorticarsi. Cercò di capire
cosa lo teneva imprigionato, e si accorse con sgomento che si trattava di radici nere.
Tentò di perlustrare la stanza in cui si trovava con lo sguardo. Non riconosceva quel posto: era
sicuramente un salone, ma era stato privato di ogni mobilia, a parte le pesanti tende nere che non
permettevano al sole di entrare. La fioca luce che gli arrivava era artificiale e proveniva dalla stanza
adiacente.
Cercò di ricordare con tutte le sue forze come mai si trovasse lì, cosa fosse accaduto, ma aveva
una grande confusione in testa. L'ultima cosa che rammentava era di aver girato per i giardini della
Villa di primo mattino, poi la nebbia si era abbattuta su di lui.
Cominciò ad agitarsi, cercando di mettersi in piedi, quando una voce che ben conosceva lo
trafisse nel buio.
«Fatica sprecata, non riuscirai mai ad alzarti. Risparmia le forze, presto avremo visite».
«Matteo, piccolo bastardo, t'incenerirò!» Esclamò con rabbia rivolto all'ombra davanti alla
porta.
«In quelle condizioni non andrai da nessuna parte, né mi farai nulla. Per di più, ti ho tolto il
talismano». Gli rispose Matteo, mostrandogli cosa teneva in mano.
«Perché non mi hai ancora ucciso dunque? Hai scoperto che ti sei innamorato anche di me?».
Lo provocò.
«Vedo che non perdi mai la tua arroganza» osservò Matteo sogghignando «ma adesso sarò io a
divertirmi». E avvicinandosi gli sferrò un potente calcio nelle reni.
Ad Aidan mancò il respiro, ma non voleva dargliela vinta. Non si sarebbe prostrato o mostrato
spaventato di fronte a quell'essere schifoso.
«Il tuo ardore mi sorprende, almeno da legato vedo che riesci a picchiarmi. Ti dà
soddisfazione?» Gli chiese beffardo.
«Non m'interessa picchiarti. Sei solo un cadavere che parla: se avessi obbedito al mio padrone,
saresti già dovuto morire. Ma la soddisfazione di ucciderti davanti a lei, e di raccontarti cosa le farò
dopo, non ha prezzo per me!»
Matteo parlava con voce infantile, quasi beandosi come un bambino prima della vigilia di
Natale. Aidan pensò che fosse completamente impazzito, ma poi l'allusione a Celine gli fece
comprendere che in realtà si stava beando dei suoi pensieri sadici.
«Non ti avvicinerai mai alla Villa, né a Celine!» Esclamò, guardandolo in faccia per quanto gli
permettesse la luce fioca della stanza.
«Tu dici? Io non ho intenzione di andare alla Villa. Celine tra poco ci raggiungerà qui, da sola».
Replicò lui con un risolino
«Non glielo permetteranno mai, non la lasceranno venire qua!» Urlò Aidan.
«Sottovaluti cos'è in grado di indurre a fare l'amore. Pensa, Aidan: Celine sarà mia per colpa
del suo amore per te! Lei ci raggiungerà tra poco perché ho fatto in modo che andasse così. Non potrà
fermarla nessuno. Ti vedrà morire e poi sarà mia!» Disse Matteo abbandonandosi a una risata
incontrollabile.
«Che cosa hai fatto, Matteo? Quando sei diventato uno di loro? Per amore? È così? Lo hai fatto
perché, quando Celine ha scoperto chi era, hai capito che l'avresti persa?» Chiese Aidan in cerca di
risposte.
«Sei solo uno stupido. Celine era mia, Fàs me la promise molto tempo fa. Se tu non avessi
interferito con la sua esistenza, ora starebbe ancora vivendo una vita normale da umana con me.
Sarebbe rimasta sempre con me e non le sarebbe successo nulla, ma da quando l'hai vista l'hai voluta
per te, e hai determinato ciò che le accadrà ora! L'ho protetta per tutto questo tempo: ho fatto in modo
che Fàs non sapesse di cosa fosse capace davvero, e la sua vita era salva fino a che ha vissuto da
umana. In cambio volevo solo che fosse mia, e lei finalmente aveva ceduto. Poi sei arrivato tu, a
distruggere tutto in una sera!»
Matteo aveva preso a girargli intorno come un avvoltoio. Poteva sentire la sua rabbia come un
martello che gli si abbattesse addosso a ogni parola, ma non riusciva a capire cosa intendesse quando
diceva che erano anni che vegliava su Celine. Si domandò se fosse impazzito davvero.
«Tu non sapevi nulla di noi fino a qualche settimana fa, nè avevi percezione di cosa potesse fare
Celine. Non dire sciocchezze!» Esclamò, stufo di quel farneticare senza senso.
«Non hai ancora capito niente, vero? Non sai quanto sia grande l'importanza di Celine per voi e
per il mio padrone». Lo zittì Matteo.
Si prese una pausa, e andò ad accendere una candela. Ora Aidan poteva vederlo davvero per ciò
che era. Completamente avvolto dalla divisa nera degli sgiobair dubhar, era diverso da loro poiché
ancora corporeo e perché aveva ancora il suo viso, anche se trasfigurato dalla cattiveria. Ancora
respirava, mangiava e camminava. Vide nei suoi occhi che si beava dei pensieri che la sua vista aveva
suscitato in lui.
«Sì, hai visto bene. Sono il comandante di tutte le sue armate, e giro sulla terra come un umano,
ma non lo sono affatto». Disse sogghignando.
«Quando è cominciato tutto questo?» Domandò Aidan, iniziando a preoccuparsi sul serio.
Matteo si prese altro tempo per rispondergli. Si vedeva che si stava divertendo. Finalmente,
parlò.
«Ero un adolescente sciocco e pieno di rabbia perché povero e senza un padre, ma avevo il
vantaggio di risultare attraente. I miei compagni pendevano dalle mie labbra, e gli facevo fare ciò che
volevo. Avevo sempre ignorato la ragazza grassoccia e solitaria, fino a che un giorno, mentre ero da
solo in casa, venne a farmi visita lui. Mi diede la vista e vidi com'era davvero Celine. Mi disse ciò che
pensava fosse, e mi pregò di sorvegliarla e avvisarlo al minimo cenno di un risveglio dei suoi poteri. Io
promisi, ma mentii: appena vidi com'era davvero, la volli per me. Divenni il suo migliore amico e
attesi che si compisse il miracolo e s'innamorasse, ma nulla cambiava. Lei continuava a vedermi solo
come un fratello, e pensai che fosse per ciò che il mio signore mi aveva detto. Era "destinata solo a
uno". Per questo quando si è innamorata di te non potevo crederci! Pensavo fosse impossibile!»
«Cosa stai farneticando?» Gli urlò contro. Nella sua mente aveva capito cosa intendesse Matteo,
ma era troppo, non riusciva ad accettarlo. Non poteva essere, non Celine.
«Oh sì, vedo il dolore nei tuoi occhi. Hai capito benissimo: il mio signore la vuole perché lei è
una dei vostri due Prescelti!»
«Tu menti!» Lo accusò Aidan.
«Mento? Non m'interessa mentire a un cadavere, ma non ti preoccupare. Non soffrirai
vedendola sposata a un altro. Ho altri piani per te e per lei: tu morirai davanti ai suoi occhi, poi lei sarà
mia!»
«Se ciò che dici è vero, Fàs non ti lascerà mai ricominciare la tua vita con lei come prima!» Gli
fece notare Aidan, sperando di convincerlo a non consegnare Celine. Non aveva speranze per sé.
«Infatti andremo a vivere nel suo Regno. Celine sarà privata della sua anima durante un antico
rituale, e il suo potere sarà preso dal mio padrone. Dopo, lui me la lascerà come mia personale
marionetta e lei sarà mia per sempre: non avrò nemmeno bisogno di catene, sarà la mia schiava,
arrendevole come un cagnolino. Sempre pronta a compiacermi». Rispose, guardandolo maligno.
Matteo continuava a parlare con quel sorriso beota in viso, quell'espressione che lui aveva tanto
odiato sin dalla prima volta che lo aveva visto. Lo avrebbe volentieri riempito di schiaffi, se avesse
potuto.
«Fai schifo!» Gli urlò con rabbia «ti abbasseresti a prenderla con la forza per l'eternità solo per
autocompiacerti! Dici di amarla, ma non è vero: per te è solo un oggetto!»
Matteo gli sferrò un altro calcio, stavolta gli spacco un labbro, poi sorrise soddisfatto.
«Tu non hai idea di tutto quello che ho fatto per averla, perché le cose seguissero una via
naturale, ma la sua è sempre stata solo gratitudine! Per anni ho tenuto nascosto a Fàs cosa fosse in
realtà. Ho rischiato la vita per lei, e non ho mai avuto il suo cuore. Quando mi ha confidato, quasi
all'ultimo, che sua madre aveva deciso di rivelarle qualcosa a proposito delle sue origini mi sono
sbarazzato dei suoi genitori adottivi...»
«Hai ucciso tu i genitori adottivi di Celine?» Chiese Aidan inorridito.
«Certo, se sua madre le avesse detto la verità lei avrebbe preteso di sapere sempre di più.
Dovevo fermarla! Dopo ho plagiato mia madre per far venire Celine a vivere da noi, ma non potevo
prevedere che quella strega in negozio la licenziasse né che lei avesse una reazione tale. Tu l'hai vista e
sei venuto a prenderla. Ho fatto di tutto per convincerla a tornare a casa, ma lei si è innamorata di te
appena ti ha visto, anche se non se n'era resa nemmeno conto. Vedevo come ti guardava: voleva venire
con te. Ho sacrificato mia madre per avvicinarmi a voi». Continuò Matteo, svelando sempre più
atrocità.
«Hai fatto uccidere tu tua madre?» Domandò Aidan, incapace di credere ciò che aveva intuito.
Ormai la situazione era precipitata ai limiti dell'orrore. Matteo era corrotto dal male fin nelle
ossa: era un essere ripugnante, ancora più dei corrotti o dei guerrieri ombra, poiché aveva una volontà
maligna tutta sua. Non era assoggettato al potere del padrone, tutte le scelte che aveva fatto erano sue.
«Certo! era l'unico modo per introdurmi nella Villa, anche se non ha funzionato subito. Ma
almeno stando alla Divisione ho scoperto la data della cerimonia per il marchio, e con l'attacco e il
trasferimento in massa alla Villa ho ottenuto tutto quello che volevo. Siete stati sciocchi e arroganti, mi
avete trattato come una nullità e permesso di vagare per la Divisione come volevo. Quello stupido
pompato del tuo amico Brian non si è nemmeno accorto di come ho manomesso le telecamere di
sorveglianza. Ora, finalmente, avrete la lezione che meritate».
«Non lasceranno mai Celine libera di uscire, scordatelo. Non l'avrai mai». Gli disse
nuovamente.
«Forse, ma come ti spieghi la tua presenza qui? Se ieri ti avessero detto che saresti stato alla
mia mercé, insaccato e immobile, cosa avresti risposto? La cosa più importante era bloccare la
cerimonia. Se aveste marchiato Celine avreste scoperto subito cos'era, l'avreste messa sotto una
campana di vetro a Gallaibh e sarebbe stato quasi impossibile riprenderla». Rispose Matteo, come se
stesse parlando del tempo.
«Tu sei pazzo, e Celine non è ciò che dici, i Prescelti hanno il marchio dalla nascita». Gli sputò
contro con rabbia.
«Ah, no? E come mai il mio padrone la vuole così tanto? Come mai me l'ha fatta sorvegliare
per anni, anziché ucciderla direttamente quando era sola e indifesa? Come mai ha quella bruciatura
dove voi avete il tatuaggio?» Chiese Matteo divertito.
Aidan non seppe cosa rispondere: non poteva credere che Celine fosse davvero ciò che Matteo
diceva, ma non avevano mai saputo spiegarsi il grande interesse di Fàs nei suoi confronti. Quando era
andato a casa sua la prima volta, e aveva visto quell'essere che stava per attaccarla, aveva pensato che
qualcuno avesse semplicemente scoperto cosa fosse e volesse eliminarla.
Poi era stato chiaro che volessero lei per un preciso motivo, ma non erano mai stati capaci di
scoprire quale. Lo confortava solo la certezza che Celine fosse alla Villa e si augurava che, una volta
appreso della sua scomparsa, non l'avessero lasciata sola un istante. Se fosse stato lui a doversene
occupare, suo malgrado, piuttosto l'avrebbe rinchiusa da qualche parte. Celine era terribilmente
testarda, lo aveva capito sin da subito. Non avrebbe permesso a nessuno di lasciarla in disparte, e
soprattutto non l'avrebbe permesso sapendo che si trattava di lui. Voleva ricoprire Matteo d'insulti e
ucciderlo, ma nella condizione in cui si trovava, era impossibile. Farlo parlare poteva essere utile per
scoprire i loro piani, una volta che lo avessero catturato.
«Perché sei solo qui?» Chiese quindi.
«Perché avevo bisogno di essere solo per fare ciò che voglio. Se avessi fatto intervenire altri, a
quest'ora il mio padrone saprebbe che sei ancora vivo. I suoi ordini erano di ucciderti immediatamente
e portargli Celine, ma io, come avrai capito, tendo a fare di testa mia». Rispose Matteo, sempre con il
suo sorriso compiaciuto.
«E pensi di affrontare da solo tutti i miei compagni?» Chiese Aidan provocandolo.
«Ora basta!» Urlò «Mi hai stancato con queste domande stupide! Devo preparare la stanza per
accogliere la nostra ospite!»
Matteo iniziò a girare per la camera accendendo candele dalla fiamma nera, che emanavano una
luce spettrale e davano a quel luogo l'aspetto di un'altra dimensione. Quando ebbe finito, se ne andò:
forse a nascondersi, forse a combinare qualcos'altro, ad Aidan non importava. Cominciò a dimenarsi
come impazzito: voleva liberarsi e scappare da quel posto. Non dubitava del fatto che non avrebbero
mai permesso a Celine di unirsi alle ricerche, ma la sicurezza di Matteo gli aveva instillato il dubbio.
Non aveva chiamato nessuno a dargli man forte, era lì completamente solo. Un facile bersaglio anche
per uno solo di loro. Si stava dibattendo così selvaggiamente per liberarsi che non si era reso conto che
Matteo era tornato nella stanza.
«Basta!» Gli urlò «la nostra ospite sta facendo il giro del giardino, non vorrai che ti senta e
corra subito qui? Lasciale godere il giro per le stanze di casa sua». Continuò sogghignando, mentre si
avvicinava sempre di più.
Prima che Aidan avesse il tempo di mettersi a urlare, gli assestò un potente calcio sulla tempia
sufficiente a fargli perdere i sensi.
Celine era davanti al cancello della vecchia casa della sua famiglia adottiva. Quel posto tanto
amato, ora sembrava abbandonato da secoli. Era incredibile la devastazione che avevano perpetrato i
servi di Fàs quando erano stati lì. Alle spalle del cancello semi-divelto si vedeva la casa, buia e
desolata. La porta d'ingresso pendeva di lato, le finestre erano tutte in frantumi e al posto dei vetri
c'erano pannelli di cartone: sembrava non esserci anima viva, ma per sicurezza, una volta dentro al
giardino, fece il giro del perimetro esterno della casa. Quando arrivò al piccolo chiostro sul retro si
sentì mancare il respiro: le rose, i rampicanti e i fiori non c'erano più. Tutto era stato divelto e bruciato.
Ora che sapeva chi ci fosse dietro, non aveva dubbi che fosse stato Matteo ad allestire quel bello
spettacolino per lei, e decise quindi di entrare in casa dalla porta di servizio che dava sul chiostro.
Dentro era buio, a causa dei pannelli di cartone, e delle spesse tende nere che erano state messe
alle finestre. Sembrava di camminare in un luogo ovattato e senza tempo. Celine riusciva a orientarsi
comunque perché aveva vissuto tutta la vita in quella casa e ogni angolo le risultava familiare, ma
nonostante tutto le sembrava di essere in un posto totalmente diverso. Nella sua testa si stava formando
però un'inconsapevole aura di riconoscimento, come se fosse già stata lì, con la casa in quelle
condizioni.
Non perse tempo a riflettere sulle sue sensazioni e continuò a girare stanza per stanza fino a che,
da lontano, non distinse uno strano bagliore innaturale provenire da quella che sua mamma chiamava
scherzosamente "la sala delle feste" visto che, quando suo padre riceveva molti ospiti, aveva
l'abitudine di organizzare sempre i ricevimenti in quella parte della casa. Allora era composta di due
stanze attigue: di solito, nella prima, a seconda delle occasioni, veniva qualcuno a suonare o con il
karaoke, si allestiva una piccola pista e ai lati della stanza si potevano trovare innumerevoli buffet, la
zona bar e degli angoli per sedersi.
Nella stanza accanto invece c'era il grande tavolo da pranzo. Ci si potevano mettere a sedere
fino a trenta persone, e suo padre di solito usava quella stanza per impressionare gli ospiti più facoltosi
e importanti per il suo lavoro.
Celine si chiese come dovevano apparire ora quelle due stanze, le si strinse il cuore in una
morsa, ma si fece coraggio e proseguì. Sembrava che da lì provenisse una luce buia, morta. Era sicura
che, al di là di quanto avrebbe trovato diverso quel posto, lì l'attendesse qualcosa di molto più terribile.
Arrivata vicino all'uscio, ormai senza porta, vide danzare sul muro le ombre di tante piccole
fiammelle, come se dentro la stanza vi fossero delle candele accese. Il colore della luce però non era
giusto: non era il fuoco caldo e avvolgente di Aidan, ma una luce nera, fredda e morta.
Quando il pensiero di Aidan le arrivò dalla mente al cuore, trovò il coraggio di fare un altro
passo e portarsi di fronte all'uscio della stanza.
Quello che vide la paralizzò, facendole morire in gola l'urlo che si stava formando.
Non la terrorizzarono i muri scrostati, le pesanti tende nere, i mobili distrutti, o quel poco che ne
restava: quello che la terrorizzò fu rendersi conto che si trovava nello stesso posto dell'incubo che
aveva avuto più volte, e nelle medesime condizioni.
Aidan era steso a terra al centro della stanza, il suo corpo avvolto da radici. Le ombre spettrali,
la sensazione di trovarsi in un'altra dimensione, il fatto che in sogno avesse avuto la sensazione di
riconoscere quel posto: Celine era impietrita. Non riusciva a smettere di guardare Aidan, invasa da un
muto orrore. Sembrava morto, la pelle era così pallida da essere quasi trasparente, giaceva immobile, il
suo corpo completamente avvolto dalle radici.
Dimenticando ogni istinto di autoconservazione e di buon senso, pur sapendo che Aidan era
solo un'esca e che, se fosse stato realmente morto, ormai lei non poteva fare nulla, si lanciò verso la sua
figura a terra, avventandosi sulle radici che avvolgevano il suo corpo.
Tirò con tutte le sue forze, ma le radici non si spostarono di un millimetro, nulla poteva. Tentò
di artigliarle con le unghie, di strapparle, o di allargarle anche solo un poco sul collo per facilitare la
respirazione di Aidan, ma non accadde nulla. Nonostante le sue mani fossero ormai sanguinanti, e le
unghie tutte spezzate, continuò a tentare di liberarlo.
Quando aprì gli occhi all'improvviso, Celine rimase sbigottita dal terrore nel suo sguardo.
«Vai via subito! Lasciami, vattene immediatamente!» Le disse, fissandola in preda a un terrore
che Celine poteva solo immaginare.
Confusa, pensò che in preda alla sofferenza l'avesse scambiata per uno dei mostri che
sicuramente lo avevano torturato, e gli accarezzo il viso per tranquillizzarlo. Non fece in tempo a
terminare quel gesto che una forte energia la sbalzò contro il muro togliendole il fiato.
«Celine, non ascolti mai. Eppure ti aveva ordinato di allontanarti». Si burlò di lei la voce di
Matteo.
Lei lo fissò con odio. Non era per niente la persona che credeva di conoscere da anni, era questa
la sua vera faccia. Gli occhi da folle, pieni di cattiveria; il sorriso giocoso e infantile che stonava
completamente con la malvagità che emanava la sua figura; la pelle quasi bianca.
«Lascialo andare! È me che vuoi, sei un vigliacco!» Gli urlò contro.
«Lasciarlo andare? Dovrebbe essere già morto. Piuttosto ringraziami per averti permesso di
salutarlo, anziché insultarmi». Rispose quel mostro ghignante.
«Credi che m'importi qualcosa che fossimo amici? Ti distruggerò, fosse l'ultima cosa che
faccio!». Lo minacciò Celine con rabbia.
Le mani stavano iniziando a fremerle, sentiva scorrere dentro di sé l'energia devastante che
cercava sempre di spingere indietro tutte le volte che l'avvertiva. Avrebbe distrutto Matteo.
Una risata folle la riscosse.
«Se solo osi toccarmi, le radici inizieranno a stringere sempre di più. Non vedi che è
imprigionato da un potere analogo al tuo?» Domandò Matteo.
La squadrava camminando avanti e indietro, quasi lo facesse più per gustarsi la sua
disperazione che per darle il tempo di riflettere sulle sue parole.
«E poi i tuoi poteri al momento sono dimezzati». Continuò, sventolando una piccola sfera tanto
simile al suo talismano.
Celine si tastò immediatamente la sacca appesa al suo cinturone, accorgendosi con orrore che
era vuota.
«Non fare quella faccia scioccata. Se ieri sera non ti fossi sciolta al mio bacio, forse ti saresti
accorta che ti stavo sottraendo qualcosa». La prese in giro sogghignando.
La voce cantilenante di Matteo si burlava di lei. La sua rabbia stava crescendo incontrollata:
anche senza poteri gli sarebbe balzata addosso, piuttosto si sarebbe fatta ammazzare.
«Sei uno schifoso bastardo». Disse Aidan, con le poche forze che gli restavano.
«Oh, che offesa! Tu invece sei legato come un salame» rise Matteo «una volta non mi avevi
minacciato dicendomi che mi avresti pestato anche da legato? Coraggio, fai vedere a Celine quanto sei
forte, come la puoi difendere». Sputò con cattiveria, caricando un poderoso calcio che colpì Aidan allo
stomaco.
Alla vista di quel gesto, la rabbia iniziò a sfuggire di mano a Celine, e contemporaneamente al
suo «No!»  la stanza oscillò come colpita da un terremoto.
Matteo sgranò gli occhi rendendosi conto della situazione, e scagliò contro di lei un'altra ondata
di energia che la fece volare stesa a terra.
«Tu sei solo un'ingrata schifosa. Ho sempre saputo che, visto il tuo destino, non ti saresti
innamorata di nessuno, men che meno di me, ma speravo almeno mi fossi stata grata per aver alleviato
la tua solitudine, per esserti stato amico nonostante allora nessuno desiderasse aver nulla a che fare con
te. Invece mi disprezzi in favore di una persona della quale nemmeno dovresti essere innamorata».
Disse Matteo al colmo dell'ira.
Sebbene le farneticazioni di Matteo riguardo i suoi sentimenti e il suo destino fossero senza
senso per lei, Celine si riscosse immediatamente, pronta a rispondere con altrettanto veleno.
«Non bastasse la cattiveria che stai dimostrando e ciò che sei diventato, ti disprezzerei in ogni
caso. Mi domando che uomo sia quello che pretende l'amore di qualcuno come pagamento per un
debito di riconoscenza. Solo un essere meschino potrebbe avere tali pretese, e l'unica cosa di cui mi
rammarico è quella di essere stata così cieca fino a questo momento!» Urlò alla volta di Matteo.
«Ora basta!» Urlò lui di rimando «mi avete stancato! Guarda il tuo amato morire sotto il potere
del tuo talismano, e poi verrai con me».
Si mise in piedi sovrastando il corpo di Aidan steso a terra e rivolse la sua attenzione su di lui.
Celine vide le radici iniziare a muoversi e avvolgere sempre più il corpo di Aidan in una stretta
poderosa. Strisciando tagliavano la stoffa, producendo delle ferite da cui sgorgava sangue
copiosamente. Intorno al collo la situazione non era migliore, Aidan era ormai cianotico.
«Guarda come muore, Celine. Sta morendo per colpa del tuo amore». Disse Matteo, burlandosi
di lei.
Celine non ebbe nemmeno il tempo di rendersi conto di cosa le stesse accadendo.
La furia cieca che cercava sempre di controllare crebbe dentro di lei fino a sommergerla
completamente. Stava letteralmente bruciando: aveva già sentito quella forza, ma mai così impetuosa.
Non l'aveva mai lasciata scorrere libera come adesso, e sentì prendere forma dentro di sé un potere
nuovo. Desiderò con tutta se stessa bruciare quelle radici maledette e polverizzare Matteo. Prima notò
il bagliore, poi il calore. Tra le sue mani stava crescendo una palla di fuoco, quasi un piccolo sole.
Era come se il tempo si fosse fermato: Aidan, nonostante stesse per perdere i sensi, la guardava
sconvolto, Matteo, invece, paralizzato dall'orrore. Concentrò ancora di più il suo odio per Matteo su
quel fuoco e poi lo lasciò andare. La stanza fu invasa da una potente luce rosso-arancio, poi un urlo
terribile lacerò il silenzio. Quando fu tutto finito, Celine cercò di fare qualche passo verso Aidan.
Voleva essere certa che stesse bene, e nonostante le gambe non la reggessero in piedi riuscì a
trascinarsi al suo fianco. Tutto quello che vide prima di perdere i sensi furono Aidan svenuto, ma con il
corpo libero da quelle orribili radici, e un cumulo di stracci neri fumanti dove una volta c'era Matteo.
Poi l'oscurità la inghiottì.
Pochi secondi dopo essersi materializzati nel vecchio giardino di Villa Vendramin, Erskine ed
Ermer furono accecati da una fortissima luce rosso-arancio, che fece esplodere le assi di legno che
coprivano le finestre su una stanza del lato destro della casa.
Senza pensarci due volte, si guardarono negli occhi e corsero in quella direzione, sicuri che, se
Aidan era in grado di usare il suo potere con tutta quella forza, di certo, anche Celine dovesse essere al
sicuro.
Scavalcarono all'unisono i davanzali, balzando all'interno della casa. Davanti ai loro occhi non
c'era nessun nemico come si sarebbero aspettati, ma solo i due ragazzi a terra privi di sensi e i loro
talismani poco più in là uno di fianco all'altro. Non persero tempo a interrogarsi sulla strana situazione,
ma corsero al loro fianco per accertarsi che fossero entrambi vivi.
«Non c'è tempo per far venire qua un mezzo e portarli in salvo. Se Aidan è riuscito a mettere in
fuga chi lo teneva prigioniero, presto ne arriveranno altri. Dobbiamo smaterializzarci con loro come
zavorra». Disse pratico Erskine.
«Pensi che ce la faremo? Oggi abbiamo già usato il potere più volte». Fece presente Ermer.
«È la nostra unica possibilità, e dobbiamo fare tappa diretta. Non possiamo rischiare di essere
intercettati privi di forze e con loro due svenuti. Ci sarà tempo per rigenerarci». Fu la secca risposta di
Erskine.
Ermer, come si aspettava non batté ciglio: si fidavano ciecamente l'uno dell'altra e sapevano
entrambi che era tutto quello che restava loro da fare.
Raccolsero i talismani dei ragazzi e li rimisero nelle rispettive sacche, e quando Erskine strinse
tra le sue braccia poderose il corpo di Aidan Ermer fece lo stesso con Celine.
Le quattro sagome tremolarono per qualche secondo e poi sparirono nel nulla.
Morwenna era ritta sul portico di fianco a Buonia, quando videro quattro sagome apparire
all'improvviso sul prato in fondo ai gradini.
Le braccia che reggevano Celine e Aidan li lasciarono improvvisamente, ormai esauste.
Morwenna e Buonia corsero giù dai gradini.
«Stiamo bene, neanche un graffio. Ci serve solo un po' di rigenerazione e saremo come nuovi.
Portate subito i ragazzi in infermeria. Non sembrano aver nulla a parte qualche ferita superficiale, ma
sono privi di sensi da quando li abbiamo trovati». Disse rapido Erskine.
Al richiamo di Buonia, corsero fuori dalla porta di servizio vari membri del personale della
Villa, che trasportarono di corsa Celine e Aidan in infermeria, seguendo le istruzioni da lei impartite
rapidamente a mezza voce.
Buonia e Morwenna aiutarono Ermer ed Erskine a raggiungere la sala per rigenerarsi e per
ricevere da loro la storia di prima mano. Nell'attesa che i due migliorassero, avvisarono Mavi e Brian
di rientrare, comunicandogli che sia Aidan sia Celine erano entrambi al sicuro.
Quando Morwenna raggiunse la stanza della rigenerazione Erskine non si perse in chiacchiere.
«Ancora non sappiamo come siano andate le cose, ce lo riveleranno loro una volta svegli.
Abbiamo visto una poderosa luce rosso-arancio sconquassare la casa. Probabilmente Aidan si è liberato
in qualche modo ed ha riversato il suo potere su di loro. Appena il bagliore si è estinto ci siamo
precipitati in quella direzione». Il Maestro fece una piccola pausa, forse per riordinare i pensieri, poi
riprese. «Quando siamo entrati abbiamo trovato solo i ragazzi e, pensando che presto sarebbero arrivati
i rinforzi del nemico, abbiamo fatto l'unica cosa possibile per portarli via da lì al più presto. Ci siamo
smaterializzati con loro come zavorra».
«Avete corso un rischio terribile! Sarebbero potute venirvi meno le forze e vi sareste potuti
ritrovare privi d'energia, con i ragazzi svenuti al seguito, ovunque!» Esclamò Morwenna.
«Quando prendi parte a queste operazioni, nulla è mai certo. Abbiamo fatto l'unica scelta
possibile per allontanarli da lì, prima che potessero sopraggiungere complicazioni». Rispose secco
Erskine.
«Lo so e te ne sono grata. Grazie per aver riportato a casa Celine sana e salva». Disse
Morwenna, piena di gratitudine.
«Dovere». Rispose laconico Erskine che non amava i ringraziamenti.
Morwenna lo conosceva bene, lui non sentiva di fare nulla di speciale: quella era la sua
missione e l'avrebbe portata a termine, fin quando il suo corpo e la sua anima glielo avrebbero
consentito.
«Quindi Aidan è riuscito a liberarsi e a mettere in fuga i nemici?» S'informò Buonia.
«Vista la potenza dirompente del fuoco sprigionata, penso di sì. Gli dev'essere costata tutta la
sua energia dato lo stato in cui si trova, ma fino che non saranno svegli e non potremo chiedere a loro,
possiamo solo fare supposizioni» Rispose Erskine.
«Vai dalla tua compagna e riposati per il resto della giornata e della notte con lei. Siete tutti
salvi, il resto può aspettare. Ordinerò che vi servano la cena nelle vostre stanze». Disse Morwenna
alzandosi in piedi, imitata da Buonia.
Erskine si limitò ad assentire con un cenno della testa.
Morwenna pensò che per quella giornata ne aveva avuto abbastanza, la sua famiglia acquisita al
momento era al sicuro. Sapeva che anche Brian e Mavi erano rientrati e si erano già recati in
infermeria, e Murchadh, viste le ferite riportate durante l'agguato, non si era mai mosso da lì. Il resto
poteva attendere.
Si recò subito in infermeria con Buonia alle calcagna. Non aveva provato nemmeno a dirle di
andare a preparare la cena. Si era resa conto del legame affettivo che si era creato tra la ragazza e
Celine e, anche se le dispiaceva sacrificare una governante così preziosa, aveva deciso che, quando
avrebbero potuto provare che Celine fosse sua nipote, Buonia, seppur continuando a occuparsi in parte
della casa, sarebbe diventata la cameriera personale di Celine.
Quando entrarono in infermeria le condizioni dei ragazzi erano immutate. Le funzioni vitali
erano buone e non avevano riportato ferite gravi o arti rotti, ma erano entrambi ancora incoscienti.
Forse la potenza del potere utilizzato per abbattere i nemici li aveva seriamente privati delle energie.
Non avendo ancora raggiunto l'età consentita per la rigenerazione, potevano solo fare affidamento sul
riposo assoluto.
Trovarono ad attenderli Brian e Mavi che, seduti sul letto di Murchadh chiacchieravano con lui
non perdendo di vista Aidan e Celine.
Morwenna fece fatica a sollecitare i ragazzi ad andarsi a preparare per la cena e lasciare riposare
i compagni, ancora incoscienti. Mavi non voleva lasciare suo fratello e Brian non era da meno, inoltre
Murchadh non disprezzava la compagnia poiché era stato tutto il giorno immobile e in preda all'ansia.
La sua gamba, semi-maciullata durante l'attacco alla Divisione, ancora non era guarita del tutto ed era
immobile, unico motivo per il quale non era riuscito a unirsi alla spedizione.
Quando si decisero ad andare via, Murchadh chiese che lo aiutassero a raggiungere la sala
comune dell'infermeria in modo da farsi servire la cena lì, adducendo come motivazione il tedio per la
vita da invalido che stava conducendo. Morwenna capì che volesse concederle un po' d'intimità con
Celine, e gli sorrise grata.
Una volta rimaste sole nella stanza, prese tra le sue la mano di Celine e la strinse forte.
Sembrò quasi che in quel gesto ci fosse il desiderio di trasmettere forza ed energia alla ragazza.
«Come mai Celine non è stata messa da sola nell'altra stanza?» Volle sapere Morwenna.
«L'ho ordinato io al personale. Ho pensato che al suo risveglio sarebbe stata confortata dalla
presenza di Aidan al suo fianco e di qualcun altro di cui poteva fidarsi come Murchadh. Nella stanza a
fianco inoltre ci dormiva Matteo, ho creduto sarebbe stato spiacevole per Celine risvegliarsi lì».
Rispose Buonia.
«Hai ragione» convenne Morwenna «non ci avevo pensato. Quando Celine riaprirà gli occhi, si
sentirà di sicuro più serena vedendo subito Aidan al suo fianco».
Rimasero così in silenzio a fianco dei due ragazzi che miracolosamente si erano salvati dalle
grinfie del nemico.
Quando un leggero strascicare indicò loro che Murchadh stesse tornado dalla cena, si
congedarono per raggiungere gli altri in sala da pranzo.
Stava quasi per albeggiare quando Aidan aprì gli occhi e si mise seduto sul letto di soprassalto.
La stanza avvolta dall'oscurità, che restava ancora aggrappata al poco tempo che le rimaneva
prima che il sole sorgesse, lo aveva riportato con la mente a villa Vendramin e per un momento aveva
creduto di essere ancora lì. Il cuore gli batteva all'impazzata nel petto e ci mise un po' a calmarsi e a
guardarsi attorno.
Si rese conto quasi subito di non essere solo: il suo letto era in centro tra due persone. A sinistra
Murchadh russava piano e alla sua destra c'era Celine, che dormiva respirando tranquilla.
Quando i suoi occhi si posarono su di lei, istintivamente, sentì il desiderio di andarle vicino e
prenderla tra le braccia. Voleva controllare che stesse bene, e desiderava che lei si aggrappasse a lui,
proprio come aveva fatto la notte precedente nella sua stanza. Stava quasi per alzarsi, quando il
pensiero degli avvenimenti recenti lo travolse, strappandogli un gemito sommesso proprio come se
avesse ricevuto un pugno nello stomaco.
Celine era una dei Clann na Solus, una dei due Figli della Luce. Lei e un altro, il suo futuro
compagno, avrebbero riportato l'equilibrio sul pianeta. In quel momento gli sembrò che il suo cuore si
sgretolasse e diventasse cenere. Quando giunse la consapevolezza di cosa volesse dire ciò cui aveva
assistito il giorno prima, dentro di lui si aprì un vuoto incolmabile. Guardò nuovamente Celine,
cercando d'imprimersi nella mente ogni dettaglio di quel volto che tanto amava. Non avrebbe mai più
potuto manifestarle i suoi sentimenti, non avrebbe mai più potuto baciarla o toccarla e soprattutto non
avrebbe mai più potuto guardarla in quel modo, non in presenza di altre persone che avrebbero potuto
notarlo, e di certo non da solo con lei.
Pensò a quanto erano stupide le preoccupazioni che lo affliggevano fino al giorno prima.
Tentare di riconquistare la sua fiducia dopo le cattiverie di Kaina gli era sembrato quasi impossibile
all'inizio, poi dopo l'aggressione di Matteo aveva visto uno spiraglio. Celine lo desiderava comunque.
Aveva sentito che fosse giusto respingerla, perché voleva stare con lei solo quando la certezza che si
fidasse di nuovo fosse stata palese ma ora si pentiva di quel gesto che aveva fatto pensando di avere
l'eternità davanti. Almeno avrebbe potuto sentire il suo cuore battere contro il suo, anche se per una
volta soltanto. Ora sapeva che non sarebbe mai più potuto succedere: qualunque cosa ci fosse mai stata
tra lui e Celine, era morta nel momento in cui i suoi poteri si erano palesati.
Poteva esserci la speranza che fosse riuscita ad attingere a un altro potere nel tentativo estremo
di salvarsi. C'erano guerrieri così potenti che ogni tanto riuscivano a piegare un altro Elemento ai loro
ordini, ma era solo per cose di bassa portata ed erano allenati a farlo. Era un tipo di potere che si
acquisiva con anni e anni di pratica e concentrazione, e in ogni caso nessuno sarebbe mai riuscito a
produrre una palla di fuoco di tali dimensioni.
Si alzò dal letto e s'inginocchiò di fronte a quello di lei, le prese una mano e la baciò con
dolcezza, poi le accarezzò il viso facendo scorrere le dita fin sui lunghi capelli sparsi sul cuscino.
L'ultima volta che la toccava.
Con estrema fatica, si alzò e si diresse verso l'uscita per fare quello che doveva.
Si sentiva terribilmente in colpa ad andare da Erskine per raccontargli ciò che aveva visto senza
renderne prima partecipe Celine, senza aspettare che lei si svegliasse. Avrebbe voluto essere al suo
fianco quando apriva gli occhi, tranquillizzarla e chiederle come avesse fatto a produrre una simile
palla di fuoco, ma erano risposte che sicuramente erano più chiare a lui che a lei. Era già abbastanza
difficile fare così: affrontare la verità e renderla nota avrebbe sigillato il coperchio sulla bara del loro
amore, ma lui era troppo onesto per mentire e nascondere un'informazione di tale portata.
Il risveglio di uno dei Clann na Solus poteva voler dire la salvezza per tutta l'umanità, e per la
sua razza che avrebbe potuto continuare a vivere in pace dimenticando scontri e battaglie. Non avrebbe
mai potuto tacere un segreto di tale portata, che oltretutto chiariva i motivi per cui Celine fosse così
desiderata dal nemico. Evidentemente Fàs la seguiva da un pezzo, e sapeva cosa sarebbe potuta
diventare, ma se avesse esitato parlandone con Celine temeva che, se lei gli avesse chiesto di
nascondere la cosa per stare insieme o di scappare, forse il suo onore si sarebbe infranto e avrebbe
anche potuto considerare l'idea di accontentarla.
Aidan non si era mai innamorato prima e sapeva che Celine sarebbe stata l'unica per lui,
proprio come l'altro Clann na Solus sarebbe stato l'unico per lei nel momento in cui si fossero
incontrati.
La storia era piuttosto chiara in merito. I Clann na Solus si sarebbero amati reciprocamente dal
primo momento. Era il bisogno di salvezza della specie probabilmente a imporlo, o la biologia stessa
che gli avrebbe permesso di generare figli in grado di utilizzare lo Scettro del Vuoto
anche singolarmente. Non c'era modo di scampare a ciò che avevano messo in atto gli Spiriti degli
Elementi per la salvezza dell'universo, e lui di certo non sarebbe stato il mostro che bloccava l'unica
speranza di pace che avessero. Celine sarebbe stata felice, avrebbe amato un altro: questo era tutto ciò
che contava per lui. Della sua sofferenza si sarebbe preso cura a tempo debito. Non si era ancora mai
rigenerato e già sapeva che non lo avrebbe mai fatto. Quando tutto si fosse risolto avrebbe annunciato a
Erskine il suo ritiro e sarebbe invecchiato: già sarebbe stata dura vivere gli anni che gli restavano senza
di lei. Un'eternità sarebbe stata impossibile.
Si sentiva già morto dentro, come se il suo cuore avesse cessato di battere, come se Matteo
fosse riuscito a ucciderlo lo stesso nonostante Celine lo avesse salvato, e aveva preso coscienza del
tutto da nemmeno un quarto d'ora. Non osava pensare a come sarebbe stato il resto della sua esistenza.
Capitolo 18 - Rivelazioni
Con la testa nella bambagia, Aidan raggiunge le cucine, sapendo che lì avrebbe trovato Buonia.
Non aveva idea di dove alloggiasse Erskine, e non poteva aprire tutte le porte delle stanze della
Villa: chiederlo a lei era la soluzione migliore.
Quando se lo vide apparire davanti Buonia sembrò allibita. Doveva avere una bruttissima cera.
Gli corse incontro con l'intento di accompagnarlo verso una sedia, ma lui la fermò con un gesto
secco.
«Buonia, ho bisogno di sapere qual è la stanza di Erskine». Disse con voce neutra.
«Aidan, il resoconto dell'epilogo del tuo rapimento può aspettare. Hai un aspetto orribile, siediti
e mangia qualcosa. Celine dorme ancora?» S'informò, cercando di convincerlo a sedersi.
«Sì, Celine sta ancora riposando e no, non posso aspettare. Questa cosa devo farla subito».
Rispose lui, risoluto.
Buonia, forse iniziando a sospettare che ci fosse qualcosa che andava ben oltre lo stato di salute
fisica, sbiancò.
«C'è qualcosa che non sappiamo? Forse Matteo ha rivelato l'ubicazione della Villa al nemico?»
Chiese con la voce impastata dalla paura.
«No, stai tranquilla. Anzi, è una notizia che penso risolleverà l'umore di tutta la popolazione».
Rispose Aidan guardando il pavimento.
«E allora perché quella faccia tetra? Sembra sia morto qualcuno!» Esclamò Buonia, fissandolo
sgomenta.
«Infatti, per me, è come se fosse successo proprio questo». Fu la laconica risposta di Aidan,
mentre si ostinava a fissare le piastrelle, come se ci potesse trovare la risposta ai suoi problemi.
«Aidan, ti prego! Dimmi cosa succede! Mi stai facendo sentire male!» Lo implorò Buonia.
«Non so ancora se me la sento di vedere negli occhi di qualcuno la gioia per ciò che per me è la
fine di tutto». Rispose lui teso.
«Aidan, come potrei gioire per una cosa così terribile per te? Ti prego, dimmi di cosa si tratta».
Lo implorò nuovamente.
Lui per la prima volta la guardò e, forse perché era un peso troppo grande da portare da solo,
forse perché Buonia con la sua dolcezza pareva davvero essere loro amica, specialmente di Celine,
decise di renderle nota la cosa per prima.
«Ieri l'arrivo di Celine mi ha salvato la vita...» Iniziò Aidan ma Buonia lo interruppe quasi
subito.
«Sappiamo che deve aver in qualche modo distratto Matteo mentre tu hai originato una
potentissima esplosione di fuoco. Ermer ed Erskine erano lì fuori quando sono stati accecati dal
bagliore». Disse Buonia.
«Non è andata così. Io ero a terra legato come un salame e Matteo stava per darmi il colpo di
grazia. La palla di fuoco l'ha prodotta Celine, non io». Ammise Aidan a fatica.
«Che cosa vorresti dire?» Chiese Buonia, con espressione di orrore crescente mentre la risposta
alla sua stessa domanda stava prendendo già forma nella sua mente.
«Celine è una dei Clann na Solus». Rispose Aidan con voce strozzata.
Le lacrime che sgorgarono dagli occhi di Buonia gli diedero conferma di ciò che aveva
supposto. Sapeva cosa voleva dire per lui e per Celine quella rivelazione che, agli occhi di tutta la loro
razza, sarebbe apparsa come l'evento più memorabile di tutte le ere.
«Lei lo sa?» Fu la prima cosa che gli chiese.
«Non so. Quando si sveglierà, quanto riuscirà a ricostruire e se riuscirà ad arrivare così
rapidamente alla mia stessa conclusione. Io ne sono certo: nessuno, nemmeno i guerrieri più allenati in
tal senso sarebbero mai riusciti a produrre un fenomeno di tale portata. Ha incenerito Matteo in un
istante: non ha avuto nemmeno la chance di scansare l'attacco che lei gli ha rovesciato addosso. Inoltre
questo spiegherebbe il desiderio disperato dei nostri nemici di rapirla. A tutto questo si deve aggiungere
che Matteo, dandomi per spacciato, me l'ha detto apertamente. Anche se ho pensato, o forse sperato,
che mentisse, ne ho avuto la certezza vedendo di cosa è capace con i miei occhi».
«Capisco. Di certo ci saranno il luogo e il momento per parlargliene e non temere. Non sarò io a
farlo, soprattutto non fino a che non si sarà ristabilita fisicamente dall'accaduto». Lo rassicurò Buonia.
«Ti ringrazio. Presumo che prima di dirle qualcosa dovrò parlarne con Erskine e Morwenna, e
poi loro vorranno interrogarla per sentire anche la sua versione. Di certo prima di dirle una cosa di tale
portata saranno presi tutti gli accorgimenti del caso». Osservò Aidan, con voce spenta.
Buonia, non sapendo più cosa dire, visto che in fondo non c'era nulla che avrebbe potuto
consolare una ferita di tale portata, esaudì la prima richiesta che le aveva fatto appena entrato in cucina.
«Ti accompagno all'alloggio di Erskine. Ti chiedo solo di attendere che venga lui ad aprire la
porta, giacché dorme con Ermer».
Aidan si limitò a rispondere con un cenno secco della testa e s'incamminarono per i corridoi
silenziosi alle prime luci dell'alba.
Quel posto per Aidan aveva sempre rappresentato una fonte di pace: amava la Villa, i suoi
pavimenti di marmo, i lunghi corridoi e l'idea di vivere in un'epoca diversa da quella attuale.
Soprattutto negli ultimi giorni trascorsi a stretto contatto con Celine ad allenarla, a parlare con lei
percorrendo la proprietà, gli era sembrato di vivere in un mondo protetto. Un mondo lontano dalla
guerra che affrontava tutti i giorni quand'era di pattuglia, e distante da tutto. Per un breve periodo,
addirittura, gli era sembrato di essere a Gallaibh e di stare corteggiando la ragazza che sarebbe
diventata la madre dei suoi figli, in un mondo dove tutto era semplice e seguiva un percorso preciso.
Ora capiva perché Morwenna l'avesse scelta come sua residenza nel mondo degli umani. Quella
casa fuori dalla città, eretta come una dimora d'altri tempi e mantenuta come tale, permetteva di vivere
una vita separata, come se le brutture del mondo non potessero mai toccarti da vicino. Proprio come per
gli abitanti di Gallaibh, che sapevano della guerra che combattevano tutti loro, al di fuori della loro
Capitale sulla Terra, ma ne erano estranei poiché vivevano le loro vite in modo semplice come famiglie
normali.
Giunsero davanti alla porta della stanza di Erskine, e Buonia lo lasciò per tornare alle sue
incombenze. Prima di trovare la forza di bussare, Aidan avvicinò le nocche alla spessa porta di legno
per ben due volte, abbassando poi la mano riluttante. Alla fine si decise, e il rimbombo che produssero
le sue dita sulla porta gli sembrò come un colpo di cannone nella quiete silenziosa della casa. Dopo una
breve attesa Erskine spalancò l'uscio. Quando se lo trovò di fronte, la prima cosa che fece fu stringerlo
in un forte abbraccio fraterno.
«Che gioia sapere che stai bene!» Gli disse senza ancora averlo guardato in faccia.
Quando si staccò da lui, la sua espressione fu sufficientemente eloquente, poiché lo vide
sussultare.
«Aidan, che succede? Perché hai quella faccia? Celine è forse peggiorata?». Chiese sconcertato.
«No, niente di tutto questo. Anzi, ti darò una bella notizia, ma prima troviamo un posto
tranquillo dove parlare. Non è il caso di continuare questa conversazione in corridoio». Gli rispose
laconico.
«Entra». Rispose secco Erskine. Quando Aidan esitò, Erskine intuì che era perché sapeva della
presenza di Ermer nella sua stanza e continuò «lei è mattiniera, sta già facendo jogging intorno alla
proprietà. Tra poco rientrerà per la doccia prima di colazione, quindi entra subito e raccontami cos'è
successo». Lo esortò.
Aidan lo seguì nella stanza. Si vedeva che era una suite per ospiti importanti. Benché fosse
composta solo da una camera e un bagno come la sua, lo spazio era maggiore e c'era un angolo salotto
corredato anche di un piccolo buffet. L'arredamento era antico come quello in tutta la Villa ma rispetto
a quello delle loro stanze i dettagli erano più preziosi. Un enorme tappeto persiano dal valore
incalcolabile si stendeva ai piedi dell'angolo salotto, le pareti erano adornate da incredibili arazzi e i
mobili avevano rifiniture dorate.
Andarono a sedersi su due poltroncine che facevano angolo una con l'altra, e fu grato a Erskine
del tempo che gli concesse per misurare le emozioni, prima di iniziare a spiegargli l'accaduto.
«Che cosa avete visto ieri quando ci avete recuperati?» Chiese subito Aidan, fingendo di non
sapere che tutti fossero convinti che l'enorme palla di fuoco fosse stata sprigionata da lui. Non voleva
tirare Buonia in mezzo a quella storia.
«Io ed Ermer ci siamo materializzati qualche secondo prima di essere investiti dal bagliore di
quella che immaginiamo sia stata una palla di fuoco enorme che hai scagliato contro Matteo. Quando
siamo entrati nella stanza c'eravate solo tu e Celine, a terra, incoscienti. Vi abbiamo trasportati qui
immediatamente, preferendo non fermarci a casa Vendramin temendo un contrattacco imminente».
Rispose Erskine sintetico.
In quel momento si sentì la porta che si apriva e si richiudeva, e fece il suo ingresso nella stanza
Ermer che, nonostante il freddo di novembre, era andata a correre in top e pantaloncini ed era anche
riuscita a sudare.
Accigliata per la presenza di Aidan che non si aspettava, non perse tempo a chiedergli
informazioni sulla sua salute, notando l'espressione sconvolta sul suo volto.
«Mi dispiace se ho interrotto qualcosa». Si limitò a dire.
«No, anzi. Aidan stava per farmi un resoconto di come sono andate le cose a villa Vendramin,
quindi vieni anche tu. Ti laverai dopo, questo è più importante». La invitò Erskine.
Ermer occupò il posto di fianco a Erskine con le braccia conserte: la tensione che avvertiva
nell'aria non le concedeva di rilassarsi sedendosi, e non potersi andare subito a lavare la rendeva
nervosa.
Aidan riprese subito da dove si era interrotto.
«Scusa, hai detto che avete trovato solo noi due? Non avete notato degli abiti inceneriti?»
Chiese alla volta di Erskine.
«Assolutamente no» -rispose Erskine deciso «nella stanza c'eravate solo tu e Celine».
«Un momento» intervenne Ermer «un dettaglio strano c'era. I vostri talismani erano a terra
vicino a voi. Ci siamo interrogati sul motivo per cui non fossero al sicuro nelle sacche».
«Perché ce li aveva rubati Matteo». Rispose secco Aidan.
«Ma come hai fatto a produrre un'evocazione di tale potenza senza il talismano?» Domandò
sconcertato Erskine.
Aidan si fermò a riflettere sulla risposta da dare.
«Prima di rispondere a questa domanda dobbiamo concentrarci subito su una cosa
fondamentale. A fianco a noi c'erano i resti carbonizzati di Matteo. Se quando siete entrati, non ce
n'era traccia, vuol dire che Fàs l'ha recuperato. Potrebbe essere ancora vivo: forse non ancora in forze
per parlare, ma è uscito di qui sulle sue gambe, quindi sa dov'è questo posto. Dobbiamo proteggerci
meglio, specialmente ora che anche noi sappiamo perché vogliono Celine».
Questa risposta li lasciò ammutoliti, così Aidan decise di scagliare la bomba prima che iniziasse
una discussione interminabile su come mettere in atto le misure di sicurezza per la Villa.
«Vi siete chiesti come ho fatto a evocare una palla di fuoco di tale portata senza il mio
talismano? Non sono stato io, è stata Celine. Lei è una dei Clann na Solus».
Sui loro volti prima passò lo sbigottimento, poi l'incredulità.
«Sei sicuro di ciò che hai visto? Non è possibile che ti sia sbagliato?». Chiese Erskine ancora
incredulo.
«No, assolutamente. Non potrei sbagliarmi su una cosa così. Perdonami per ciò che sto per dire,
ma capirai che non rientrava nei miei desideri che Celine si rivelasse essere una dei Figli della Luce,
quindi non ti sto parlando animato da una falsa speranza. Me lo aveva detto Matteo già prima che lei
arrivasse, ma non gli avevo creduto: pensavo farneticasse assurdità».
«Perché mai avrebbe dovuto svelarti una cosa del genere?» Lo interrogò Erskine.
«Non rientrava nei suoi piani che io sopravvivessi. Solo, voleva uccidermi davanti a Celine per
divertimento. In realtà aveva ricevuto l'ordine di uccidermi immediatamente, ma voleva godersi la sua
agonia mentre mi torturava. Gli è andata male». Rispose, cercando di difendersi dal dolore che si stava
insinuando anche nella sua voce sarcastica.
Ermer, che era stata zitta fino a quel momento, si riscosse improvvisamente dicendo cose per lui
senza senso.
«Oddio, la storia del figlio di Morwenna! Ora ha tutto un senso, questa poteva essere la causa!
Vado subito da lei, così potrà chiamare i fautori d'illusioni per ampliare il raggio intorno alla Villa in
modo che Matteo, in caso decida di venire qua per attaccarci, non riconosca il paesaggio e ne resti
confuso. Appena avrà finito le telefonate, dovrete raggiungerci e continueremo lì la discussione». Detto
questo, Ermer, imboccò di corsa la porta senza più pensare a lavarsi o cambiarsi.
«Di cosa stava parlando?» Chiese perplesso Aidan .
«Ne parleremo dopo tutti insieme, è inutile ripetere la vicenda più volte. Io mi preparo per la
riunione. Ti consiglio, intanto, di servirti dal buffet: penso che non sarà una cosa breve da Morwenna».
Si chiuse la porta del bagno alle spalle e subito dopo si sentì scorrere l'acqua.
Aidan, rimasto solo, si sentì di nuovo affogare. Andò al buffet e si riempì un piatto, iniziando a
mangiare con gesti automatici. Non aveva fame, ma serviva a tenere la mente impegnata. Portare il
cibo alla bocca, masticare e inghiottire: continuava a ripetersi quell'elenco di azioni per scacciare il
volto di Celine dai suoi pensieri. Non sentiva nemmeno il sapore del cibo che buttava giù. Quando
anche mangiare lo stufò, si accasciò sul divano fissando le gocce del lampadario di cristallo sulla sua
testa. Iniziò a contarle cercando di pensare solamente a fare attenzione a non contarne due per sbaglio,
e si addormentò di botto senza nemmeno accorgersene.
Morwenna fu svegliata da ripetuti colpi secchi e decisi alla sua porta e si alzò di corsa. L'ansia
per le condizioni di salute di Celine non le aveva permesso un sonno profondo, pertanto schizzò in
piedi come una molla correndo verso la porta con il cuore in gola.
Ermer entrò nella stanza come un tornado.
«Non c'è tempo per le spiegazioni ora! tra poco ci raggiungeranno Aidan ed Erskine e potremo
parlare. Manda subito a chiamare i migliori fautori d'illusioni di Gallaibh, ci serve maggiore protezione
per la Villa! Matteo sa dove siamo!» Esclamò, rovesciandole addosso quella raffica di parole.
Morwenna, travolta dal peso di quelle informazioni, non fece altre domande e corse verso il
telefono. Quando terminò la chiamata con il suo interlocutore era pallida come un cencio.
«Oddio, ma come abbiamo fatto a non pensarci prima! Certo che sa dove siamo, è uscito di qui
sulle sue gambe!» Disse, la voce incrinata dal senso di colpa per il pericolo che avevano corso tutti.
«Siamo stati accecati dal pericolo che correva Aidan, e subito dopo da quello corso da Celine,
in quel momento però non abbiamo rischiato nulla, Matteo era concentrato su altro. Il rischio di un
contrattacco allo scopo di rapire Celine lo corriamo ora, ma se partono immediatamente da Gallaibh ci
sarà tutto il tempo di cambiare completamente il paesaggio circostante e di confondere le cose se
provassero a trovarci». Rispose risoluta Ermer.
«Cos'altro c'è da sapere?» Chiese Morwenna, che sembrava tranquillizzata dalle rassicurazioni
di Ermer su un possibile attacco.
«Dovrai confrontarti con Aidan ed Erskine sulla storia di tuo figlio. Aidan sa perché vogliono
Celine e adesso credo che tutti i pezzi stiano andando a posto. È possibile che sia davvero tua nipote».
Così dicendo, Ermer sollevò la cornetta del telefono e avvisò Erskine di raggiungerle con Aidan.
Appena mise giù il telefono, Morwenna le chiese spiegazioni.
«Non tenermi sulle spine e dimmi cosa sai». Intimò andandole incontro e scuotendola per le
spalle.
«Va bene, però sediamoci». Acconsentì Ermer.
Quando presero posto una a fianco all'altra sul divano gettò la bomba.
«Quello che sto per dirti può spiegare il motivo per cui tuo figlio Urien pensava che i nemici
stessero dando la caccia a loro, la notte dell'attacco a Gallaibh. Aidan pensa che Celine sia una
dei Clann na Solus».
Morwenna sgranò gli occhi, sconcertata, poi un lampo di pena le attraversò il viso, nonostante il
risveglio di uno dei Prescelti fosse motivo di gioia. Amava già quella ragazza come se fosse sempre
stata certa che fosse sua nipote, sapeva cosa volesse dire e la sofferenza che ne sarebbe derivata,
quando Celine avesse compreso appieno cosa comportasse quello status. Sarebbe stato per tutti un
tripudio di giubilo, mentre per lei si sarebbe trasformato in un mare di tristezza, sommato al disagio per
il malessere di Aidan, di cui si sarebbe fatta irrimediabilmente carico.
Quando i colpi alla porta annunciarono l'arrivo di Aidan ed Erskine non era ancora riuscita a
proferire parola. Ermer si alzò al suo posto e andò ad aprire. Se possibile Aidan appariva ancora più
sofferente di quanto avesse immaginato e se ne dispiacque profondamente. Dopotutto quei ragazzi che
vivevano con loro erano come dei figli adottivi, tutti si erano resi conto che ci fosse qualcosa di diverso
nei suoi modi verso quella ragazza proveniente dal mondo degli umani, sin dal primo giorno.
Quando si furono accomodati tutti, Aidan fece un resoconto di com'erano andate le cose nel
dettaglio.
Spiegò che una volta giunto al capanno Matteo lo aveva aggredito immediatamente e lui non
era stato in grado di reagire perché non si aspettava di trovarsi di fronte un avversario tanto temibile.
Suscitò orrore e sconcerto, quando raccontò di essersi svegliato avvolto da inattaccabili radici nere,
mettendoli a conoscenza del fatto che Matteo riuscisse a utilizzare i loro poteri incanalando le energie
del Vuoto attraverso i loro talismani. Descrisse nel dettaglio il sadismo di quello che credevano un
umano, spiegando di come avesse ucciso lui stesso i genitori adottivi di Celine per affondare
maggiormente le sue grinfie su di lei, e della noncuranza con cui parlò dell'assassinio della sua stessa
madre, per avvicinarsi nuovamente a lei, sperando di poter essere accettato alla Villa. Si soffermò su
come avesse sempre agito in modo subdolo e perfettamente invisibile ai loro occhi, manomettendo i
sistemi di sorveglianza in modo che Brian vedesse sempre e solo le stesse immagini in loop la sera
dell'attacco alla Divisione. Quando iniziò a parlare di Celine nel dettaglio, tutti i presenti nella stanza
videro di come si piantava le unghie nei palmi delle mani. Il ciuffo che gli ricopriva metà del volto non
era sufficiente a cancellare la sua espressione straziata.
«Mi ha detto che mi avrebbe ucciso di fronte a lei per gustarsi la sua sofferenza, e che poi
l'avrebbe portata dal suo padrone, che ne avrebbe assorbiti i poteri trasformandola in una specie di
vegetale, lasciandogliela come giocattolo vivente. Questi erano i suoi programmi per Celine». Affermò,
la voce era piena di disgusto.
«Aidan, capisco quanto possa essere doloroso per te rivivere quei momenti, ma ti prego di
continuare. Quello che stai per dirmi è molto importante e io dovrò, in seguito al tuo racconto, decidere
se convocare il Consiglio per sottoporre a tutti la questione». Disse comprensiva Morwenna.
Aidan fece un cenno affermativo con la testa.
«Dimmi prima cosa c'entra la scomparsa di tuo figlio in tutto questo» disse sorprendendola
«prima, quando ho iniziato il mio racconto in camera di Erskine, Ermer ha farfugliato qualcosa al
riguardo quasi senza rendersene conto. Ti chiedo di darmi qualcos'altro cui pensare per qualche
momento».
Morwenna soppesò per un momento le parole, poi decise di rispondere con franchezza.
«Conosci già la storia della scomparsa della mia famiglia, ma non è la verità. O meglio, non del
tutto. Quella notte mio marito morì e persi tutti i miei cari, ma i miei due figli e mia nuora non
morirono nel rogo che distrusse la casa: fuggirono. Arsi io la casa su loro richiesta: mia nuora era
incinta e sospettavano che l'attacco alle quattro torri fosse in realtà un diversivo per andare nelle
famiglie a caccia proprio di loro. Pensavano che la creatura che mia nuora portava in grembo fosse in
qualche modo speciale».
Nella stanza il silenzio era assoluto, e Aidan sembrava preso totalmente da quel racconto.
Probabilmente lo era, perché quella notte aveva distrutto anche la sua, di famiglia.
In realtà, Aidan stava pensando che i suoi genitori, quella stessa notte, si erano sacrificati
credendo fosse lui uno dei prescelti. Quell'informazione era sempre pesata sulla sua coscienza, ed era
convinto che i suoi familiari non sarebbero morti per salvare solo lui se avessero saputo che era uguale
a tutti gli altri. A quel rimpianto si aggiunse quello di non esserlo davvero per Celine: in quel caso il
loro destino sarebbe stato comune.
Morwenna riprese il racconto da dove si era interrotta, la sua voce mise fine a quei pensieri.
«Così bruciai tutto, e finsi di essere certa della loro morte, seguendo le istruzioni di mio figlio,
in modo da far credere ai nostri nemici che non vi fossero sopravvissuti. Evidentemente deve esserci
stato un momento in cui Fàs ha comunque scoperto qualcosa. Quando ho visto per la prima volta
Celine, è stato come essere colpita da un macigno: nel suo viso, nel suo portamento e nella sua chioma
dai riflessi di fuoco ho rivisto subito mia nuora e mio figlio, e da allora ho iniziato a sospettare che
fosse mia nipote. Ciò che mi dici non fa altro che confermare questa ipotesi. Ti farò leggere una copia
della lettera che Urien mi lasciò quella notte terribile».
Così dicendo gli porse lo stesso diario che aveva dato a Ermer solo qualche settimana prima.
Quando Aidan, ancora frastornato, prese in mano il pesante diario di Morwenna e iniziò a
leggere la copia delle parole di un uomo disperato per la sorte della sua famiglia, per qualche attimo si
sentì nuovamente catapultato nella notte che cambiò anche la sua esistenza, ma riuscì a recuperare un
minimo di lucidità per dare a quel documento la corretta attenzione che meritava, e il giusto rispetto.
Aidan lesse con attenzione quelle righe che, solo poco tempo prima, erano state mostrate per la
prima volta dopo quasi diciannove anni a Ermer.
Ora comprendeva perché Celine, inizialmente, fosse tanto sconvolta dal modo in cui la fissava
Morwenna: ovviamente appena la donna l'aveva vista il suo cuore doveva essersi fermato. Se, già
prima di sapere quale fosse la vera portata dei poteri di Celine, aveva sospettato fosse sua nipote, la
somiglianza tra lei e i suoi cari scomparsi doveva essere davvero impressionante. Questo gli diede la
forza di continuare il suo racconto.
«Sono molto spiacente per il dolore che ti ha afflitto per tutti questi anni. Superare una morte è
doloroso, ma vivere nella speranza di rivedere qualcuno di cui non si sa con certezza quale sia stato il
destino, deve essere una tortura ancora maggiore». Esternò con sincero dispiacere.
Morwenna lo ringraziò, stringendogli le mani nelle sue e lui riprese a parlare, seppur con
difficoltà.
«Se questa storia serve a riunire una famiglia distrutta, almeno un lato positivo c'è» attaccò,
cercando di lasciare andare quel tono da camera mortuaria che aveva adottato fino a poco prima
«Matteo ha continuato a farneticare ancora per un po', poi mi ha lasciato solo nella stanza. Poco dopo è
comparsa Celine. Mi è corsa incontro, tentando inutilmente di strappare le radici che mi avvolgevano.
All'improvviso è riapparso Matteo, che l'ha scagliata contro il muro e ha iniziato a schernirla. Quando
si è stufato, ha tentato di portare a termine il suo piano di uccidermi davanti a lei: è stato quello il
momento in cui ho notato un cambiamento. Anziché sembrarmi disperato, il suo volto mi è apparso
come trasfigurato da una furia cieca. Matteo, troppo concentrato sul tentativo di porre fine alla mia vita
nel modo più lento e doloroso possibile, non si è accorto fino all'ultimo del potere che stava caricando
Celine. Tra le sue mani sembrava essere sorto un piccolo sole, e quando la luce abbagliante che
emetteva ha sollecitato l'attenzione di Matteo non c'era già più nulla da fare per lui. Un lampo di luce
ha illuminato la furia cieca sul volto di Celine, poi lei ha lasciato andare la sfera che ci ha travolto. Su
di me non ha avuto alcun effetto, a parte liberarmi dalle radici che mi stavano soffocando. Su Matteo è
stata devastante: l'ultima cosa che ho visto prima di svenire erano i suoi resti carbonizzati a fianco al
mio corpo». Terminò il racconto Aidan.
Tutti nella stanza lo fissavano senza sapere cosa dire. Avrebbe potuto leggere le loro espressioni
come un libro. Ovviamente le sue parole potevano solo confermare quello che già sapevano: Celine era
una dei Figli della Luce e, l'unica ragione per la quale non stavano festeggiando era la consapevolezza
di cosa significasse per lui.
Si sentì sciocco ed egoista. Tutti aspettavano l'arrivo dei Clann na Solus. Era l'unica cosa che
poteva dar loro la certezza di riuscire a distruggere il male definitivamente, di eliminare la corruzione
dal pianeta, di riuscire tornare a vivere tutti a Gallaibh e condurre un'esistenza normale, senza
chiedersi se notte dopo notte sarebbero sopravvissuti o sarebbe sopraggiunta la morte.
Morwenna interruppe le sue riflessioni.
«Matteo ha spiegato qualcosa sul motivo che l'ha spinto a perpetrare l'attacco la notte prima
della cerimonia per il marchio di Celine?» S'informò.
«Ha semplicemente detto che non poteva permetterlo perché, se le avessimo fatto il marchio,
avremmo scoperto cosa realmente fosse». Riferì conciso.
«Vedi, c'è sempre stata la credenza, a quanto pare errata, giacché Celine non ha nessun
marchio, che i Prescelti non avessero bisogno di cerimonia alcuna in quanto, a loro, i poteri sarebbero
stati tutti riconosciuti e che sin dalla nascita avrebbero avuto sulla pelle un marchio a testimoniarlo»
Disse Morwenna.
«La bruciatura!» Esclamò Aidan.
«Che bruciatura?» Chiese Morwenna allarmata.
«Tempo fa, chiacchierando con Celine, abbiamo parlato di una bruciatura che ha sulla nuca. Lei
è convinta di essersela fatta da piccola con un ferro per capelli, ma ora ho il dubbio che possa essere
qualcosa di diverso. Qualcosa che è stato fatto per camuffare ciò che non si voleva mostrare, anche
Matteo vi ha fatto riferimento». Spiegò Aidan.
«Le coincidenze cominciano a essere troppe». Osservò Ermer, fissando Morwenna.
«Non me la sento di mettere sulle spalle di Celine questo peso fin quando non avremo la
certezza di ciò che le comunicheremo. Attenderemo che stia meglio e poi convocheremo il Consiglio.
Cercheremo di appurare in quella sede se lei è effettivamente ciò che supponiamo sia. Per quanto
riguarda i nostri possibili legami familiari, questo non prova nulla in ogni caso. Ci saranno altri
accertamenti da fare in merito». Fu la risposta decisa di Morwenna.
«Pensate che, l'unico motivo per cui Fàs ha richiamato a sé i resti di Matteo, sia tentare di
ottenere da lui l'ubicazione della Villa?» Chiese Aidan dubbioso.
«Non vedo quale altro motivo potrebbe esserci. Fàs non è incline a perdonare i fallimenti»
rispose Erskine con sicurezza «perché? A cosa stai pensando?» Domandò.
«Proprio perché non è incline a perdonare i fallimenti, mi pare assurdo lo abbia salvato» iniziò
Aidan incerto «sicuramente, prima di riuscire a rigenerarlo a sufficienza per scoprire qualcosa, avrà
messo in conto che noi ci saremmo messi in moto per proteggerci. Penso che sotto ci sia molto di più».
«Capisco le tue perplessità, ma al momento non ci sono reali motivi per sospettare altro. Matteo
era un umano, aveva una madre e una vita normale; è stato irretito come chiunque altro, e una volta che
Fàs si sarà fatto dire l'ubicazione di questo posto lo sterminerà lui stesso». Affermò Erskine.
«Speriamo che sia davvero come dici». Si limitò a rispondere Aidan.
Le ore passarono senza che se ne rendessero conto. Vi furono interminabili discussioni su cosa
dire ai membri del Consiglio in merito alla convocazione, se paventare ciò che ritenevano fosse Celine.
In caso di errore, avrebbe dato il via a false speranze e inoltre si sarebbero coperti di ridicolo per lo
sbaglio. Decisero semplicemente di raccontare che la seduta servisse ad appurare le sue capacità, e i
motivi per cui il nemico desiderava impadronirsi di lei.
Fu servito un pranzo leggero da Buonia. In quell'occasione, Aidan trovò il modo di scambiare
poche parole con lei in privato.
«Celine si è svegliata?» Chiese preoccupato.
«Non ancora, ma Murchadh è sveglio e la sta tenendo d'occhio». Rispose Buonia,
appoggiandogli una mano sul braccio.
«Digli d'informarla che sto bene e sto partecipando a una riunione per chiarire i fatti accaduti
nello scontro. Cercate di tenerla lì fin quando non si sarà totalmente rimessa». La pregò Aidan.
«Non potrai evitarla per sempre». Rispose franca Buonia.
«Non è nei miei propositi, ma non posso stare con lei e mentirle. Non posso starle vicino e
respingerla, e non ho il coraggio di essere io a dirle che non potrò mai più starle vicino». Ammise
Aidan con lo sguardo perso.
«Non è vero che non potrai mai più starle vicino». Rispose Buonia, anche se subito dopo
sembrò pentirsi delle sue parole.
Dato quello che lui provava, era assurdo immaginare che starle vicino, in qualunque modo gli
fosse concesso, potesse essergli di consolazione. Anzi, forse sarebbe stata una condanna ancora
peggiore che non vederla mai più.
«Andiamo, Buonia, hai perfettamente capito cosa intendo. In ogni caso non credo che una volta
che sarà trasferita a Gallaibh mi sarà permesso stare con lei, anche solo in qualità di guardia. Tutti
sanno ciò che sentiamo l'uno per l'altra: ci terranno a debita distanza, e per la mia sanità mentale sarà
sicuramente meglio. Fingere di non provare nulla negli eventi ufficiali sarà già sufficientemente dura,
doverla respingere come se non provassi niente sarebbe troppo anche per me». Rispose scontroso.
«Pensi che si opporrà? Davvero credi che la trasferiranno?» Chiese Buonia.
«Conosci Celine, sai com'è fatta. Di sicuro non si arrenderà di buon grado come un cucciolo
smarrito. Non è vissuta tra di noi e le nostre credenze non sono così radicate in lei. Non accetterà mai
che le dicano cosa deve fare della sua vita o di chi si dovrà innamorare, ma per quanto riguarda il
trasferimento sono certo che le riserveranno la residenza che le spetta a Gallaibh. Sarebbe troppo
pericoloso lasciarla qui». Rispose Aidan.
«Hai ragione. Cercherò di fare il possibile per tenerla impegnata fino al Consiglio, quando sarà
appurato in sua presenza cosa sia realmente accaduto durante il tuo salvataggio». Disse Buonia
guardandolo negli occhi.
L'espressione triste sul suo viso gli faceva chiaramente capire quanto la infastidisse ingannare
Celine, ma anche lei sapeva che sarebbe stato impossibile per lui andare in infermeria da lei, starle
accanto trattandola con distacco, e sarebbe stato quanto meno inopportuno comportarsi come se niente
fosse.
Aidan salutò Buonia, strizzandole l'occhio in segno d'intesa, e ritornò al gruppo. Quella sera, a
cena, avrebbero informato anche Brian e Mavi dei fatti e dovevano decidere cosa dire.
Tutto sommato gli andava bene: il tedio di tutti quei discorsi non era nulla paragonato al
tormento che avrebbe provato se fosse stato in camera da solo, costretto a trovare in continuazione
buone ragioni per non andare da Celine e raccontarle tutto, per sentire dalle sue labbra cosa ne
pensasse, sapere se fosse felice, se lo accettasse o se come lui avrebbe desiderato che non fosse vero.
Non lo avrebbe mai saputo. Se l'era negato nel momento stesso in cui si era alzato dal letto deciso ad
andare da Erskine. Celine al suo risveglio, ci si sarebbe trovata in mezzo. Non sarebbe mai stata
padrona della scelta che lui aveva compiuto per entrambi.
Interrogarsi sulla correttezza delle sue azioni serviva a poco: se Celine era ciò che credevano
fosse, sarebbe stato un miracolo per tutta la popolazione. La sua felicità non valeva quella della totalità
della loro razza e lei, magari, per un po' avrebbe sofferto, ma quando fosse sopraggiunto il predestinato
sarebbe stata felice. Solo questo lo consolava un po'.
Capitolo 19 - La cosa giusta da fare
Era pomeriggio inoltrato quando Murchadh, in infermeria, fu riscosso dal libro che stava
leggendo dal frusciare delle lenzuola. Si voltò di scatto. Era Celine che, molto confusa, si stava
mettendo a sedere stropicciandosi gli occhi. Attese che si guardasse intorno per rivolgerle la parola
onde evitare di spaventarla.
«Come ti senti?» Chiese, quando vide che i suoi occhi l'avevano messo a fuoco.
«Come se mi avessero centrifugato insieme ai panni sporchi. Ma Aidan dov'è? Sta bene?
Perché non è qui?» Domandò con voce allarmata.
Murchadh, che era stato istruito da Buonia riguardo agli spostamenti del ragazzo, rispose. «Sta
benissimo. Si è alzato stamattina ed è andato da Erskine: in questo momento lo stanno torchiando per
avere tutti i dettagli sul suo rapimento e su come ne siete venuti fuori. Sai come sono fatti!» Per dare
più enfasi alle sue parole inarcò un sopracciglio, strappando a Celine un sorriso.
«Ah, sì. Posso immaginare. Pensi che vogliano sentire anche me? Dovrei chiamare qualcuno e
prepararmi?» Chiese agitata.
«No, vogliono che tu stia qui e ti rimetta, quindi dovrai tollerare la mia compagnia e metterti
l'anima in pace!» Rispose scherzoso, sperando che fosse sufficiente a tenerla a bada. Sapeva come
fosse scappata per andare a salvare Aidan. Celine era intelligente e testarda, non sarebbe stato facile
prenderla in giro e soprattutto gli dispiaceva. Non sapeva perché non la volessero intorno, ma gli era
abbastanza chiaro che i fatti dovessero riguardare lei.
«Ah beh, poteva andarmi peggio» disse Celine in tono scherzoso «tu come stai, piuttosto?»
S'informò cortese.
«Abbastanza bene, la gamba oggi è migliorata notevolmente. Credo che stasera andrò a fare un
giro per la Villa, infastidendo tutti, per vendicarmi di essere stato relegato qui per così tanto tempo».
Rispose, strappando a Celine una risata.
«Potrei decidere di unirmi a te!» Replicò lei in tono scherzoso, cominciando a gironzolare per la
stanza.
Per farla stare tranquilla, Murchadh decise di tirare fuori il libro che gli aveva lasciato Mavi con
alcuni rompicapi. Erano una versione un po' più elaborata di quelli sui giornaletti per gli umani.
Quei libri erano utilizzati durante le lezioni di teoria di combattimento. Vi erano descritte varie
situazioni e una volta lette si doveva elaborare un piano per sopravvivere, salvare qualcuno o fuggire.
In fondo al libro, contrassegnate con il numero dell'esercizio, c'erano la scelta con maggior probabilità
di riuscita e la spiegazione dei possibili fallimenti per le altre. C'erano inoltre diversi semplici
rompicapi che servivano per allenare la mente al ragionamento induttivo o al ragionamento deduttivo.
Lui li odiava, era più per le cose pratiche che per quei giochetti mentali, ma servivano a ragionare
meglio. Decise che sarebbe stato interessante studiare le reazioni di Celine in merito: vedere come lei,
che non aveva vissuto come loro e non era stata educata nelle loro scuole, avrebbe risolto gli enigmi ed
elaborato i piani. Dopotutto, il giorno prima, se non fosse stato per lei, non avrebbero trovato Aidan, o
forse ci avrebbero messo il doppio del tempo e chissà se sarebbe sopravvissuto.
Sorprendentemente Celine risolse con facilità quasi tutti i rompicapi e trovò delle interessanti
strategie di fuga alle situazioni di crisi proposte nel libro. Riuscì a deviare la sua attenzione sul volume
un paio d'ore, ma poi si accorse dell'insofferenza crescente della sua compagna di stanza.
«Qualcosa non va?» Le chiese fissandola negli occhi.
«Nulla, non fraintendermi. La tua compagnia è molto piacevole, e mi sto divertendo. Ma ecco,
non riesco a non chiedermi come mai Aidan non abbia trovato nemmeno cinque minuti per passare da
me». Rispose mesta.
«È solo questo, o c'è dell'altro?» Domandò, quasi carezzandola con la voce.
«Inizio a pensare di aver portato sin troppi disastri nelle vostre vite. Tu sei conciato così per
colpa mia: se non avessero voluto me non avrebbero raso al suolo la vostra Divisione. Aidan è stato
quasi ucciso perché il mio amico Matteo si è rivelato un sadico sociopatico. Magari gli è passata la
voglia di starmi vicino e di avermi tra i piedi». Rispose, tormentando il lenzuolo con lunghe dita sottili
e lo sguardo basso.
«Ascoltami» disse Murchadh, prendendole una mano per attirare la sua attenzione «brava,
guardami negli occhi così mi crederai» continuò per essere certo che non ricominciasse a vagare con lo
sguardo «io non ce l'ho con te per quello che è successo: siamo laoich, siamo preparati a questo tipo di
eventi. Rientra nella nostra vita di tutti i giorni. E Aidan ti ama, non potrebbe mai avercela con te per
una cosa simile. Al limite potrebbe essere arrabbiato perché hai rischiato la tua vita per salvarlo, ma più
di questo non credo».
La risposta suscitò in lei un rossore che salì dal collo e le inondò il viso. Non si aspettava certo
che Aidan si fosse confidato con lui riguardo ai suoi sentimenti per lei.
«Non credo che Aidan sia innamorato di me». Rispose, tentando di negare quello che
evidentemente tutti sapevano.
«Aidan è innamorato di te dal primo momento in cui ti ha visto nel chiostro». Rispose Murchad
sbuffando scherzosamente.
«Certo, voi uomini veri ne avete parlato la sera stessa davanti a una tazza di tè?» Replicò Celine
sarcastica.
«No, perché quella sera, in effetti, ha parlato fino a notte fonda con te e dal giorno dopo è
sparito. Ma ci sono altre cose che a me che lo conosco bene sono sufficienti per saperlo». Rispose
sicuro di aver solleticato la sua curiosità.
Celine in un primo momento rimase a corto di parole. Poi si riprese.
«Così sei cattivo però, non parlare per enigmi!» Esclamò strizzandogli l'occhio come faceva
sempre Aidan.
«Il pomeriggio in cui ti ha visto è tornato alla Divisione facendo il diavolo a quattro per
convincere Erskine a rintracciarti e venirti subito a prelevare. Credimi, non sottovaluteremmo mai un
fenomeno come quello da lui descritto, ma potevamo tranquillamente intercettarti il mattino dopo.
Invece lui non ha voluto sentire ragioni». Disse alzando le spalle, come a voler sottintendere che fosse
sufficiente a spiegare che il suo compagno d'armi era uscito di testa a prima vista.
«Questo non è abbastanza. Magari il suo era solo un senso del dovere molto forte, e poi lo sai
anche tu quant'è impulsivo Aidan. Inoltre quella sera ho ricevuto, per la prima volta, la visita di uno di
quei mostri, quindi forse tanto torto non l'aveva». Rispose Celine risoluta.
«Va bene, ti dirò anche il resto, ma io non ti ho mai raccontato nulla. O Aidan mi taglierà la
lingua». Si arrese Murchadh.
«Giuro che starò muta come un pesce» disse Celine, portandosi una mano sul cuore con un
gesto volutamente ostentato «ora sentiamo questi segreti». Terminò incrociando le braccia sul petto.
«Se conosci Aidan, sai quanto gli piaccia combattere e che non si tira mai indietro. La sera che
sei arrivata alla Divisione Erskine gli aveva detto che ti avrebbero assegnato qualcuno qui alla Villa per
starti dietro e insegnarti qualcosa, ma lui non ha sentito ragioni. Ha insistito in ogni modo per essere lui
a prendersi cura di te, ed Erskine l'ha lasciato fare convinto che dopo pochi giorni lo avremmo visto
rispuntare. Anch'io e Brian, sapendo quanto l'immobilità lo renda inquieto, pensavamo di vederlo
tornare la sera dopo pregando Erskine di assegnarti qualcun altro, ma così non è stato. Quando siamo
stati qui alla Villa, è stato palese che ciò che sentiva per te. Non era paragonabile a nulla che avessimo
visto prima. Quando poi abbiamo scoperto che eri fidanzata abbiamo riso tutta la notte alle sue spalle.
Non so molto altro, ma credimi, Aidan non ha mai perso tanto tempo per qualcuna, specialmente senza
ottenere ciò che voleva. Tu sei tutt'altro per lui, e noi che lo conosciamo come un fratello lo notiamo
solo dal modo in cui ti guarda. Penso lo sappia anche tu, anche se non comprendo perché lo neghi».
«Perché le cose belle si distruggono sempre. Il piatto della bilancia deve sempre essere in pari,
non si può avere tanto senza pagarne il prezzo». Rispose lei.
«Non essere così catastrofica. L'amore vero per noi è un concetto un po' diverso da quello che
ne hanno gli inops. Noi non passiamo l'adolescenza tra una cotta e l'altra, siamo troppo presi a capire
chi saremo da adulti e quando iniziamo a guardarci intorno come uomini o come donne, quando un
sentimento vero ci lega a qualcuno, è totalitario. Non svanisce per una lite, o per le banalità di tutti i
giorni, specialmente per i laoich come noi che rischiano continuamente la vita. I nostri non sono
matrimoni, sono fusioni di anime. Forse, se assisterai a una delle nostre cerimonie nuziali, capirai ciò
che intendo». Rispose lui deciso.
Intanto, in sala da pranzo, si erano accomodati tutti per cena: le portate campeggiavano a
centrotavola posate sugli scaldavivande per consentire a Buonia di partecipare alla discussione senza
fare avanti e indietro. Visto il legame creatosi tra lei e Celine, Morwenna ritenne che dovesse conoscere
la verità.
Non si poteva certo dire che Buonia non si fosse impegnata, solo gli antipasti freddi sul buffet
avrebbero potuto benissimo essere una cena. Scaglie di grana e uva, un cestino di salamini, ricottine
alle confetture, treccione di bufala campana, mentre in tavola sugli scaldavivande avevano ravioli ai
porcini e crema di tartufo, cavatelli con carciofi speck e pachino, tacchinella vellutata farcita con olive
nere e pancetta, millefoglie di melanzane, rondelline di zucchine prezzemolate, pomodorini farciti,
verdurine grigliate miste di stagione. Infine l'immancabile dolce, la millefoglie alla crema arricchita da
tanti piccolissimi fiori colorati fatti in pasta di zucchero. Nonostante tutto l'atmosfera era pesante: Mavi
e Brian erano sicuramente avidi di dettagli, ma evitavano le domande dirette osservando la sua
espressione rigida e contenuta.
Quando ormai fu chiaro che metà del pasto sarebbe andato buttato comunque, e le domande
stupide sul tempo e le decorazioni sulla torta furono finite, Morwenna si decise a parlare spiegando a
Mavi e Brian come fosse realmente avvenuto il suo salvataggio e cosa presumessero fosse Celine.
Trascurò solo la parte riguardante una sua possibile parentela con lei, ma questo era irrilevante e
in ogni caso non li riguardava. Brian era incredulo di fronte alla certezza che fosse stato Matteo a
manomettere i suoi preziosi sistemi di sorveglianza, ma se non altro si era liberato la coscienza: si era
sempre sentito in colpa per una sua possibile distrazione, n'era oppresso fin dal momento dell'attacco.
Ovviamente era esaltatissimo all'idea che Celine fosse una dei Figli della Luce. Era troppo poco
interessato all'amore per collegare la cosa a ciò che significava per lui, non poteva biasimarlo, fino a
poco tempo prima anche lui era stato uguale all'amico.
La reazione di Mavi fu più contenuta: Aidan non capiva se per lui o se perché non ne fosse del
tutto convinta. Non era mai nemmeno riuscito a capire se Celine, in effetti, le piacesse o no.
Iniziarono nuovamente a parlare della convocazione del Consiglio e di cosa dire loro, quando
Aidan ne ebbe abbastanza e decise di uscire a prendere una boccata d'aria. Quei discorsi per lui erano
già triti e ritriti e non ne poteva più di riascoltarli, ogni parola un paletto che gli si conficcava nel
cervello.
Camminando per il giardino, senza nemmeno accorgersene, si ritrovò nel labirinto seduto sulla
panchina dov'erano stati lui e Celine la prima volta che l'aveva portata lì.
Era stato poco tempo prima, eppure ormai sembrava un secolo, una cosa avvenuta in un altro
mondo o accaduta ad altre due persone. Preso dai suoi pensieri, non si accorse di una presenza vicino a
lui fino che non si sentì poggiare una mano sulle spalle.
«Sei andato via di corsa, troppa noia dopo oggi?» Chiese Mavi sedendosi accanto a lui.
«Esatto, è tutto il giorno che parliamo di queste cose. Non ne potevo più, scusa se me ne sono
andato via così, mia cara sorella. Ovviamente la tua compagnia mi faceva piacere». Rispose Aidan.
«Senti, ti ho seguito per parlarti da sola, perché volevo dirti che mi dispiace. Capisco quello che
provi, anche se magari ti sembra impossibile. Sapere che non potrai mai avere la persona che ami è una
cosa difficile da digerire anche per uno forte come te. Presumo sia questo il motivo per cui tu non sia in
infermeria in pianta stabile». Tentò di consolarlo Mavi circondandogli le spalle con un braccio.
«Ehi, non farla così tragica!» Esclamò Aidan facendo un sorriso beffardo «una persa cento
trovate, per uno come me non sarà certo un problema». Concluse strizzandole l'occhio come sua
consuetudine.
«Dici sul serio?» Chiese Mavi circospetta.
«Certo! Hai mai visto tuo fratello innamorato?» Chiese.
«No, mai...»
«Appunto».
«Dicevo, mai prima di stavolta». Concluse Mavi.
Aidan la guardò seriamente, poi scoppio in una fragorosa risata.
«Sorella, sei davvero comica quando vuoi fare la madre protettiva. Ma ti assicuro che non è
così. Ormai fingo così bene che nemmeno tu riesci più a distinguere le mie manovre di caccia da un
sentimento vero». Disse lui, con voce divertita.
«Ne sei certo?» Insisté Mavi. L'allegria del fratello al riguardo gli sembrava forzata, e ogni
parola che diceva a discapito dei suoi sentimenti per Celine a lei sembrava un mattone che invece
rafforzava le sue convinzioni.
«Ascolta, Mavi. Anche con i tuoi occhi di donna ammetterai che è una ragazza deliziosa, nuova
dell'ambiente, con il giusto tocco d'ingenuità. Sai che io vado pazzo per queste cose. Mi spiace aver
protratto il corteggiamento così a lungo, e non aver potuto goderne i frutti. L'unico rimpianto che ho è
quello di non essere riuscito a portarla nella mia stanza prima che venisse fuori tutta questa storia. Il
resto ha poca importanza. È inutile parlarne, credimi». Concluse sarcastico.
«Nonostante tutto non riesco a crederti. Che dire, probabilmente le tue tattiche sono migliorate
così tanto che accecano anche me». Rispose Mavi scettica.
«Esattamente, mia dolce sorella». Affermò Aidan dandole un buffetto sul naso.
«Allora, prima che se la prendano con noi, conviene tornare alla riunione. Altrimenti la nostra
assenza darà troppo nell'occhio». Suggerì Mavi prendendolo a braccetto.
Nonostante l'ironia e il sarcasmo che il fratello usava per descrivere il suo rapporto con Celine,
Mavi non riusciva a credere alle sue parole. Si chiese perché ci fosse tutta quella tensione nel suo
corpo. Lo sentiva solo da come teneva il braccio: sembrava pronto a balzare da un secondo all'altro
addosso a qualcuno. Anche quando lo aveva raggiunto, da lontano, l'era sembrato distante mille miglia,
e poi non era da Aidan isolarsi in quel modo, specialmente in presenza di Brian che non frequentava da
molto e con cui condivideva la passione per le donne, purtroppo, e quella per la caccia ai loro nemici.
In infermeria, anche gli argomenti su Aidan erano finiti e Celine aveva ricominciato a
manifestare segni d'insofferenza. Inoltre due pomelli rossi le incendiavano le guance.
«Penso che sia meglio che ti rimetta sotto le coperte, credo ti stia salendo la febbre. Tra poco ci
porteranno la cena e ti visiteranno». Suggerì Murchadh, tentando di placare Celine che continuava a
gironzolare per l'infermeria.
«Mi sembra strano che Aidan non sia ancora venuto. Non è che è morto e me lo state tenendo
nascosto? Oppure è gravemente ferito?». Domandò lei allarmata.
«Ti assicuro di no, Celine, Aidan sta benissimo. Si è ripreso molto più rapidamente di te».
Rispose deciso cercando di placarla.
«Come faccio a sapere che non stai mentendo? Dopotutto, se fosse morto, non me lo diresti».
Replicò diretta, Murchad poteva avvertire il panico crescente nella sua voce.
«Se Aidan fosse morto a quest'ora saresti con Buonia o con un'infermiera. Noi i funerali li
facciamo a Gallaibh, saremmo già partiti tutti». Rispose.
Questo sembrò placarla momentaneamente, ma quasi subito tentò un'altra strada.
«Non pensi che potrei andare alla cena? Magari sarebbero felici di sapere che sto bene».
Propose con entusiasmo.
«Non penso che dovresti uscire da qui. Non stai per nulla bene: non hai un bel colorito e le
guance infuocate indicano che ti è salita la febbre. Credo che ti sia strapazzata a sufficienza per oggi,
dovresti metterti a letto a riposare». Rispose Murchadh deciso.
«Non voglio dormire. Se Aidan viene dopo cena, voglio essere sveglia: desidero parlare con lui,
vedere con i miei occhi come sta». S'impuntò.
«Va bene, ma almeno vieni a sederti qui. Di là avranno quasi finito di cenare, anzi il fatto che
non abbiano ancora servito noi mi conferma che deve esserci stato un grande fermento. Mettiti sotto le
coperte, non ti addormenterai così facilmente». La esortò preoccupato che si sentisse male.
Le sue parole parvero convincerla, ma non fece in tempo a mettere in fila due passi che barcollò
e svenne cadendo pesantemente a terra.
Murchadh la raggiunse alla maggior velocità consentita dalla sua gamba e la prese in braccio
per portarla sul letto. Si rese conto, dal respiro affannoso, che probabilmente stava molto peggio di
quello che dava a vedere, ma era troppo testarda per ammettere di non stare bene. Soprattutto, era
decisa a raggiungere Aidan.
Una volta sistemata sotto le coperte non perse altro tempo. S'infilò una vestaglia sopra il
pigiama e andò in cerca di un'infermiera, chiedendosi dove fossero finiti tutti quella maledetta sera.
Quando raggiunse la sala comune trovò Buonia, che avanzava portando il carrello della cena
per loro.
«Stavate ricevendo il re d'Inghilterra che non è venuto nessuno fino ad ora?» La investì.
«Mi dispiace, ma la cena si è protratta più a lungo del previsto e ci sono delle cose ben più gravi
del mio ritardo di cui non sei a conoscenza». Si difese la ragazza.
«Ascolta, Celine ha la febbre molto alta ed è svenuta...»
Buonia non perse un attimo e lo lasciò in piedi in mezzo alla stanza correndo da lei.
Quando la raggiunse, stava già misurando la febbre a Celine e una flebo era attaccata al suo
braccio.
«Com'è successo?» Gli chiese investendolo lei stavolta.
«Ascoltami bene: io ho cercato di farla stare il più tranquilla possibile, come mi hai chiesto. Le
ho spiegato che Aidan era impegnato in una riunione importante, e che non si sarebbe liberato
facilmente. L'ho intrattenuta il più a lungo possibile, ma a un certo punto era un fascio di nervi per la
sua assenza: era convinta che fosse morto e glielo tenessimo nascosto, e ha iniziato a girare per la
stanza. Quando sono riuscito a farla ragionare e l'ho convinta a mettersi a letto, si è sentita male».
Spiegò spazientito.
Buonia, quando terminò di raccontarle com'erano andate le cose, sembrò convinta e si scusò.
«Ascoltami, ti chiedo scusa se ti ho aggredito. Non sei al corrente di molte cose. Ti consiglio di
andare a informarti, ormai stai abbastanza bene e puoi uscire da qui. A lei ci penserò io, però informa
Aidan che è stata male. Sono certa che vorrebbe saperlo: mandalo qui, penso sia importante per lei».
Con un cenno d'assenso, Murchadh si avviò zoppicando verso l'uscita dell'infermeria.
Quando raggiunse la sala da pranzo, gettò uno sguardo dalla porta, ma nessuno lo notò poiché
erano impegnati in una conversazione piuttosto animata. Non vide traccia di Aidan e nemmeno di
Mavi: pensando che sicuramente i due fratelli avevano cercato un momento di pace per scambiarsi le
loro opinioni, decise di andare oltre e vedere se li intravedeva dall'ingresso della Villa.
Giunto sulla scalinata che portava in giardino si rallegrò. Aidan e Mavi stavano tornando verso
di lui a braccetto.
«Ehi, vedo che finalmente ti reggi in piedi, amico». Lo salutò Aidan abbracciandolo.
«Già, ma io ci ho messo quasi tre giorni mentre tu, già dopo poche ore gironzolavi». Rispose
scuotendo la testa con fare scherzoso.
«I veri uomini sono così». Lo prese in giro Aidan imitando un tono di superiorità.
Murchadh scoppiò in una fragorosa risata, poi si rammentò perché era lì.
«Ascolta, Celine si è svegliata». Disse sorridendo all'amico.
Aidan sgranò gli occhi e parve cercare di trattenersi. Mavi iniziò a vedere la sua maschera che
s'infrangeva.
«Come sta?» Chiese cauto.
In quella frase c'erano mille altre domande. Gli occhi di Aidan sembravano quasi gridare: "Ha
chiesto di me?", o "Cosa le hai detto?".
«Ci siamo fatti compagnia per tutto il pomeriggio e stava bene, credimi. Ho fatto come diceva
Buonia: ho cercato di distrarla e di farla stare tranquilla, ma a un certo punto smaniava per vederti.
Pensava fossi morto e glielo nascondessimo. Ha iniziato a girare inquieta per la stanza quando ho
notato i sintomi della febbre. Doveva essere già un po' che stava male, ed è svenuta. L'ho...»
Non fece in tempo a terminare la frase, che Aidan era già scappato in direzione dell'infermeria.
«Ah, l'amore» Disse scherzoso rivolto a lei, ma quando vide l'espressione inorridita sul suo
volto, gli morì il sorriso sulle labbra.
Mavi, che conosceva bene suo fratello e quanto fosse abile con le sue corazze nei confronti
delle emozioni, aveva visto una maschera di falsa allegria sgretolarsi nel giro di pochi secondi. Aveva
nutrito forti dubbi sin dalle prime affermazioni sarcastiche di Aidan su ciò che lo legava a Celine, ma
vedere l'espressione del suo viso mentre Murchadh parlava di lei era stata la conferma definitiva. Non
osava nemmeno tentare d'immaginare quanto potesse soffrire: per quanto i suoi sentimenti potessero
essere non corrisposti da Brian, la speranza esisteva sempre, mentre per suo fratello la speranza non
esisteva e per di più avrebbe dovuto fingere disinteresse poiché il suo sentimento era ricambiato. Il
dolore per la sofferenza di Aidan le fece sprofondare il cuore nel petto e quasi non si accorse che
Murchadh le stava parlando, tanto che lui la scosse per un braccio.
«Che c'è?» Chiese irritata.
«Ti ho visto passare dalla gioia cortese del rivedermi in piedi a un volto in preda all'orrore in
una manciata di secondi. Mi puoi dire che succede? Celine è deliziosa, non può non piacerti a tal punto
da indurti a fare quella faccia se tuo fratello va da lei». Disse, forse cercando di fare un po' d'ironia.
«Voi uomini siete così stupidi! Vedete in tutto una competizione, non hai idea di ciò che dici!»
Rispose acida.
«E allora dimmelo. Dopo che ho passato un pomeriggio intero ad alleviare le pene di cuore di
una giovane donna penso di meritare un po' di dettagli». Rispose scherzoso.
«Hai fatto cosa?» Chiese lei di scatto.
«Celine pensava che Aidan non fosse lì per mancanza d'interesse così le ho raccontato di tutte
le bizze che ha fatto per stare con lei dal primo momento in cui l'ha vista e inizialmente si è calmata.
Non è stata colpa mia se poi si è sentita male». Spiegò Murch.
«Oddio, hai rafforzato le sue convinzioni sui loro sentimenti reciproci?» Domandò Mavi in
preda all'isteria.
«Cos'ho fatto di male? È brutto fingere l'amore se non c'è, ma negarlo quando c'è mi sembra
un peccato ancora maggiore». Rispose.
«Risparmiami le tue perle di saggezza. Aidan e Celine non potranno mai più stare insieme, hai
solo peggiorato la situazione. Lei è... Non riesco nemmeno a dirlo, perché non dovrei parlarne come se
fosse una cosa orribile, anche se per Aidan lo è...»
Mavi non riusciva a dirlo nemmeno a Murchadh, anche se già lo sapevano tutti a parte lui. Le
sembrava che dirlo ad alta voce lo avrebbe reso pubblico, certo, sicuro e terribilmente vero. Poi vide
Murchadh che la fissava in attesa che lei continuasse. Stavolta la guardava serio, la voglia di scherzare
gli era passata.
«Lei è una dei Clann na Solus, non potrà mai stare con Aidan. Il suo destino è a fianco a un
altro».
Murchadh impallidì.
Evidentemente afferrò in pieno cosa comportava l'aver rafforzato ulteriormente le convinzioni
di Celine.
Mavi sperò che fosse ancora addormentata, che Aidan riuscisse a starle vicino ancora un po'
approfittando della sua incoscienza. Era evidente che non si sentiva abbastanza sicuro da poterle
rivelare la verità.
Aidan entrò in infermeria come un tornado, molto preoccupato per Celine: aver usato tutto quel
potere, per di più senza talismano, attingendo direttamente da se stessa, doveva averla davvero
prosciugata di tutta l'energia. Lo svenimento non era altro che la prova di quant'ancora poco stabile
fosse.
Trovò con lei Buonia che si era accomodata su una sedia a fianco al letto.
-«Come sta?» Chiese senza perdersi in chiacchiere.
«È stabile, ma sta dormendo profondamente. Le ho dato un sonnifero per fare in modo che stia
calma, se si alza e ricomincia a strapazzarsi o ad agitarsi per te, rischia una ricaduta». Rispose Buonia
sinceramente.
«Mi dispiace, ma converrai che in queste condizioni non posso certo dirle la
verità.  Comprometterei maggiormente la sua ripresa. Stanotte però starò qui con lei». Rispose Aidan,
deciso a non muoversi.
«D'accordo, allora io torno di là. Se si svegliasse, non lasciarla sola». Acconsentì Buonia.
«Certo, non ti preoccupare. Resterò con lei anche se si svegliasse». La rassicurò.
Buonia si limitò a un cenno d'assenso e uscì dalla stanza chiudendosi la porta alle spalle.
Rimasto solo, Aidan si sentì nuovamente divorato. Il dolore era terribile: guardarla e sapere di
aver agito alle sue spalle senza averle dato una scelta era doloroso, non poterla stringere tra le braccia
lo era ancora di più. Ma doveva abituarsi: quando si fosse svegliata, quando finalmente si sarebbero
affrontati al di fuori da quella stanza, sarebbe stato molto peggio, perché avrebbe dovuto fingere di non
amarla anche se ciò avrebbe voluto dire ferirla. Non poteva incoraggiare un sentimento al quale sapeva
che lei si sarebbe aggrappata.
Prese una mano di Celine tra le sue e si stupì della scarica che gli dava quel semplice contatto.
Non era mai stato innamorato prima: pensava fosse solo una perdita di tempo, e ora che finalmente
aveva scoperto l'amore, pensare di doverci rinunciare era la peggiore delle condanne.
La sera stava cedendo il posto alla notte. Murchadh, forse per riservatezza o forse perché ne
aveva le scatole piene, non era tornato a letto. Il silenzio di cui si era ammantato l'ambiente gli fece
capire che ormai la sala da pranzo fosse stata sgomberata e che gli altri si fossero trasferiti di sopra.
Non sapeva dire se con Morwenna per continuare la discussione o ognuno nella propria stanza, ma era
certo che ormai il fermento nella Villa fosse concluso.
Era scesa la foschia sul giardino e sembrava di guardare attraverso un paesaggio irreale. La sua
educazione di guerriero impose ad Aidan di stare all'erta. Anche se sapeva che l'incantesimo per celare
la Villa era stato ampliato nel raggio di un chilometro, e che, probabilmente, se Matteo fosse tornato
non avrebbe saputo capire dove iniziava l'illusione, non riusciva a essere sereno. Di una cosa era certo
però: in ogni caso, quando avrebbero appurato cos'era Celine, non le avrebbero mai permesso di vivere
lì, ma l'avrebbero portata a Gallaibh.
Sperava che Celine accettasse con gioia il suo nuovo status, ma la conosceva abbastanza da
sapere che non sarebbe stato così.
Avrebbe voluto passare mille notti a guardarla, non seduto su una sedia, ma in un letto a fianco
a lei. Avrebbe desiderato che quel fuoco incandescente dei suoi capelli non fosse sparso sul cuscino,
ma sul suo petto. Avrebbe voluto sentirla stringersi a lui in cerca di protezione come aveva fatto
qualche notte prima, e invece doveva solo dimenticare. Eppure più la guardava e più pensava che
sarebbe stato difficile il mattino staccarsi da lì, e più la consapevolezza che non avrebbe più potuto
guardarla così apertamente aumentava più desiderava che quella notte fosse infinita per continuare a
osservarla e imprimersi ogni dettaglio nella memoria.
Le labbra leggermente schiuse, il suo respiro lento mentre dormiva serena, le palpebre
tremolanti che celavano qualche sogno, la fronte rilassata: era tutto così bello, anche se così doloroso.
Guardava Celine respirare tranquilla e lui sentiva quasi male al petto, cercando aria che sembrava non
gli arrivasse, si sentiva annegare.
L'alba si stava affacciando. Distingueva già la differenza di luce rispetto a poco prima. Celine
dormiva ancora serena, ma presto si sarebbe svegliata. Aidan le accarezzò delicatamente il volto,
pronto ad andarsene, e si era già voltato quando la sentì chiaramente.
«Aidan, non lasciarmi sola».
Si girò di scatto, nonostante gli pesasse la consapevolezza di doverla affrontare: quella voce era
come un laccio che lo trascinava a sé, non avrebbe saputo ignorarla nemmeno se vi fosse stato
costretto. Ma quando si avvicinò al letto si accorse che Celine era ancora addormentata. Lo stava
sognando.
Per un attimo si concesse di provare la felicità nel sapere di essere nei suoi pensieri persino
quando dormiva. Si gustò quella sensazione sapendo che dopo ci sarebbero state solo ferite da ricucire,
ma giacché avrebbero fatto male solo a lui, cosa importava?
Stava per andarsene di nuovo quando un altro pensiero lo turbò. Celine svegliandosi avrebbe di
sicuro chiesto di lui, si sarebbe domandata come mai non era lì e si sarebbe agitata di nuovo. Non
sapendo resistere all'impulso di fare qualcosa per lei per l'ultima volta, si diresse verso l'ormai
ex-comodino di Murchadh, prese un pezzo di carta e una penna e le scrisse velocemente un biglietto.
Poi finalmente trovò il coraggio di andarsene.
Per prima cosa bussò alla porta di Buonia, sapendo di trovarla sveglia.
«Io me ne vado. Tra poco si sveglierà. Le ho lasciato un biglietto perché non si agiti: la lascio
nelle tue mani». Disse quando lei aprì l'uscio.
Senza darle il tempo di rispondergli, andò dritto alla camera di Mavi e picchiò pesantemente
sulla porta per svegliarla: non dovette attendere molto, prima che una Mavi con gli occhi ancora mezzi
chiusi e un pigiama bianco gli aprisse la porta.
«Cosa ci fai qui?» Chiese assonnata.
«Ho bisogno che tu venga in camera mia». Rispose secco.
«Perché? Hai paura del buio?». Lo prese in giro lei.
«Mavi, non sono ben disposto per il tuo umorismo stamattina. Vieni in camera mia?» Domandò
nuovamente nervoso.
La sua espressione forse le ricordò la sera prima e senza altre domande si chiuse la porta alle
spalle, seguendolo.
Una volta in camera con lui, cercò nuovamente di fargli qualche domanda.
«Capisco se non hai voglia di parlare, ma cosa devo fare di preciso?» Chiese circospetta mentre
lui tirava tutte le tende, facendo piombare la stanza nell'oscurità più totale.
«Se viene Celine, le dirai che sei qui per prenderti cura di me e che sto male». Rispose.
«Perché dovrebbe venire qua?» Domandò Mavi.
«Perché la conosco e, se si potrà alzare, sarà la prima cosa che farà».
«Aidan, mi dispiace molto per tutto questo, credimi. Ieri sera avevo capito che mi nascondevi
qualcosa: so che non ti piace manifestare i tuoi sentimenti e lo capisco, ma sappi solo che sto male
anch'io, per te». Disse Mavi, accarezzandogli il volto.
«Lo so. Ho chiesto a te questo favore perché sei l'unica con cui non mi fa stare male esporre
questo fardello. Se arriva, per favore, non farla entrare. Non riuscirei mai ad allontanarla: ho bisogno
che tu lo faccia per me». Rispose, sdraiandosi sul letto.
«Va bene, fratello. Ci sono io qui con te. Riposa un po', se puoi». Acconsentì Mavi, sedendosi
sulla poltrona vicino alla porta.
Celine aprì gli occhi a fatica. Le sembrava che qualcuno le avesse incollato le palpebre con la
colla. Il suo primo pensiero, quando si mise a sedere, fu che era sola. Una fitta le attraversò il petto:
sperava di vedere Aidan. Ancora prima di aprire gli occhi, quando il velo dell'incoscienza l'aveva
abbandonata, lui era stato il suo primo pensiero. Invece era sola, completamente sola: anche Murchadh
se n'era andato.
Si guardò intorno nella stanza inondata dalla luce del mattino e si diresse verso il bagno per
sciacquarsi il viso. Inizialmente aveva avuto paura che la cogliesse un altro capogiro come quello della
sera precedente, ma i piedi sul pavimento erano saldi e si sentiva molto meno affaticata. Una volta
rientrata nella stanza, si chiese se andare a chiamare Buonia o presentarsi in sala da pranzo per la
colazione, poi si accorse di un biglietto piegato sul suo comodino che prima non aveva visto. Lo aprì
con il cuore che le pulsava nel petto.
"Perdona il cattivo comportamento per non essermi presentato a verificare come stavi, ma ieri,
come avrai immaginato, sono stato subissato di domande. Non potevo allontanarmi. Appena ne ho
avuto la possibilità sono passato, ma stavi dormendo e non ho voluto disturbare il tuo riposo. Spero
che presto starai meglio. Aidan".
La felicità per aver trovato quel biglietto la pervase. Aidan era stato da lei, non si era
dimenticato e non ce l'aveva con lei per la situazione in cui lo aveva messo. Decise di comportarsi
bene: avrebbe fatto colazione in infermeria e chiesto a Buonia di portarle qualcosa per cambiarsi.
Sarebbe andata a salutare tutti e lo avrebbe cercato.
Come tutte le ragazze innamorate, desiderò subito rileggere quelle poche righe, che
testimoniavano il passaggio dell'oggetto dei suoi pensieri, ma dopo la seconda rilettura iniziò a sentirsi
turbata.
Notò lo strano tono aveva usato Aidan: formale, quasi distaccato. Subito lo giustificò, dicendosi
che chiunque avrebbe potuto notare quel biglietto e di certo non le avrebbe potuto scrivere chissà quali
pensieri romantici. Poi, però, si chiese da quando ad Aidan importasse del parere degli altri.
Quel biglietto lo aveva scritto Aidan, ma non era lui a parlare: sembrava quasi un'altra persona.
Mandando al diavolo i buoni propositi, Celine marciò spedita fuori dall'infermeria, prima che
l'arrivo di qualcuno potesse nuovamente confinarla in quella stanza.
I corridoi della casa fortunatamente erano ancora vuoti, ma presto sarebbero tutti andati a fare
colazione. Le conveniva sbrigarsi. Scalza e con indosso una misera camicia da notte bianca, Celine
corse per i corridoi più silenziosamente possibile, fino a raggiungere la scala che l'avrebbe portata alla
sua stanza, di fronte alla quale c'era quella di Aidan.
Una volta giunta davanti alla porta non fu più tanto sicura di aver avuto una buona idea. Se
Aidan era arrabbiato con lei di certo buttarlo giù dal letto non era saggio, ma lei aveva bisogno di
sapere. Non poteva più aspettare. Alla fine si decise a picchiare le nocche contro la porta.
Con sua grande sorpresa, la porta si aprì immediatamente, ma anziché Aidan si trovò di fronte
Mavi. Non riuscì a vedere dietro di lei: la stanza era completamente buia, come se le tende fossero state
tirate.
«Buongiorno, Mavi. Cercavo Aidan». Disse incerta.
«Aidan sta riposando. Ieri è stata una giornata pesante, e poi è venuto da te a notte fonda. Non
ha ancora recuperato del tutto le forze». Rispose Mavi, uscendo dalla stanza e chiudendosi la porta alle
spalle.
«Posso vederlo? Sta bene?» Chiese Celine ansiosa.
«Sta bene, è solo un po' provato. Fortunatamente ero passata a vedere se fosse sveglio e gli ho
tirato le tende per farlo riposare più a lungo. Penso sia meglio lasciarlo dormire, Celine». Rispose la
ragazza, senza spostarsi da davanti alla porta.
A Celine sembrò quasi un cane da guardia, ma dopotutto era la sorella. Doveva volergli molto
bene, per essersi preoccupata di chiudere le tende per non farlo svegliare dalla luce del giorno.
«Penso che andrò nella mia stanza a cambiarmi, allora. Così quando si sveglierà lo sentirò, e
potrò scendere a colazione con lui». Disse allegra.
«Ed io penso che ti farò compagnia e chiamerò Morwenna mentre ti fai una doccia. È stata
molto in pena per te, sarà felice di sapere che sei in piedi». Disse Mavi, poggiandole la mano sul
braccio e spingendola verso camera sua.
Celine non ebbe tempo di soffermarsi sul pensiero che si stava facendo largo nella sua mente,
cioè l'impressione che Mavi la stesse sorvegliando, piuttosto che volerle semplicemente fare
compagnia. Venne distratta dalla porta della sua stanza, che era già stata sostituita: non c'erano più i
segni di quando Aidan l'aveva scardinata sentendola strillare.
Non si stupì, quando entrò, di trovare il letto rifatto, non un granello di polvere sui mobili, i suoi
vestiti sporchi spariti e una nuova tenuta dentro l'armadio.
«Buonia pensa proprio a tutto». Disse rivolta a Mavi, prendendo l'accappatoio dall'armadio.
Mavi si limitò a sorridere per risposta, e Celine si diresse verso il suo piccolo bagno personale.
Quando uscì avvolta dall'accappatoio Mavi non era più lì, ma c'era Morwenna, che appena la
vide l'accolse stringendola in un abbraccio. Celine rispose sincera alla stretta: anche se la conosceva da
poco, era l'unica persona, oltre Aidan e Buonia, che sentisse così vicina, quasi fosse parte della sua
famiglia. Quando si staccarono, si accorse che la donna aveva gli occhi lucidi.
«È tutto ok, sto bene». Le disse, quasi a volerla rassicurare.
«Lo so, mia cara. Solo, ancora mi sembra impossibile poterti riabbracciare». Rispose Morwenna
stringendola nuovamente.
Quando la lasciò andare, Celine si diresse verso l'armadio per prendere la sua tenuta nuova ma
Morwenna la fermò.
«Non quella mia cara. Oggi indosserai qualcosa di più formale. C'è una riunione del Consiglio,
e sarai presentata a tutti».
«Non me l'aspettavo» disse incerta « che cosa devo indossare?» Chiese.
«Buonia sta arrivando con l'abito e ti aiuterà a metterlo. È stato fatto apposta per te. Siediti,
intanto ti asciugherò i capelli».
Celine obbedì, e si mise seduta sullo sgabello della toletta. Avrebbe voluto fare conversazione,
ma il rumore del phon copriva quasi del tutto le loro voci e dopo qualche accenno si stufò di ripetere
più volte la stessa parola. Decise ad aspettare che i suoi capelli fossero finalmente asciutti.
Si sentirono due colpi alla porta
«Avanti!» Disse Morwenna, alzando la voce per sovrastare il rumore dell'asciugacapelli.
Entrò Buonia. In mano reggeva un sacchetto proteggi-abiti, che depositò con cura sul letto
sorridendole. Aprì di nuovo la porta, tirandosi dietro un carrellino con un vassoio coperto, sul quale,
immaginava Celine, c'era sicuramente la colazione per lei.
Quando Morwenna posò il phon si rivolse a Buonia.
«La lascio nelle tue mani. Quando sarà pronta raggiungeteci nelle sala. Devo andare ad
accogliere gli altri, che arriveranno a breve». Disse sorridendole.
Una volta sole, Celine abbracciò forte l'amica.
«Non sai come sono felice di rivederti!» Esclamò sincera.
«Ed io di rivederti in piedi!» Rispose Buonia scherzando.
«Già. Almeno qualcuno felice di vedermi in giro c'è!» Esclamò Celine.
«Perché dici così? Hai visto qualcuno di poco gradito?» S'informò Buonia allarmata.
«No, Kaina per oggi non si è vista» rispose Celine sarcastica «anzi, è un po' che ho la fortuna di
non incontrarla». Continuò.
«È andata a fare rifornimento di alcune scorte per l'infermeria a Gallaibh. Non credo che la
vedrai nei prossimi giorni». Rispose Buonia ammiccando.
«Meglio, almeno non dovrò vedere qualcuno che mi disprezza sul serio». Disse Celine,
guardandosi le punte dei piedi.
«Celine, che succede? Pensavo di trovarti di buon umore, visto che puoi alzarti» Chiese Buonia,
spostandole i capelli dal viso.
«È inutile fare la misteriosa: probabilmente sei l'unica cui posso parlarne con sincerità. Aidan
sembra evitarmi. Da dopo l'episodio con Matteo, non sono praticamente più riuscita a vederlo.
Stamattina ho addirittura trovato Mavi in camera sua, che mi ha quasi cacciata». Rispose Celine irritata.
«Aidan è sicuramente molto stanco. Ieri è stata una giornata davvero dura per lui. Ascolta, tirati
su il morale: guarda questo bel vestito nuovo!» Disse Buonia allegra, sventolandole l'attaccapanni di
fronte al viso.
Per un attimo Celine pensò che anche l'amica fosse strana e si comportasse in maniera sospetta,
ma poi si diede della paranoica. Buonia era troppo sincera per tentare di raggirarla. Quando tirò giù la
lampo del sacco proteggi-abiti rimase a bocca aperta, e quei pensieri si persero completamente.
Il vestito era stupefacente, di un brillante velluto verde smeraldo. La profonda scollatura a V era
bordata da un motivo dorato di foglie che s'intrecciavano e arrivavano fino alle spalle. Le maniche a
tromba all'altezza dei bicipiti avevano dei piccoli lacci in cuoio marrone che s'intrecciavano tra loro,
quasi a voler intensificare l'aderenza sulla pelle nella parte alta del braccio, in netto contrasto con il
fondo della manica sul polso. Una parte della manica terminava sul palmo della mano, l'altro lato
arrivava quasi fino ai piedi. Il corpetto era semplice fino alla vita, dalla quale partiva un intricato
ricamo dorato in rilievo a formare una cintura che richiamava alberi, radici foglie e, dal centro della
vita, in linea retta con l'ombelico, proseguiva in verticale fino a terra. La gonna era lunga fino ai piedi e
seguiva la stessa forma spiovente delle maniche.
Quando Buonia finì di tirarle su la cerniera sulla schiena Celine si senti avvolta da quel vestito
meraviglioso. Era fatto in perfetta simmetria: la parte alta aderente e quella bassa a tromba, sia sul
corpo che sulle maniche. Si sentiva come un fiore rovesciato: non poteva fare a meno di divertirsi a
tirare su le braccia e osservare le maniche che ricadevano delicate, celando le sue mani alla vista.
Buonia prese il suo talismano da un cassetto del comò e glielo fissò in vita: di lato c'era un
gancetto al quale appenderlo che non aveva notato.
Il verde della natura vivente, dentro il talismano, sembrava pulsare con il verde del vestito.
«Sei molto bella». Le disse Buonia ammirata.
«Con questo vestito chiunque si sentirebbe una principessa». Rispose Celine estasiata,
guardandosi allo specchio.
«Non basta l'abito, è il modo in cui lo porti che ti fa brillare. Quest'abito è stato creato apposta
per te, e chi lo ha ordinato sapeva il fatto suo, devo ammetterlo». Rispose Buonia, affrettandosi a
cercare nella scatola ai piedi del carrello le scarpe per accompagnarlo.
«Aidan?» Chiese Celine quasi sussurrando.
Buonia le si avvicinò in silenzio e si chinò per aiutarla ad indossare gli stivali in pelle marrone
dal tacco vertiginoso.
«Buonia, chi ha ordinato quest'abito?» Insisté Celine.
«Aidan, come avevi supposto. Quando è stato preparato l'abito per la cerimonia del tatuaggio
ha chiesto questo per il tuo primo viaggio a Gallaibh. Rispose Buonia, continuando ad armeggiare con
le sue scarpe.
«Che c'è? Non sembri contenta». Constatò Celine.
«Affatto, è che non c'era nulla di adatto e mi spiace aver usato il suo abito per l'incontro di
oggi. Stai con noi da così poco tempo che non hai un guardaroba molto fornito. Penso che presto
porremo rimedio». Rispose Buonia sorridente.
Mentre Buonia le acconciava i capelli, Celine mangiucchiò due muffin alla banana, facendo
attenzione a non fare cadere le briciole sul suo prezioso vestito. Il fatto che l'avesse scelto Aidan per lei
la faceva sentire ancora più bella. Era stupefacente come avesse compreso i suoi gusti senza che
nemmeno lei gliene avesse parlato. Se un vestito così si fosse potuto portare nella vita di tutti i giorni,
allora sì che Celine sarebbe stata interessata alla moda, anche nella sua vita da umana.
Quando Buonia si fermò si guardò allo specchio. Le aveva fatto due piccole trecce all'altezza
della fronte che, fermate dietro la testa, sembravano formare una coroncina.
Era un'acconciatura semplice, ma di grande effetto, come tutte le creazioni di Buonia.
«Grazie». Disse Celine stringendo le mani all'amica.
«Penso sia ora di andare, o farai tardi».  La esortò Buonia.
«Potrei andare a vedere se Aidan si è preparato e raggiungere la sala con lui». Si rianimò Celine
allegra, dirigendosi verso la porta.
«Non credo sia possibile». Infranse le sue speranze Buonia poggiandole una mano sulla spalla.
«Perché?» Domandò Celine.
«È già sceso. L'ho incontrato mentre venivo a portarti l'abito». Rispose Buonia.
«Non l'ho sentito uscire». Osservò Celine delusa.
«Probabilmente il rumore del phon ha coperto quello della sua porta. Lo vedrai presto». La
rincuorò Buonia.
«A proposito, dove si fa la riunione?» Domandò Celine.
«Nella sala in cui avresti dovuto ricevere il marchio. Con un preavviso così breve, non tutti i
capi delle varie Divisioni sono riusciti a raggiungerci e molti assisteranno alla riunione da Gallaibh, o
dalle rispettive residenze, tramite quella che voi chiamereste una specie di videoconferenza». Rispose
Buonia. Vedendo che lei non si decideva a uscire, proseguì. «ti accompagnerò fino alla sala, così non
dovrai entrare da sola. Parteciperò anch'io: a queste riunioni prendono parte anche i residenti».
Celine parve tranquillizzarsi, e insieme si diressero alla riunione.
Capitolo 20 - Il Consiglio
Entrare in quella stanza, come sempre, sconvolse Celine. Quel giorno più del solito.
Almeno l'ultima volta che c'era stata, il mattino prima della cerimonia saltata per colpa di
Matteo, la stanza era vuota. Adesso invece tutti i residenti della Villa, della maggior parte dei quali non
sapeva nemmeno il nome, erano lì seduti. C'erano inoltre molte persone che nemmeno conosceva. Il
seggio al centro della stanza era occupato da Morwenna, alcuni vicini al suo da persone che non aveva
mai visto. La passatoia bianca era stata sostituita da un tappeto dorato, ai cui lati erano disposti dei
piccoli seggi occupati da Aidan, Erskine, Ermer, Mavi, Brian e Murchad. Celine intuì che il posto
libero vicino a Mavi fosse il suo.
Alle spalle di Morwenna s'intravedeva la tela luminescente, oggi popolata da una moltitudine di
figure. Celine sapeva che erano altre figure importanti residenti a Gallaibh e nelle altre Sedi, che
assistevano tramite quello strano collegamento alla riunione che si sarebbe tenuta di lì a poco.
Come aveva previsto, al suo ingresso tutte le teste si voltarono verso di lei. Cercò di guardare
dritto di fronte a sé. Se si fosse messa a fissare in volto le persone una a una si sarebbe paralizzata al
centro della stanza.
La sala era un connubio di abiti molto particolari che richiamavano tutti l'Elemento di
appartenenza di chi lo portava: erano prevalenti i rossi, i verdi, i blu e i bianchi, ma c'era una buona
dose di varianze e sfumature.
Celine odiava essere al centro dell'attenzione: sicuramente le avrebbero posto delle domande
cui avrebbe dovuto rispondere, e già questo era sufficientemente imbarazzante: dover camminare
mentre tutti la fissavano in silenzio era anche peggio. Ebbe la sensazione di essere nuda in mezzo alle
strade del centro il pomeriggio della vigilia di Natale.
Cercò di focalizzare la sua attenzione su Aidan, ma lui non la stava guardando. Fissava
ostinatamente il pavimento. Quel modo di fare le aprì una crepa nel cuore, e tutto il suo entusiasmo per
l'abito si sgretolò all'istante. Ora era certa che ci fosse qualcosa che non andava: per quale motivo,
altrimenti, Aidan si rifiutava in maniera così ostentata anche solo di incrociare il suo sguardo? Si fermò
all'improvviso con un groppo in gola e Buonia, che l'era dietro, quasi le andò a sbattere addosso.
Ringraziando il cielo Morwenna, conoscendo le sue paure e il suo imbarazzo nell'attraversare
quel salone pieno di sconosciuti, le andò incontro, attribuendo sicuramente quel comportamento alla
sua riservatezza. Era vestita anche lei di verde come Celine, ma il suo abito era molto più semplice e
castigato, con il collo alto e in stile impero: come unico decoro aveva, sotto il seno, uno spesso nastro
di seta marrone allacciato sulla schiena che scendeva fino alla coda dell'abito. I capelli erano raccolti in
un severo chignon.
«Cari ospiti, membri del Consiglio e amici dislocati nel mondo, ho l'onore di presentarvi
Celine, una recente aggiunta alla nostra comunità e protagonista degli eventi recentemente verificatisi».
Esordì prendendole le mani
Vi fu un brusio di saluti in molte lingue, la maggior parte delle quali per Celine sconosciute.
«Madainn mhath mìorbhaileach caile!» Tuonò una voce in mezzo a tutte quelle persone.
Apparteneva a un ometto basso e panciuto, la cui testa pelata al centro riluceva nella grande sala,
vestito con un completo sgargiante di tutte le tonalità dell'azzurro e del blu: portava persino un buffo
gilet a righe. Il suo talismano conteneva delle piccole onde, da cui Celine dedusse che il suo Elemento
fosse sicuramente l'Acqua. Aveva folti baffi grigi e penetranti occhi neri. Un sorriso affabile gli
illuminò il volto, quando si avvicinò e le fece il baciamano.
Celine arrossì violentemente: non si era ancora abituata a ricevere attenzioni del genere da parte
degli uomini.
«Celine, ti presento uno dei membri del Consiglio, Corentin Onair. Non ti spaventare, fa così
tutte le volte che vede una bella ragazza». Disse Morwenna scoppiando in una fragorosa risata.
Celine si riscosse e gli strinse la mano sorridendo. Non era certo il saluto di quel simpatico
anziano signore ad averla fatta impallidire, a parte l'imbarazzo iniziale.
In fondo le aveva solo detto "Buongiorno meravigliosa ragazza". Era stato il fatto che,
nonostante tutto, Aidan avesse continuato a degnare della sua attenzione solo il pavimento.
Terminate le presentazioni di rito andò a sedersi a fianco a Mavi, come aveva previsto, un po'
frastornata. Fortunatamente non l'erano stati presentati, uno a uno, tutti capi delle varie sedi dislocate in
giro per il mondo, ma solo i membri maggiori del Consiglio presenti e qualche nobile in collegamento
da Gallaibh. Le ronzavano ancora i nomi in testa e li confondeva tra loro. Aveva prestato maggiore
attenzione solo a quelli presenti in sala, giacché dopo la riunione sicuramente si sarebbero trattenuti:
dovendoci conversare, sarebbe stato imbarazzante confondere i loro nomi.
C'era il simpatico Corentin Onair, il primo di cui aveva fatto la conoscenza, e poi Morwenna,
tenendola sotto braccio, l'aveva guidata da una signora dall'aria annoiata con lunghi capelli neri e occhi
grigi dall'aria spenta. Indossava un abito lungo bianco per certi versi simile al suo, ma le maniche
erano corte e portava lunghi guanti con varie striature violette. Intorno al collo aveva una stola dello
stesso colore dei guanti, che arrivava quasi fino ai piedi. Il suo talismano era sicuramente contenuto
nella piccola sacca di cuoio che portava al polso.
«Aria. Ero la guardiana della Lama d'Aria Sanatrice. I tessitori hanno sempre i loro bei
problemi a pensare agli abiti per noi: l'aria è trasparente! C'è poco da fare. Spesso adottano il tema
della tempesta, con fulmini e saette. Il preferito di Mavi, a quanto vedo, ma di solito è una gran
seccatura vestirci». Disse quando vide che Celine stava fissando la sua sacca.
Morwenna le scoccò un'occhiataccia.
«Oh, certo. Le formalità» riprese la donna «sono Helori Gaoth-Ghrèine». Disse solenne.
Celine le strinse la mano presentandosi a sua volta, dopodiché la donna parve ripiombare nella
noia.
L'ultimo del gruppo era un uomo giovane e molto bello dallo sguardo inquisitore. Sembrava
che solo fissandoti ti dicesse che per lui eri un bluff senza speranze. Aveva i capelli rossi, ma senza la
tipica carnagione pallida o le lentiggini, e nemmeno i capelli erano del classico "pel di carota". Gli
occhi erano verdi. Celine non riusciva a vedere cosa indossasse perché era infagottato in un chiassoso
mantello arancione che, a seconda di come vi si rifletteva la luce, mandava piccoli bagliori simili a
fiamme. Sicuramente il suo elemento era il Fuoco.
Quando gli fu di fronte la fissò quasi con sdegno.
«Davios Misneachail, custode dell'Arco di Fuoco Distruttore e cugino di terzo grado del vostro
Aidan». Disse secco.
Celine non poteva voltarsi per vedere se, almeno in questo caso, Aidan avesse degnato
d'attenzione qualcuno. Dal cenno del capo di Davios intuì che Aidan doveva averlo salutato a sua
volta.
Celine era ancora più turbata, ora che era seduta di fronte ad Aidan e non riusciva a incrociare il
suo sguardo nemmeno per un secondo. Lui continuava a fissare ostinatamente per terra, a parte quando
Erskine gli diceva qualcosa: si girava verso di lui e poi, una volta risposto, volgeva di nuovo
l'attenzione verso il pavimento. Non riusciva a comprendere il suo comportamento: possibile che la
ritenesse responsabile per aver quasi rischiato la vita e che non volesse avere più niente a che fare con
lei?
Riferendosi ad Aidan era assurdo anche solo fare un pensiero del genere. Quando si era recata
nella sua vecchia casa per salvarlo lui stesso l'aveva esortata a scappare. Ricordava ancora chiaramente
che lui le avesse urlato: "Vai via subito! Lasciami, vattene immediatamente!"
Tuttavia non riusciva a pensare a nessun'altra motivazione che lo spingesse ad agire in quel
modo assurdo.
Morwenna suonò un piccolo fischietto di vetro che produceva una nota acuta e dolce. Era
evidentemente il segnale che fossero arrivati tutti perché, appena lo fece, il brusio nella stanza si spense
immediatamente. Celine si riscosse dai suoi pensieri, notando che Aidan, anziché fissare Morwenna
come facevano tutti, continuava imperterrito a guardare per terra.
«Benvenuti, cari membri del Consiglio e residenti» iniziò Morwenna con voce chiara e forte
«ho convocato questa riunione d'emergenza per chiarire con voi i recenti accadimenti e le capacità di
Celine, il nostro recente acquisto, che sono certa diverrà una valorosa laoch e forse anche qualcosa di
più. Voi membri del Consiglio avete l'ordine del giorno, per cui vi chiedo di appuntare le vostre
riflessioni per quando sarà il momento di comunicarci il vostro parere, agli altri chiedo comunque di
prestare la massima attenzione».
Celine impallidì. Sapeva che le avrebbero fatto qualche domanda sul suo scontro con Matteo,
ma di certo non credeva che avrebbero voluto appurare le sue capacità. Ora capiva come mai Davios la
stesse già squadrando come se fosse un bluff totale. Desiderò essere anche lei un membro del Consiglio
e conoscere già le domande che le avrebbero fatto, ma purtroppo non c'era nessuno al suo fianco da cui
poter sbirciare.
Morwenna iniziò a narrare gli avvenimenti dal momento in cui si erano accorti della sparizione
di Aidan. A un certo punto Davios intervenne.
«Posso chiedere come mai Celine sapesse esattamente dove trovare un messaggio di Matteo.
Non è forse possibile che si fossero messi d'accordo in precedenza?»
A quell'affermazione si sentì un crescente brusio di sottofondo. I residenti della Villa, che
ormai un minimo la conoscevano, erano indignati dalla domanda di Davios. Morwenna fu costretta a
intervenire.
«Signori, siamo qui per appurare i fatti. È normale che chi non conosce la situazione nei dettagli
abbia dei dubbi» disse con voce stentorea, mettendo tutta la sala a tacere. Rivolgendosi a Celine,
continuò. «Cara, vuoi rispondere a Davios?»
Celine, indignata, fissò l'uomo di fronte a lei con uno sguardo di fuoco.
«Avevo capito che il rapimento di Aidan fosse diretto a me: non aveva scelto una persona a
caso, sapevo con certezza che i nemici volevano me. Matteo desiderava che lo trovassi: mi era chiaro
che avrebbe fatto in modo di farmi arrivare un riferimento che non fosse reperibile da nessun'altro.
Infatti, nonostante gli altri avessero già perquisito la casa, non avevano trovato il messaggio di Matteo
per me...»
«E come facciamo a sapere che tu non sapessi già principio dove andare?» La interruppe
Davios.
«Perché sono stata io a lasciare ben visibile a casa di Matteo il suo messaggio, per fare in modo
che, se gli altri ci avessero cercati, avrebbero potuto raggiungerci». Rispose semplicemente Celine.
«È la verità» intervenne Ermer «siamo giunti a Villa Vendramin solo perché abbiamo trovato il
messaggio che Matteo aveva preparato per Celine lasciato da lei, nell'appartamento, in piena vista per
noi».
«Sia come sia, per quale motivo dobbiamo credere che la vita di mio cugino fosse così
importante per te da indurti a rischiare la tua? Che oltretutto, da ciò che mi dicono, è molto più preziosa
della sua?» Chiese ancora Davios, con un sorriso malevolo.
«Non esiste nessuna vita più preziosa di quella di qualcun altro! Aidan era in pericolo per colpa
mia, ed era mio dovere porre rimedio!» Esclamò Celine, rossa in viso in un impeto di rabbia.
«Le scene non mi distraggono. Non hai risposto alla mia domanda, signorina». Insisté Davios.
«Ora basta! Non sta mentendo: ha rischiato la sua vita per me, e l'ha fatto di sua spontanea
volontà. Non ti permetto di osare ulteriormente mettere in dubbio la sua parola». Intervenne Aidan,
fissando il cugino e sporgendosi verso di lui, tanto che Erskine gli mise una mano sul petto
respingendolo verso il suo posto.
Risentire la voce di Aidan le fece balzare il cuore nel petto, e per giunta si era scagliato contro il
cugino in sua difesa. Ciononostante passato il momento non la degnò comunque di uno sguardo.
Questo la mise maggiormente in agitazione: per quale motivo l'unica persona che desiderava
concentrasse la sua attenzione su di lei non le rivolgeva nemmeno un'occhiata casuale?
Davios sembrò soddisfatto e Morwenna proseguì nel racconto fino al momento in cui
finalmente lei aveva raggiunto Aidan, poi s'interruppe.
«Come potete vedere dalla scaletta, a questo punto vorrei soffermarmi prima su un'altra
questione. Quando sono sopraggiunti Ermer ed Erskine, ed hanno trovato i ragazzi incoscienti, nella
stanza a parte loro non c'era nessuno. Aidan ha però insistito che prima di perdere i sensi, al suo fianco,
ci fossero i resti di Matteo. Celine, cos'hai da dirci in merito?» Le chiese Morwenna.
«Non posso fare altro che confermare quanto ha detto Aidan. In terra, prima di svenire, ho visto
chiaramente degli stracci neri fumanti. Apprendo con sgomento, solo in questo momento, che non li
abbiate trovati». Affermò, cercando di essere più concisa possibile.
«È come temevo» disse Morwenna «Fàs l'ha rievocato a sé. Ne ignoro il motivo: l'unica cosa
che immagino, visto che non è solito perdonare i fallimenti, è che desideri rigenerarlo per fargli
condurre un assalto alla Villa, dato che Matteo ne conosce l'ubicazione. Dopo, probabilmente, lo
sterminerà lui stesso».
Nonostante il pensiero espresso da Morwenna, Celine non riusciva a stare tranquilla. Aveva
visto Fàs sterminare due sue reclute, quando aveva capito che non gli servivano più. Le sembrava
assurdo che avesse richiamato a sé i resti di Matteo dopo un fallimento così clamoroso. Si riscosse dai
suoi pensieri, notando che la discussione stava proseguendo.
«Mi auguro siano già state prese delle misure cautelative». Gracchiò un ometto tramite la tela
luminescente. Celine dedusse che probabilmente era il responsabile di una delle altre Divisioni in Italia.
«Se volete potete trasferirvi tutti qui da noi, abbiamo spazio in abbondanza». Si offrì una donna
dalla voce delicata, anch'essa inequivocabilmente responsabile di un'altra Sede.
«Ovviamente abbiamo già preso provvedimenti cautelativi e fatto estendere il perimetro con
potenti illusioni, ma non sappiamo quanto reggeranno. Inoltre uno spostamento così massiccio,
attirerebbe sicuramente l'attenzione. Chiedo al Consiglio di accordarci, fino alla risoluzione del
problema, una residenza a Gallaibh. Ovviamente chi ha famiglia e case di proprietà potrà soggiornarvi.
Chiedo inoltre che il nostro pattugliamento venga momentaneamente riassorbito dalle Sedi nelle
province più vicine. Sarà mia cura, una volta a Gallaibh, trovare un altro posto adeguato e, una volta
che sarà pronto per le nostre esigenze, verrà reclutato un esiguo numero di membri per avere almeno
una Divisione e sopperire a questo grave disagio». Disse Morwenna, prendendo in mano la situazione.
Da Gallaibh ovviamente erano tutti d'accordo: i tempi erano duri, e rischiare un'intera
comunità era un azzardo che nessuno voleva condividere. I capi delle altre Sedi erano stati altrettanto
accomodanti a concedere il loro aiuto e a sopperire all'assenza della Sede guidata da Morwenna e della
Divisione distrutta. Sapevano quanto fosse rischioso il lavoro di pattugliamento del territorio e quanto
già le vite di tutti i laoich fossero costantemente a repentaglio: erano ben contenti di dare il loro
appoggio.
In sala mancava il voto delle quattro famiglie principali. Morwenna a quel punto riprese la parola.
«La richiesta è mia, ed è ovvio che voto sì, essendo una dei quattro capostipiti non posso non
votare. Lascio a te la parola, Corentin».
«Sono d'accordo con la tua richiesta, Morwenna. Stare qui non fa che esporvi a un possibile
attacco, che sarebbe per altro non solo pericolosissimo per i laoich presenti ma sicuramente fatale per
i saoranaich, che non hanno né i mezzi per difendersi né quelli per smaterializzarsi. Sono a vostra
completa disposizione per aiutarvi nei preparativi». Rispose Corentin con un sorriso gioviale.
Dopo di lui prese la parola Helori.
«Perdonami, Morwenna. Premetto che mi trovi d'accordo, in linea di massima, con la tua
richiesta. Non mi sento però di mettere sulle spalle di Gallaibh le spese per provvedere al
mantenimento di tutta la tua Sede, che per giunta, durante la vostra permanenza nella nostra Capitale,
sarebbe inattiva, mentre i capi delle altre Sedi sul territorio necessiteranno di un numero più elevato di
fondi per sopperire alle vostre mancanze. Prima di votare, vorrei sapere cosa ci proponi dal punto di
vista economico. Ti prego di non volermene, ma è mio dovere pensare anche al lato pratico della
questione». Disse la rappresentante dell'Aria, animatasi improvvisamente mentre parlava.
Se fino a un minuto prima avessero chiesto a Celine se pensasse che Helori avesse seguito una
singola parola del dibattito avrebbe risposto negativamente. Era sembrata assorta nei suoi pensieri per
tutto il tempo e, nei pochi momenti in cui volgeva lo sguardo verso qualcuno, sembrava sempre
profondamente annoiata. Si chiese se solo sollevare questioni l'animasse.
«Mia saggia Helori, hai perfettamente ragione. Ho dimenticato di menzionare il lato pratico
della questione». Iniziò Morwenna in tutta calma, alzandosi in piedi ed abbracciando la sala con lo
sguardo.
Non sembrava minimamente offesa dal fatto che Helori avesse menzionato il denaro, come se
fosse più importante della loro sicurezza, ma poi Celine pensò che forse, dietro certe decisioni, ci fosse
la responsabilità di così tante vite che lei non aveva il diritto di dare giudizi per un'osservazione
sembrata sensata anche a Morwenna. Almeno, era questo che il suo tono di voce le diceva.
«Molti di noi hanno residenze personali: Mavi e Aidan, Ermer, Erskine, io stessa e altri ancora.
Sono certa che, anche se vorranno prendere parte alla vita comune della Sede e aiutarmi a progettare
una nuova Divisione, saranno lieti di utilizzare le loro risorse personali durante la loro permanenza
a Gallaibh, e di aiutare finanziariamente nel mantenimento della nostra comunità. Per quanto riguarda i
residenti senza fondi a sufficienza per contribuire e bisognosi di uno stipendio, ovviamente me ne farò
carico io personalmente». Terminò Morwenna, tornando a sedersi.
Erskine alzò la mano per prendere la parola.
«Dacci la tua opinione, Erskine». Lo esortò Morwenna.
«Parlo in nome di tutto il mio gruppo, affermando che ci rendiamo disponibili ad agire come da
te dichiarato. Ovviamente contribuiremo sia in energie sia economicamente al mantenimento della
nostra comunità nella nostra amata Capitale». Dichiarò Erskine, guardando negli occhi i membri del
Consiglio uno a uno.
Celine notò che il suo sguardo parve farsi più carico quando si posò su Davios, ma forse era
stata solo una sua impressione.
Morwenna gli fece un cenno di assenso e un sorriso di gratitudine.
Poi, a sorpresa partì un brusio, e Celine ne individuò la ragione quando vide Buonia con la
mano alzata. Anche Morwenna le parve leggermente presa alla sprovvista. Questo bastò a Celine per
farle intendere che di solito i residenti non prendessero parte attiva al dibattimento.
«Buonia, vuoi forse dirci qualcosa?» Chiese Morwenna con gentilezza.
«Sì. Chiedo scusa se mi permetto d'intervenire, ma avrei una cosa da aggiungere». Disse
Buonia a voce alta, senza il minimo tentennamento.
«D'accordo» concesse Morwenna «rendici partecipi dei tuoi pensieri».
«Oh, ma andiamo!» Intervenne Davios «da quando in qua una cameriera esterna la sua opinione
durante una riunione del Consiglio?» Concluse con un ghigno sgradevole.
«Davios, non essere scortese. Stiamo decidendo anche del loro futuro. Stiamo discutendo al
riguardo di una questione che io stessa ho sollevato: voglio conoscere l'opinione dei residenti in
merito». Intervenne a sorpresa Helori, piuttosto infastidita.
Davios sbuffò, dicendo qualcosa a mezza voce ma Celine non riuscì a intuire le sue parole.
Tuttavia, dall'occhiataccia che gli lanciò Corentin, dedusse che non dovesse essere un'esternazione
molto gradevole.
«Continua pure, cara». Proseguì Helori rivolta a Buonia.
«Vorrei dire, a nome di tutti i saoranaich presenti, che noi siamo felici al servizio di Morwenna
e che sappiamo che tutto quello che sta chiedendo, abbandonando questa Sede che per altro ama molto,
lo fa principalmente per noi. Siamo certi che, in caso di attacco, i valorosi laoich qui presenti sarebbero
sicuramente in grado di mettersi al riparo rapidamente. Pertanto sono certa che tutti, una volta che ci
sarà dato un riparo e un pasto, saremo disposti a continuare ad eseguire i nostri compiti anche
gratuitamente nella residenza che ci vorrete gentilmente assegnare o se richiesto al servizio della
Capitale, purché ci lasciate vivere all'interno della nostra comunità senza disgregarci».
Quando finì di parlare due pomelli rossi spiccavano sulle sue guance, ma aveva esposto il tutto
con voce alta e chiara, senza mai abbassare lo sguardo. Sembrava quasi una loro pari.
Ciò che accadde dopo stupì tutti, tanto che Morwenna fu obbligata a utilizzare di nuovo il suo
fischietto di vetro per riportare la sala all'ordine.
Appena Buonia finì il suo discorso, una parte dei saoranaich presenti in sala, iniziò a urlare:
«Sono d'accordo!»
Oppure: «Lo penso anch'io!»
Altri applaudirono fragorosamente in direzione di Buonia che, se possibile, arrossì ancor di più.
Morwenna sorrideva e cercava di tenere a freno le emozioni, ma era commossa. Fu però
obbligata a riportare tutti all'ordine: "indugiare nell'autocompiacimento lasciando la riunione nel caos
non avrebbe certo aiutato la sua causa". Rifletté Celine.
«Questo vi fa onore, Buonia. Vorrei avere anch'io del personale così volenteroso, o magari ce
l'ho e lo scoprirò nel momento del bisogno. Viste le condizioni, posso tranquillamente dire che il mio
voto è sì. Per le questioni di natura economica e su come regolare gli aiuti finanziari relativi al vostro
mantenimento a Gallaibh vi rivolgerete a me». Disse Helori compiaciuta.
Rimaneva solo Davios, e vista la sua espressione acida di certo non avrebbe portato un buon
contributo ma Celine non si preoccupò più di tanto: avevano matematicamente vinto già con due sì.
Purtroppo, per correttezza, lo dovettero ascoltare.
«Perdonatemi, ma non capisco perché dobbiamo destituire momentaneamente una Sede per via
di un problema nato da una loro incompetenza di fondo nel gestire il ragazzo...»
«Come ti permetti, Davios! Nessuno di loro poteva immaginare cosa fosse Matteo: la loro
maggiore preoccupazione era cancellargli i ricordi e rispedirlo a vivere come un umano». Lo interruppe
Corentin, disgustato.
«Corentin, permettimi di esprimere i miei dubbi com'è mio dovere. Stiamo mettendo sulle
spalle di tutte le Sedi nelle vicinanze il controllo del territorio che loro dovrebbero presidiare, solo
perché hanno dato asilo a uno dei collaboratori più stretti di Fàs. Io non ho mai visto questo ragazzo, e
non posso certo dichiarare che anch'io non l'avrei riconosciuto. L'incompetenza non va premiata.
Propongo invece che restino qui i laoich, che sanno badare a loro stessi, e un gruppo di residenti fidati
che si prendano cura della casa a loro rischio. Forse la signorina Buonia vuole di nuovo proporsi? Il
mio voto è no, e invito chi si è già espresso a ripensarci». Concluse, con un sorriso sarcastico in volto.
«Bene, Davios, hai dato la tua opinione. Adesso, se nessuno ha cambiato idea, direi che al
momento questo punto è risolto. Ci trasferiremo tutti quanto prima a Gallaibh». Disse Morwenna molto
serenamente, non lasciando trapelare nella voce il minimo disprezzo nei confronti di quella serpe di
Davios.
Celine, vedendo che razza di parenti di sangue si ritrovasse, capiva bene perché Aidan avesse
preferito, anche da adulto, continuare a vivere come figlio adottivo nella famiglia di Mavi, piuttosto che
finire in mezzo a loro.
Nessuno prese la parola per dirsi d'accordo con il pensiero di Davios, pertanto la richiesta di
Morwenna poteva dirsi accettata.
Il pensiero di andare a Gallaibh riempì Celine d'emozione e gioia. Quasi si dimenticò che
presto avrebbero iniziato a fare domande su di lei, e sicuramente Davios non avrebbe mancato
d'infastidirla ulteriormente. Stavolta non sarebbe stato necessario l'intervento di Aidan: se ne sarebbe
infischiata delle conseguenze e avrebbe risposto per le rime a quel cafone. Dopotutto lei veniva dal
mondo umano: poteva sempre affermare di non conoscere il protocollo per trattare con i serpenti.
Si compiacque tra sé di quest'uscita, pur sapendo che non si sarebbe mai espressa in quel modo.
Probabilmente sarebbe riuscita a fare rifiutare persino la richiesta già accolta di Morwenna, dando del
serpente a Davios.
Poi ripensò al modo di agire di Morwenna e decise di prendere esempio da lei. Sicuramente
trattarlo con estrema cortesia e condiscendenza, come si faceva con un infante capriccioso, avrebbe
portato sotto zero il suo livello di soddisfazione e lo avrebbe irritato da morire, togliendoli la possibilità
di essere maleducato a sua volta con pieno diritto. Nella sala si diffuse un chiacchiericcio di sottofondo:
tutti erano contenti di andare a Gallaibh, dopotutto era la loro vera casa.
Per proseguire nel dibattito, Morwenna dovette di nuovo ricorrere al fischietto. Quando tutti
fecero silenzio, iniziò a parlare. Raccontò delle condizioni in cui Celine aveva trovato Aidan, di come
Matteo potesse incanalare, tramite i loro talismani, i loro poteri in poteri oscuri e del modo in cui
Celine fosse riuscita a metterlo fuori combattimento e salvare la vita ad Aidan.
Mentre Helori e Corentin guardavano Celine, affascinati Davios prese la parola.
«Scusa, Morwenna. Ci stai raccontando che questa ragazza, senza l'ausilio del suo talismano né
del marchio, giacché ne è sprovvista, ha evocato non solo il potere di un Elemento che non è il suo, ma
addirittura con una forza tale da creare un'enorme sfera di fuoco, tale da carbonizzare il nemico
all'istante e salvare mio cugino? Vuoi forse prenderci in giro? Ci hai preso per sciocchi?» Domandò,
senza abbandonare il suo solito tono malevolo.
«Mio caro Davios, siamo appunto qui riuniti per portare luce su questo fatto sconvolgente. Non
ti sto affatto mentendo: questo è il modo in cui sono andate le cose». Rispose Morwenna pacata.
«Sciocchezze, allora è lei che mente!» Esclamò puntando il dito verso Celine, che fu
attraversata da un impeto di rabbia. Trovava quell'uomo odioso e il fatto di doversi contenere e non
potergli rispondere per le rime non faceva altro che peggiorare la situazione. Stava iniziando a sentire
un fremito sulla punta delle dita, quando la voce allegra di Corentin riecheggiò nella stanza e la
distrasse.
«Davios, ti stai rendendo ridicolo con tutte queste contestazioni e questi sospetti. Stai forse
dando del bugiardo a tuo cugino?» Chiese con fermezza.
«Non stavo parlando di mio cugino, ma di questa ragazza, che oltretutto mi risulta essere senza
radici e che non porta nemmeno un nome appropriato per qualcuno della nostra gente». Rispose piccato
Davios, volgendo a Celine uno sguardo malevolo.
Aidan, notò Celine, stava stringendo i braccioli della sedia così forte da sbiancarsi le nocche, ed
Erskine gli aveva poggiato un braccio sulle spalle, probabilmente per dissuaderlo dall'intervenire.
L'attenzione di Celine venne nuovamente catturata dal podio con i tre seggi, quando a Helori
sfuggì una sonora risata che stava trattenendo.
«Cosa c'è di così divertente?» Le chiese Davios seccato.
«Rido perché, se ti fossi preso la briga di leggere attentamente l'ordine del giorno, come noi
tutti abbiamo fatto, avresti saputo che è stato Aidan a raccontare come si sono svolti i fatti e non la
ragazza. Se vuoi fare delle critiche, prima appura i fatti e poi porgici le tue riflessioni. Ora, se riesci a
trattenerti per dieci minuti, vorrei approfondire la questione. Poi potrai tornare a fare l'inquisitore».
Rispose Helori, parlandogli come se stesse trattando con un ragazzino indisciplinato.
Il battibecco suscitò un andirivieni di risate generali in sala ma Celine non se ne rallegrò,
Davios stava fremendo di rabbia, si vedeva chiaramente. Quando avrebbero iniziato a farle domande,
avrebbe trovato il modo di rivalersi dell'umiliazione subita. Ormai aveva inquadrato il tipo: non
avrebbe fatto il gradasso con Helori, più abile con le parole.
Morwenna portò di nuovo la sala all'ordine, poi si rivolse a lei.
«Celine, vuoi raccontarci come sono andate le cose?» La esortò a parlare.
Alzandosi in piedi, si guardò intorno, ma se ne pentì subito. Tutti gli occhi erano puntati su di
lei. Allora fissò il suo sguardo su Morwenna, poi si fece coraggio e iniziò a rievocare quell'orribile
giornata.
«Quando sono entrata nella stanza Aidan era sul pavimento, completamente avvolto da delle
radici nere. Mi sono tagliata le mani nell'inutile tentativo di strapparle, ma non si muovevano di un
millimetro. È sopraggiunto Matteo, senza che avessi il tempo di accorgermi della sua presenza, e mi ha
scagliato contro un muro con una potente ondata di energia. Ha iniziato a prendersi gioco di me, a
minacciarmi. A un certo punto si è come stancato e ha iniziato a strangolare Aidan tramite le radici:
contemporaneamente, ha ripreso a vessarmi, dicendomi che lo avrebbe ucciso utilizzando il mio
Elemento. La cosa pareva divertirlo molto. A quel punto non ho pensato a niente, a parte il fatto che
volevo distruggerlo e salvare Aidan: ho avvertito un fremito che mi attraversava e una rabbia crescente.
Mi è sembrato che il mio corpo agisse da solo. Rievocando il tutto, ora posso dire che è stato simile a
uno stato di trance. Mi sono riscossa quando la palla di fuoco ha iniziato a prendere vita tra le mie
mani: la sentivo potente e pulsante. Ho incanalato tutta la mia rabbia e le mie energie in essa, e quando
mi sono sentita come svuotata l'ho lasciata andare. L'ho vista ingigantirsi sempre più mentre si
avvicinava al bersaglio: ha travolto Matteo e lacerato le radici che tenevano Aidan prigioniero. Dopo
ho notato i resti fumanti di Matteo sul pavimento, e ho solo avuto la forza di avvicinarmi ad Aidan per
vedere se era ancora vivo, prima di perdere i sensi». Riassunse Celine.
«Stai dicendo di non aver pensato all'evocazione che stavi compiendo?» Chiese Helori con
voce interessata.
«No, non ho pensato consciamente a evocare il potere del Fuoco. Stavo pensando a come
distruggere Matteo e salvare Aidan. Il mio corpo mi ha risposto da solo, ma non ho fatto un'evocazione
precisa. Non ci stavo nemmeno pensando...» Rispose Celine prima di essere interrotta da Corentin.
«Mia cara, scusa se t'interrompo. Come mai non hai pensato di usare il tuo potere per mettere
fuori combattimento Matteo?» Domandò garbato.
«Perché non pensavo di essere in grado di fare nulla. Matteo aveva il mio talismano e lo stava
usando contro Aidan: ero convinta che il mio potere fosse fievole e facilmente contrastabile. Quando ha
iniziato a strangolare Aidan la rabbia che c'era in me ha agito da sola. È stato come quando ho scoperto
di avere questi poteri il giorno in cui Aidan mi ha trovato». Rispose Celine.
«Spiegati meglio». La esortò Corentin, gentilmente.
«Il giorno in cui ho realizzato per la prima volta di avere questi poteri avevo subito una grave
ingiustizia. Ho iniziato ad avvertire una rabbia profonda e un fremito: sentivo che se avessi voluto,
avrei potuto prendere a pugni il manto stradale e dare origine a un terremoto. Pensavo di essere pazza a
fare quei pensieri, ma ero consapevole che avrei potuto fare del male a qualcuno. Allora mi sono diretta
alla casa dei miei genitori adottivi, isolata e disabitata, e una volta giunta lì ho sentito il bisogno di
affondare le mani nella terra del chiostro. Sono sprofondata in una specie di trance e, quando mi sono
guardata intorno, ho realizzato che fossero cresciuti rigogliosamente fiori e piante dove fino a poco
prima c'era un terreno spoglio e resti secchi di rampicanti». Rispose Celine, accalorandosi. Ricordava
chiaramente quel pomeriggio e tutte le sensazioni che l'avevano attraversata.
«C'è da aggiungere che Celine aveva fatto involontariamente uno dei nostri incantesimi di
dissimulazione. Lei stessa si vedeva differente da com'è: ha dovuto esercitarsi con lo specchio non per
imparare a dissimulare se stessa all'occhio umano, ma per imparare a vedersi davvero». Aggiunse
Morwenna.
«Hai avuto cenni da parte dei tuoi genitori adottivi in questi anni? Hai ricevuto istruzioni su
come usare i tuoi poteri da qualcuno?» Chiese curiosa Helori.
«No, assolutamente. Ignoravo dell'esistenza della nostra gente fino alla sera in cui Aidan mi ha
trovata. I miei genitori adottivi non mi hanno mai parlato di strani poteri, né sono stata mai avvicinata
da nessuno, a parte Matteo». Rispose tranquillamente.
«Strabiliante!» Esclamò Corentin «non hai ricevuto nessun tipo di educazione, ma quando i tuoi
poteri si sono risvegliati hai avvertito il bisogno di allontanarti dagli umani e, senza sapere cosa stavi
facendo, hai usato la dissimulazione per tenere gli umani lontani nel corso di tutta la tua vita!» Proseguì
estasiato .
«Potresti essere molto speciale per la nostra gente, solo i Prescelti sono in grado di usare i poteri
in questo modo. Hai mai avuto altri episodi del genere Celine? Hai mai evocato i poteri di altri
Elementi, a parte la Terra, in altre occasioni?» Chiese Helori interessata.
«No». Rispose immediatamente Celine, rendendosi poi conto di stare mentendo. Ricordava
bene la volta che aveva pensato di aver spento le fiamme che Aidan aveva eretto come protezione tra la
battaglia che stava conducendo con uno sgiobair dubhar e lei, e ricordava di aver desiderato che si
estinguessero per andare in suo aiuto. Nonostante questo pensiero, proseguì «sono convinta che a fare
da perno sia stata la rabbia. Penso che lo stress e il desiderio di salvare Aidan abbiano fatto da
catalizzatori d'energia, ma non credo che in questo momento potrei volontariamente evocare il Fuoco,
o qualunque altro Elemento che non sia il mio». Affermò.
«Tutto questo è molto interessante: è stata la rabbia a farti scoprire il potere che avevi e sempre
la rabbia ha agito da catalizzatore per farti utilizzare un altro potere. Forse, non essendo tu a
conoscenza dei tuoi poteri, necessiti di un elemento scatenante per farteli tirare fuori. Forse pensi di
non essere in grado, ma se iniziassi un allenamento che comprende anche gli altri Elementi,
probabilmente li padroneggeresti tranquillamente». Suggerì Helori con inaspettata allegria.
«È ciò che penso anch'io». Approvò Morwenna.
«Bene, ho sentito abbastanza! Volete davvero credere che una ragazza, vissuta fino a ieri nel
mondo umano, sia un dei Clann na Solus? Davvero credete che, quando si arrabbia, sia in grado di
evocare poteri straordinari? A me sembra un piano ordito per insediarsi in un posto che non le spetta!»
Esclamò Davios puntandole il dito contro.
«Mi pare che la ragazza stia rispondendo in modo da spegnere in noi questa ipotesi, non
sollecitandola». Rispose seccamente Helori.
«E in base a cosa pensate di determinare quali siano i suoi poteri? Perché non dite le cose come
stanno?» Insisté Davios.
«Non capisco a cosa ti riferisci!» Sbottò Morwenna piccata.
«Mi riferisco a qualcosa che forse è sfuggito ai tuoi occhi di custode di questo posto. Voi volete
farci credere che sia andata a salvare un suo compagno d'armi per un atto di pura bontà, e che pervasa
dal desiderio di salvarlo sia stata in grado di evocare poteri strabilianti e non suoi. Perché invece non
raccontiamo a tutti che l'unico motivo per cui ha rischiato la vita è che Matteo l'ha rapito solo per farle
dispetto? Anziché farne un'eroina, perché non la dipingiamo come ciò che è? Per colpa di questa
ragazza, un nemico si è introdotto in una delle nostre residenze: è stato accolto e sfamato e, quando lei
si è stancata di lui, si è vendicato rapendo e tentando di uccidere mio cugino! Non riesco a ringraziare
questa ragazza per avergli salvato la vita, anzi. La incolpo di aver messo a repentaglio la vita di uno dei
nostri più forti laoch!» Urlò Davios rivolto verso di lei.
Nella sala si accese un mormorio. Celine non riusciva a parlare, paralizzata dall'imbarazzo.
«Stai esagerando, cugino. Non ti permetto di paragonarmi a una vittima: sono andato di mia
spontanea volontà all'appuntamento con Matteo, convinto che si trattasse di uno stupido umano. L'ho
trattato con leggerezza, certo che non avrebbe mai potuto arrecarmi un danno, e ho pagato per la mia
superbia e per averlo erroneamente giudicato inferiore a me. Celine avrebbe avuto tutte le scuse del
mondo per stare qui al sicuro mentre gli altri mi cercavano, ma non l'ha fatto ed io sono vivo per
questo. Ringraziala, se davvero il legame di sangue che senti nei miei confronti ti preme come vuoi fare
credere». Disse Aidan, fissando con rabbia il cugino.
«Ognuno ha occhi diversi per vedere le cose. A me tutto ciò che ha raccontato sembra un
cumulo di assurdità, tessuto appositamente per mettersi in mostra!» Esclamò Davios acido.
«Non è vero, io detesto mettermi in primo piano. Lei non mi conosce e non può dare giudizi
sulla mia personalità. Sono una persona riservata e preferirei non essere notata, ma su una cosa ha
ragione: anch'io mi sono sentita terribilmente colpevole quando Aidan è stato rapito. Sapevo che
Matteo voleva fare del male a me tramite quel gesto, e mi sono sentita responsabile. Anzi, questa pena
mi affligge tutt'ora». Rispose Celine.
«Allora perché vuoi farci credere di essere una dei Prescelti?» La incalzò Davios.
«Io non voglio far credere nulla a nessuno, e la mia versione è uguale a quella che ha dato
Aidan. Ciò che mi pare lei non comprenda è che sono gli altri a voler appurare come mai sia stata in
grado di fare certe cose, mentre sono certa che sia stata solo l'adrenalina di quel momento ad avermi
consentito di agire in quel modo. Dopo sono stata molto male, e ancora adesso non ho recuperato
completamente le forze. Non credo di avere poteri speciali». Disse Celine, riuscendo a stento a
controllare la rabbia.
«Non vorrei fare l'avvocato del diavolo, ma c'è la possibilità sia corretto e si sia trattato di un
evento isolato. Dopotutto Celine è priva del marchio che i Clann na Solus hanno per nascita». Fece
presente Corentin pacatamente.
«Finalmente siete arrivati a vedere le cose ovvie». Si rallegrò Davios, la voce affilata come un
rasoio.
«Purtroppo questo è vero» concesse Morwenna «ma non voglio che riteniate quanto vi hanno
raccontato i ragazzi delle menzogne, non ne avrebbero motivo. Penso che dovremo indagare
comunque, per capire come sia accaduto». Concluse.
«Su questo sono con te. In ogni caso, forse ci siamo spinti troppo avanti con le congetture.
L'arrivo di uno dei Clann na Solus sarebbe l'evento più significativo che ci possa capitare, ed è facile
che il desiderio di ciò che vogliamo offuschi la visione della realtà: ciononostante penso che i ragazzi
siano entrambi sinceri. Non vedo il motivo di inventarsi una cosa del genere». Disse Helori.
Celine fu soddisfatta della piega che aveva preso la discussione. Non voleva essere ritenuta ciò
che non era, né tantomeno che le persone pensassero che mentisse per farsi attribuire un titolo e una
posizione che non le spettavano.
La sua attenzione fu colta dalla porta in fondo alla sala che si apriva, ma sembrava non fosse
entrato nessuno. Quando pensò che si fosse trattato di un colpo di vento, casualmente guardò in basso:
c'era un gatto che camminava impettito sul tappeto, e non era un gatto qualunque.
«Mercurio!» Urlò Celine, senza rendersi conto che avrebbe attirato l'attenzione di tutti.
Stava per correre incontro all'amata bestiola quando sentì un singulto alle sue spalle. Girandosi,
vide che era stata Morwenna che fissava il nuovo arrivato con un'espressione scioccata dipinta sul
volto.
Era pallida e aveva la bocca aperta come se un urlo le fosse morto in gola. Celine faticava a
capire come mai, si disse che forse era vietato l'ingresso agli animali in quella stanza.
Non ebbe il tempo di completare queste riflessioni, perché voltandosi nuovamente verso il suo
amato gatto ciò che vide fece sussultare anche lei.
Il suo nuovo modo di "vedere" permise a Celine di rendersi conto che non si trovava davvero di
fronte un gatto: vedeva, attorno a Mercurio un'aura tremolante. Notava cose che prima non avrebbe
mai visto. A un certo punto il corpo del gatto sembrò mutare: diventò un uomo molto bello davanti ai
suoi occhi. Era molto alto, con i capelli scurissimi fin sulle spalle e gli stessi occhi grigi di Morwenna.
Non poteva credere ai suoi occhi: chiaramente Mercurio non era un gatto, bensì un uomo che
celava se stesso dietro ad una potentissima illusione, anche se non era convinta del tutto che si trattasse
di un'illusione. Le esplosero in testa mille domande: "com'era possibile non sentirne il peso? La
dimensione?"
Mercurio le stava in braccio, dormiva ai piedi del suo letto, lo aveva portato a spasso nel suo
cappuccio! I suoi dubbi furono interrotti dal grido strozzato di Morwenna.
«Caswyn!» Urlò singhiozzando, correndo ad abbracciare il nuovo arrivato.
...
.
...
FINE Parte 2.